lunedì, Settembre 20

Cina e la questione palestinese

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Gli sforzi cinesi di questo principio d’anno non fanno che confermare le linee guida della politica cinese in merito al coinvolgimento di Pechino nel processo di pace in Medio Oriente. A metà del 2013, sia Mahmoud Abbas, Presidente palestinese, che Benjamin Netanyahu, Primo Ministro israeliano, hanno visitato Pechino in due viaggi molto ravvicinati.

Xi aveva ancora una volta espresso il punto di vista cinese sulla questione palestinese, aggiungendo che Israele ha il diritto di esistere e che le sue legittime preoccupazioni in materia di sicurezza devono essere pienamente rispettate. In quell’occasione, aveva presentato una Proposta di pace in quattro punti: coesistenza pacifica; negoziazioni e colloqui di pace; rispetto del principio di “land for peace” (territorio in cambio della pace); coinvolgimento attivo e responsabile della comunità internazionale come garante del processo stesso.

Il ‘South China Morning Post‘ (Scmp), all’epoca, riteneva che Pechino potesse avere la velleità di promuovere proprio in Cina un incontro tra i due leader, citando la portavoce del Ministero degli Esteri, Hua Chunying: «Se i leader palestinese e israeliano desiderano incontrarsi in Cina, saremo felici di provvedere alle necessità organizzative». Tuttavia, citava anche Yin Gang, esperto di Medio Oriente, secondo il quale era altamente improbabile che la Cina potesse contribuire a superare lo stallo nei colloqui di pace e men che meno decidere di tenerli in Cina, dato che essa non figura tra i quattro promotori ufficiali dei colloqui stessi (Stati Uniti, Ue, Russia e Onu).

Vari osservatori (come Cary Huang per il Scmp, e Muhammad Zulfikar Rakhmat e Yiyi Chen sul blog del China Policy Institute dell’Università di Nottingham) ritengono che se pure la tentazione di intromettersi più organicamente ci fosse, non è uno sviluppo che vedremo a breve, anche alla luce del delicato equilibrio nelle relazioni tra il gigante asiatico e gli Stati Uniti.

Vale però la pena notare che la posizione cinese nei confronti della questione palestinese non è costretta da situazioni che riguardano invece altri attori. Per esempio, la Cina non ha una significativa minoranza ebraica in grado di fare pressioni come la comunità americana; non ha dinamiche partitiche interne per le quali gli schieramenti politici si oppongono ottusamente sostenendo l’uno o l’altro fronte; inoltre, mantiene rapporti amichevoli con Israele ma anche con i suoi “nemici” più o meno dichiarati.

In ogni caso, la Cina potrebbe essere interessata a giocare un ruolo più di rilievo sullo scenario mediorientale, anche se con uno stile diplomatico più discreto e meno roboante (anche meno invadente, fondato su un accesso non militare) di quello solitamente sposato da altri attori internazionali. La Cina è il secondo partner commerciale del mondo arabo e desidera promuovere ulteriormente le relazioni commerciali e il proprio peso economico nella regione. Allo stesso tempo, Pechino ha allacciato rapporti con Israele, in materia di sicurezza e anti-terrorismo, scambi culturali, cooperazione tecnologica, ecc. In particolare, la Cina si è rivolta verso joint-venture con imprese israeliane, soprattutto nel settore dell’high-tech. Data la fama di Israele di essere una “start-up nation”, ovvero un Paese nel quale le imprese start-up fioriscono rigogliose – soprattutto in settori legati alla cyber-sicurezza, alle biotecnologie e alla farmaceutica – la scelta degli investitori cinesi non sorprende affatto.

Se il volume degli scambi commerciali è andato crescendo, gli scambi culturali hanno registrato un andamento simile. E allora c’è chi ha notatoMohammad Turki al-Sudairi, sul portale ‘Jadaliyya’  – che Israele ha penetrato con successo il mondo accademico cinese, portando avanti uno degli aspetti della hasbara (termine che in ebraico significa ‘spiegazione’ e che si riferisce ai vari media utilizzati per chiarificare e promuovere le ragioni, le posizioni e le azioni di Israele) con l’obiettivo di influenzare la percezione che la Cina ha di Israele.

A una prima analisi, le scelte cinesi appaiono guidate dal pragmatismo e da una valutazione generale degli interessi sia strategici che economici (e spesso i due aspetti coincidono) di Pechino, piuttosto che da posture ideologiche, ed è forse questa la ragione per cui il governo cinese non si discosta, in materia di politica estera, dalle tendenze dominanti o dal cosiddetto consenso globale. I fattori che guidano la posizione cinese rispetto alla questione palestinese sono quindi da un lato un calcolo dei costi e benefici e dall’altro la necessità di dare l’impressione di accontentare tutti i suoi partner regionali, o almeno di non scontentarli.

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