lunedì, Ottobre 18

Cina e Russia stanno costruendo un nuovo Gold Standard?

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Negli Usa, l’ultimo controllo indipendente volto a verificare le reali quantità di metallo prezioso detenute all’interno dei forzieri della Federal Reserve risale al 1953, pochi giorni dopo l’insediamento del presidente Dwight Eisenhower. Ciò ha portato l’eccentrico ed atipico esponente repubblicano Ron Paul a denunciare il fatto che «La Federal Reserve non permette a nessuno di entrare, mentre dovrebbe fornire le prove di detenere l’oro che dichiara. C’è motivo per insospettirsi. Se non avesse nulla da occultare, perché la Federal Reserve non accetta un controllo?». William Kaye, gestore di fondi a Hong Kong ed ex di Goldman Sachs, ha rincarato la dose sostenendo che la Fed, per sostenere i propri azzardi monetari, abbia progressivamente eroso le proprie riserve auree fino all’esaurimento! Vi sono quindi diverse ragioni per ritenere possibile che la Federal Reserve disponga di una quantità effettiva di oro decisamente minore rispetto a quella dichiarata ufficialmente.

Unitamente a ciò, il fatto che Cina e Russia occupino posizioni di grande rilievo nella classifica dei maggiori Paesi produttori di oro al mondo costituisce una questione geopolitica di accresciuta rilevanza. Dopo la scoperta  di 270 nuovi giacimenti di oro sul proprio territorio, la Russia è peraltro riuscita a sorpassare gli Stati Uniti nella classifica dei maggiori produttori  mondiali, assestandosi al terzo posto. Nel 2013 la Russia ha aumentato la produzione di oro del 12,6%, raggiungendo le 254,241 tonnellate, mentre la Cina, primo produttore al mondo, ha aumentato la produzione del 6,2%, arrivando a 428,16 tonnellate. L’aumento della produzione di oro è un fattore la cui importanza è commisurata alla gravità della crisi economica scoppiata nel 2007-2008.

Nell’estate del 2012, il presidente russo Vladimir Putin affermò infatti che «Si deve riconoscere che non si vede alcuna opzione per superare l’attuale crisi economica globale». Putin pronunciava queste parole dopo aver speso oltre 500 milioni di dollari al mese per tutti i cinque anni precedenti allo scopo di accrescere le riserve auree russe portandole a quota 1.168,70 alla fine del 2014 (nel 2005 ammontavano ad appena 386,86 tonnellate), in modo da diversificare gli attivi nazionali al di fuori di dollari ed euro. Ma non sono soltanto Russia e Cina ad aver incrementato le proprie riserve auree.

Alla fine del 2011, il Brasile deteneva 33,61 tonnellate; nel 2014, secondo quanto rivelato dal World Gold Council, è arrivato a controllare 67,20 tonnellate; praticamente ha raddoppiato le proprie riserve in oro; nel 2010, il Kazakistan disponeva di riserve in oro per 67,32 tonnellate, passate a 185,90 nel 2014; ha quasi triplicato le sue riserve; sempre nel 2010 la Corea del Sud custodiva nei propri forzieri 14,44 tonnellate contro le 104,44 del 2014; il Messico aveva 7,06 tonnellate nel 2010 contro le 123 del 2014; il Nepal è arrivato ad immagazzinare 36,33 tonnellate d’oro, ben 12,44 tonnellate in più rispetto al 2012; le Filippine sono passate a controllare da 131,67 tonnellate nel 2007 a 194,85 tonnellate nel 2014; lo Sri Lanka da 9,98 tonnellate del 2011 alle 23,10 del 2014; il Tajikistan deteneva 1,75 tonnellate nel 2010 contro le 9,61 del 2014; l’India è passata dalle 357,75 tonnellate del 2007 alle 557,75 nel 2014; la Turchia è arrivata a detenere ben 521 tonnellate d’oro nel 2014 contro le 116,10 tonnellate del 2010.

Incoraggiati dalla effettiva ‘disconnessione’ tra domanda fisica (esorbitante) e andamento dei prezzi dovuta alla massiccia speculazione promossa dalla Fed a sostegno del dollaro, i magnati George Soros, Warren Buffett, e John Paulson hanno drasticamente alleggerito i propri investimenti azionari acquistando oro per oltre 150 milioni di dollari a testa. La Pacific Investment Management Company (Pimco), grande società di gestione degli investimenti (gestisce oltre 2.000 miliardi di dollari), ha incrementato la quota in oro presente nel suo Commodity Total Return Fund, portandola dal 10,5% degli attivi totali del giugno 2012 all’11,5% dell’agosto dello stesso anno.

Già nel novembre del 2011, per la verità, il Venezuela aveva attuato la Operazione Oro Patrio, attraverso la quale il Paese sudamericano ha ripreso il controllo fisico di circa 30 tonnellate del proprio oro che erano conservate prevalentemente in Gran Bretagna, Francia, Lussemburgo e Svizzera. La decisione risaliva al mese di agosto, quando Hugo Chavez aveva firmato una legge che prevedeva la nazionalizzazione dello sfruttamento delle riserve aurifere del Venezuela, e successivamente sostenuto che a causa delle eccessive turbolenze economiche e politiche che affliggevano l’Europa, era giunto il momento di mettere in salvo le riserve auree venezuelane custodite nel ‘vecchio continente’, trasferendole in nazioni alleate come la Russia, la Cina o il Brasile.

L’Unione Europea, detenendo nel complesso le maggiori riserve auree del mondo, trarrebbe diversi vantaggi dall’introduzione di un nuovo Gold Standard, e potrebbe costituire un fronte comune con la Cina per spingere in questa direzione. Il direttorio europeo è però troppo legato al vincolo atlantico per operare in tal senso, e anche nel (remoto) caso in cui dovesse vincere le proprie renitenze molto difficilmente riuscirebbe a far valere il proprio potere contrattuale per strappare agli Stati Uniti un’equa ripartizione del capitale fittizio nel nuovo contesto monetario.

Ciononostante, nel gennaio 2013, la Germania (che possiede ufficialmente le seconde riserve auree mondiali, quantificabili in circa 3.396 tonnellate, per un valore di 133 miliardi di euro) ha pubblicamente notificato l’intenzione di porre, entro il 2020, almeno metà delle proprie riserve auree sotto il proprio controllo diretto, subito prima che la Bundesbank inoltrasse una richiesta relativa al rimpatrio del proprio oro dai depositi negli Stati Uniti e in Francia, nel tentativo di riportare nelle casse tedesche ben 374 tonnellate d’oro (11% del totale) da Parigi ed altre 300 (8% del totale) da New York – il 13% è invece depositato in Gran Bretagna.

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