lunedì, Ottobre 18

Cina e Russia stanno costruendo un nuovo Gold Standard?

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L’inclinazione anti-inflazionistica di Berlino sembra rispondere all’esigenza tedesca di ottenere una forma di tutela in prospettiva di un ipotetico collasso della moneta unica europea, rimpatriando il proprio oro e spingendo al contempo per l’instaurazione di un sistema monetario internazionale fondato sui principi del vecchio Gold Standard. «A differenza di Gran Bretagna [in seguito al ‘divorzio’ tra governo e Bank of England attuato dal ministro delle Finanze Gordon Brown tutti i membri del Commonwealth cominciarono a vendere le proprie riserve auree]– osserva Ambrose Evans-Pritchard – nel 1998, Spagna, Svizzera, Olanda e altri, la Germania non ha venduto nessuno dei suoi lingotti d’oro, quando questo era di moda. E nemmeno l’Italia. I due Paesi ora possono stare seduti su riserve sostanziali che stanno iniziando ad assumere un significato politico».

Di fronte alla richiesta relativa al rimpatrio dell’oro tedesco, la Fed ha però opposto un rifiuto, negoziando un lasso temporale di restituzione di sette anni premurandosi di conservare il restante 37% dell’oro tedesco. Dopo alcuni mesi, Berlino, preso atto delle tergiversazioni statunitensi, ha fatto marcia indietro interrompendo il programma di rimpatrio dell’oro da New York. Ciò testimonia da un lato la pericolosità delle manovre targate Fed e dall’altro l’evidente calo di fiducia reciproca tra le principali Banche Centrali, suscettibile, in prospettiva, di insinuare un certo nervosismo tra gli operatori finanziari, che potrebbero interpretare la mossa di Berlino come una replica di quanto accadde quando la Francia di Charles De Gaulle ritirò il proprio oro dagli Stati Uniti contribuendo a far crollare il sistema monetario nato a Bretton Woods nel 1944.

Lo stesso ‘Financial Times’, dal canto suo, ha riposto il proprio scetticismo nei confronti dell’oro per ammettere che «occorre imparare dalla Bundesbank ed esigere la consegna dell’oro fisico […], perché un giorno i legami che tengono insieme il metallo materiale con quello ‘di carta’ possono rompersi, con catastrofici risultati». La decisione della Bundesbank di porre i lingotti sotto il proprio controllo diretto, evitando qualsiasi tipo di intermediazione, costituisce quindi un avvertimento per gli investitori. «La scelta tedesca – osserva l’analista finanziario Jim Sinclair – rappresenta un incoraggiamento generale a prendere (o riprendere) il controllo dell’oro, indipendentemente da chi lo custodisca. Quando la Francia lo fece, anni fa,  si sparse il panico tra la leadership finanziaria americana. La storia guarderà a questo recupero come all’inizio della fine di un dollaro considerato come valuta di riserva privilegiata».

Oltre a Sinclair, anche altri numerosi analisti hanno espresso l’opinione secondo cui l’attività frenetica che Cina, Russia, Germania e i più noti finanzieri a livello mondiale hanno messo in atto attorno all’oro, rappresenterebbe una chiara dimostrazione del fatto che il mondo si stia avviando verso l’adozione di un nuovo Gold Standard rivisitato e corretto, ma non privo di punti di contatto con il sistema monetario che rimase in vigore fino al 1931. Nel 2012, infatti, le banche hanno aumentato le loro riserve nette di 536 tonnellate, acquistando più lingotti d’oro in termini di volume che in qualsiasi altro anno fin dal crollo di Bretton Woods. Nell’arco di pochi anni, Olanda, Austria, Ecuador e Messico hanno emulato la posizione assunta da Venezuela e Germania richiedendo il rimpatrio del loro oro depositato presso la Federal Reserve, la Banque de France e la Bank of England. Tutto ciò sta a significare che l’attuale sistema economico imperniato sul dollaro come moneta fiduciaria a livello internazionale sta perdendo pesantemente quota.

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