domenica, Agosto 1

Cina e l'interferenza straniera field_506ffbaa4a8d4

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Dal 4 giugno del 1989 ad oggi, la Cina è cambiata radicalmente. Il Paese si è modernizzato, con tassi di crescita annui del 9-10% che l’hanno reso la seconda economia più grande del mondo dopo gli Stati Uniti. Il gigante comunista, ai tempi di Mao Zedong inaccessibile e in balia di lotte ideologiche per la realizzazione del socialismo di stampo sovietico, si è aperto ai mercati globali e si è integrato sempre di più, sia economicamente che culturalmente, con il resto del pianeta. Per anni, durante l’ascesa inarrestabile del Paese, molti osservatori occidentali hanno espresso la speranza che lo sviluppo economico della Cina avrebbe portato alla sua democratizzazione. Nel 2001, ad esempio, il ‘Los Angeles Times’ paragonava le Olimpiadi di Pechino del 2008 alle Olimpiadi che si tennero a Seoul nel 1988. Sotto i riflettori internazionali, infatti, la Corea del Sud iniziò un processo di riforme politiche che portò al trionfo della democrazia.

Fino ad oggi, però, il cammino della Cina ha contraddetto tutte le previsioni. Se da un lato il Governo di Pechino ha introdotto riforme di mercato e ha allentato la morsa ideologica sulla popolazione, dall’altro, esso non ha ceduto di un millimetro alle spinte democratiche provenienti dal basso.  Il PCC (Partito Comunista Cinese) continua a considerarsi l’unica organizzazione politica che ha il diritto e la capacità di governare la Cina. Nella sua costituzione, il partito si autodefinisce «l’avanguardia della classe lavoratrice, del popolo e della nazione cinese. Esso è il pilastro della causa del socialismo con caratteristiche cinesi e rappresenta la direzione di sviluppo delle forze produttive avanzate della Cina, l’orientamento avanzato della cultura cinese e gli interessi fondamentali della stragrande maggioranza del popolo cinese». Il PCC rimane, dunque, legato all’autoritarismo di matrice leninista. Il revival del maoismo sotto il Governo di Xi Jinping, che ha messo da parte la nozione di ‘leadership collettiva’ praticata sin dall’era di Deng Xiaoping,  sostituendola con un nuovo culto della personalità intorno alla propria persona, fa pensare che il regime comunista non abbia alcuna intenzione di modificare il concetto di ‘dittatura democratica del popolo’ enunciato nell’Articolo I della Costituzione della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Anzi, sembra proprio che, invece di più democrazia, il PCC voglia rafforzare il proprio monopolio del potere.

Ma se la Cina è cambiata, può il Partito Comunista restare fedele ai principi del passato? Può un Paese integrato, con e dipendente dal resto del mondo, imporre il proprio volere ai cittadini, reprimendo il dissenso? La questione delle riforme istituzionali e del futuro del partito unico non viene discussa pubblicamente nella Cina continentale, dove un misto di censura, controllo della società civile, potere militare e straordinari successi economici rendono il PCC quasi del tutto inattaccabile. E’ nella periferia del vasto Paese che la legittimità del regime comunista è più a rischio. Proprio all’ex colonia britannica di Hong Kong è toccato il compito di riaccendere la fiamma della democrazia spentasi, almeno superficialmente, nel giugno del 1989.

Nel 1997 Hong Kong, dopo più di 150 anni di dominio coloniale britannico, è divenuta una Regione Amministrativa Speciale della RPC. Poiché la città non era mai stata sotto il controllo comunista e aveva sviluppato delle strutture sociali ed economiche proprie, l’allora leader cinese Deng Xiaoping escogitò la formula di   ‘un Paese, due sistemi’. Hong Kong avrebbe mantenuto il proprio stile di vita, le proprie leggi, la propria moneta, e avrebbe goduto di ampia autonomia.

Ma le contraddizioni di questa soluzione sono molteplici. La Legge Fondamentale, una sorta di minicostituzione di Hong Kong, manifesta tutta la tensione nei rapporti fra il Governo locale e quello centrale. Secondo l’Articolo 12  della Legge Fondamentale, ad esempio, Hong Kong  «godrà di un ampio grado di autonomia e verrà direttamente posta sotto il Governo Centrale del Popolo». L’Articolo 15 prevede che il Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, una funzione corrispondente a quella di primo ministro, deve essere nominato dal Governo Centrale. Allo stesso modo, Hong Kong gode di un potere legislativo proprio, ma il Comitato Centrale del Congresso Nazionale del Popolo (CNP) di Pechino può respingere leggi.

Secondo i gruppi democratici di Hong Kong, l’unico modo per eliminare queste contraddizioni è che il Capo dell’Esecutivo venga eletto  per suffragio universale con candidature apertePechino, invece, ha concesso un suffragio universale con caratteristiche cinesi. Un comitato di 1,200 persone, considerate filocomuniste, eleggerà 3 candidati, e la popolazione sceglierà poi uno di loro. Di fatto, il PCC può così ostracizzare gli avversari politici. La conseguenza di questa finta riforma democratica è stata lo scoppio della cosiddetta ‘rivoluzione degli ombrelli’, in cui il movimento democratico di Occupy Central nonché vari gruppi studenteschi hanno lanciato un’occupazione del centro di Hong Kong che ormai dura dal 28 settembre.

Sia il Governo centrale di Pechino che quello locale di Hong Kong hanno duramente criticato i movimenti democratici. Xi Jinping ha definito Occupy Central ‘illegale’, e ha dato il suo pieno sostegno Leung Chun-ying, l’attuale Capo dell’Esecutivo di Hong Kong. «Lo stato di diritto è il fondamento della stabilità e della prosperità di Hong Kong», ha detto Xi.  «Il Governo centrale rispetta il principio di ‘un Paese, due sistemi’ e la Legge Fondamentale».

L’accusa forse più grave lanciata contro i sostenitori della rivoluzione degli ombrelli è, però, quella di essere appoggiati da Governi occidentali. Nella Cina del dopo Mao, il nazionalismo è divenuto l’arma ideologica più importante per giustificare il monopolio del potere del PCC. Dopo il 1997 Pechino ha iniziato ad inculcare la propria versione dell’amor di patria nelle menti dei cittadini di Hong Kong, e in particolare dei più giovani. Accusando i filodemocratici di essere traditori conniventi con Governi stranieri anticinesi, lo Stato può diffamare e screditare i dissidenti.

«Il movimento Occupy Central è durato più di un mese e i suoi obiettivi sono chiari», ha scritto il 29 ottobre il ‘Global Times’, giornale del PCC. «Nono solo esso vuole cambiare il Governo di Hong Kong, ma anche creare caos in tutta la società cinese, facendo deteriorare l’atmosfera politica della Cina». L’editoriale fa poi riferimento a ‘forze straniere’ che sarebbero dietro alle proteste. «Forze internazionali ostili alla Cina continuano ad esaltare i manifestanti offrendogli segretamente aiuti finanziari e altri tipi di assistenza con lo scopo di far sfociare Occupy Central nella violenza e nell’estremismo. Se non riusciamo a fermare queste tendenze, lo spargimento di sangue istigato deliberatamente da forze esterne sarà inevitabile».

L’articolo cita come prova i finanziamenti che la NED (National Endowment for Democracy), un’organizzazione non-profit statunitense, ha messo a disposizione a Hong Kong per promuovere progetti di sostegno alla democrazia. Lo scorso anno, la NED ha donato 695,031 di dollari a gruppi che ne hanno fatto richiesta, fra cui Hong Kong Human Rights Monitor.  Louisa Greve, vice presidente dei progetti della NED per l’Asia, il Medio Oriente e l’Africa del Nord, ha smentito le accuse. «Non è del tutto inusuale che Governi autoritari che non hanno legittimità popolare ottenuta attraverso elezioni diano la colpa agli stranieri per l’insoddisfazione dei propri cittadini», ha dichiarato.

Leung Chun-yin, il Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, ha anch’egli affermato che forze straniere abbiano fomentato le proteste di Occupy Central, sostenendo di avere le prove per confermarlo. «Ci sono forze straniere che partecipano al movimento Occupy Central, non è una mia speculazione», ha detto il politico. «In quanto capo del Governo è mio dovere conoscere queste circostanze. Per quanto riguarda il momento in cui renderò pubbliche le prove, faremo le considerazioni opportune al tempo dovuto. Ogni Governo che venisse a conoscenza di questi fatti non potrebbe che affrontarli e cercare di risolvere la situazione».

Come spiega Anne-Marie Brady, la paura del PCC di essere circondato da forze esterne ostili al regime ha una lunga storia. Già negli anni ’80, con la crisi del blocco sovietico, Deng Xiaoping e i conservatori nelle fila del PCC si convinsero che il clima internazionale gli era sfavorevole, e che gli Stati Uniti stessero combattendo una guerra mediatica per discreditare il comunismoDopo la repressione delle proteste studentesche di Piazza Tiananmen del 4 giugno del 1989, la moderata liberalizzazione politica degli anni ’80 lasciò il posto ad un ritorno al conservativismo e al controllo statale. Anche Hong Kong risentì del mutato atteggiamento della leadership pechinese.

Martin Lee, un avvocato di Hong Kong che aveva fatto parte del Comitato Costituente della Legge Base, ne fu espulso. Egli si era opposto ad alcuni degli aspetti più autoritari della minicostituzione, fra cui le leggi antisovversione. Secondo l’Articolo 23 della Legge Base, formulato dopo l’espulsione di Lee,  «la Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong può autonomamente promulgare leggi che proibiscano ogni atto di tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il Governo Centrale del Popolo, o furto di segreti di Stato … e che proibiscano a organizzazioni politiche della regione di stabilire legami con organizzazioni politiche straniere». Pechino, infatti, temeva che dopo il 1997 Hong Kong si sarebbe trasformata in una base di agitazione antigovernativa da parte sia di cinesi che di stranieri. L’Articolo 23 è uno dei più controversi e impopolari della Legge Base. Nel 2003, il Governo di Tung Chee-hwa cercò di promulgare delle leggi per implementare l’Articolo 23, circa 500,000 persone scesero in piazza ed egli dovette ritirare le proposte.

Le ingerenze dei Paesi occidentali, però, forniscono al PCC degli elementi obiettivi per sostenere la teoria della cospirazione internazionale contro la Cina.  Questo mese, ad esempio, un gruppo di senatori statunitensi, fra cui figure importanti come Nancy Pelosi e Marco Rubio, hanno annunciato di voler presentare una legge per monitorare lo sviluppo dei diritti umani a Hong Kong. «L’autonomia e le libertà di Hong Kong, essenziali per le sue relazioni con gli Stati Uniti, sono minacciate dalla Cina», ha detto Sherrod Brown, senatore del Partito Democratico e co-direttore della Commissione Congressionale Esecutiva sulla Cina.

Intanto il Regno Unito, che ha governato la colonia di Hong Kong fino al 1997, ha lanciato un’investigazione parlamentare. In quanto cofirmataria della Dichiarazione Comune Sino-Britanica del 1984, Londra ha la responsabilità di controllare che i termini del documento vengano rispettati. Martin Lee e Anson Chan, entrambi esponenti di prestigio del fronte democratico di Hong Kong, si sono recati a luglio nella capitale britannica per dare la loro versione dei fatti alla commissione d’inchiesta.  Martin Lee ha accusato la Gran Bretagna di coltivare i rapporti economici con la Cina  «a scapito degli obblighi legali e morali nei confronti di Hong Kong».  Questo punto di vista è stato echeggiato da Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong. «Quando la Cina sostiene che ciò che sta avvenendo a Hong Kong non ha nulla a che fare con noi dobbiamo dire con assoluta chiarezza, pubblicamente e privatamene, che non è così», ha dichiarato Patten.

Ma la RPC non tollera alcuna ingerenza straniera.  «Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina e gli affari d Hong Kong sono questioni interne della Cina», ha detto Hong Lei, portavoce del Ministero degli Esteri cinese. «Nessun Governo straniero o cittadino straniero ha il diritto di rilasciare commenti irresponsabili».

Ancora più chiare sono state le parole di Xi Jinping in risposta al Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, il quale aveva dato il suo supporto alla democratizzazione di Hong Kong durante l’incontro fra il leader cinese. In una conferenza stampa congiunta, Xi Jinping ha risposto in maniera chiara. «Hong Kong è esclusivamente un affare interno della Cina e Paesi stranieri non devono interferire in nessun modo. Nei miei colloqui col Presidente Obama ho anche messo in evidenza che Occupy Central è un movimento illegale».

Oggi come 25 anni fa, il PCC teme le interferenze straniere e considera i movimenti democratici come delle minacce all’ordine costituito della Stato fomentate dall’estero. Il modo in cui la leadership di Pechino reagirà alla rivoluzione degli ombrelli sarà il vero banco di prova della direzione futura del regime.

 

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