sabato, ottobre 20

Cina e il business made in Tibet Nonostante le frizioni etnico-politiche, il Tibet affascina i ricchi cinesi

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Tre anni fa Sonam Droma ha lasciato il pubblico impiego per aprire un negozio online specializzato in prodotti tradizionali tibetani. Si chiama Tibet Sonam Dorje Trade ed è il primo nel suo genere (a gestione tibetana e con base in Tibet) ad essere stato accolto sulla piattaforma di Alibaba Tianmao. L’idea – racconta la trentenne al ‘China Daily’– nasce da un’intuizione del marito Wang Xin, cinese Han (l’etnia maggioritaria), originario della provincia del Jilin e appassionato di cultura tibetana.

Incoraggiati dal rapido sviluppo delle infrastrutture logistiche nella regione autonoma (faccia buona del ‘neocolonialismo’ con caratteristiche cinesi), i due si sono detti che aprire un negozio sarebbe stato anche un modo per far conoscere la tradizione tibetana al mondo esterno. Oggi lo store propone oggettistica nepalese, tappeti, rosari e molto altro; alcuni prodotti sono benedetti su commissione da maestri buddhisti. Gli affari – estesi ormai anche all’estero – vanno talmente bene che per reggere il carico di lavoro Sonam Droma ha deciso di assumere 10 impiegati.

Quella di Sonam Droma non è la storia di un successo isolato, quanto piuttosto il sintomo di un trend in espansione. Una classe cinese agiata e sempre più numerosa è alla ricerca di nuovi canali attraverso cui affermare il proprio status sociale. Una spruzzata di esotismo non guasta. «Ora che tutte le amanti dei signori del carbone dello Shanxi possono permettersi una borsa di Vuitton, per distinguersi dagli altri, quelli davvero ricchi stanno cominciando a cambiare gusti», spiega al ‘New York Times’ John Osburg, Professore di antropologia presso la University of Rochester, nonché autore di ‘Anxious Wealth: Money and Morality Among China’s New Rich’, fotografia delle abitudini dei ‘paperoni’ d’oltre Muraglia.

Lo scorso novembre, da Christie Hong Kong, il miliardario Liu Yiqian ha sborsato 45 milioni di dollari per aggiudicarsi un thangka (arazzo tibetano in seta) commissionato oltre seicento anni fa da un imperatore Ming. Una cifra mai pagata prima per un pezzo cinese ad unasta internazionale. Senza arrivare a tanto, su Taobao, l’eBay ‘in salsa di soia’, gli amanti dell’esotico possono trovare scatole da regalo in pelle di yak a 80 dollari e creme per il viso a base di radici di rosa tibetana. Ai palati più esigenti, Mayke Ame, noto ristorante di Pechino, offre un liquore tibetano a 880 yuan (142 dollari) la bottiglia e lingua di yak brasata a 888 yuan (143 dollari), mentre Tibet 5100 ha già superato Evian e Perier al top delle acque minerali sul mercato cinese.
Nonostante le oltre 130 auto-immolazioni tibetane in chiave anti-Pechino, la fascinazione per il ‘Tetto del Mondo’, con la sua aurea di mistero e la sua sacralità, esercita un notevole appeal sui ricchi Han. Complice la visione idealizzata di cui gode il Tibet come locus amoenusdi pace e purezza. Esattamente quel che sognano molti cinesi urbanizzati, stufi della vita caotica delle metropoli ipertrofiche che caratterizzano la Repubblica Popolare. Nel 2013, oltre 12 milioni di turisti hanno visitato la regione autonoma (di cui 223mila stranieri) portando nelle casse del Governo provinciale 2,72 miliardi di dollari. Ma se da una parte lo sviluppo dell’industria turistica aiuta a migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, dall’altra il discutibile comportamento mantenuto da alcuni visitatori cinesi è motivo di critiche ricorrenti. «Sembra che il popolo tibetano a volte sia osservato dai turisti cinesi come se fosse ad un’esposizione, proprio come gli animali dello zoo, come se fossero lì per essere fotografati indipendentemente dal fatto che vogliano esserlo o no» si legge nel rapporto ‘Culture Clash: Tourism in Tibet‘. D’altra parte, come riporta il ‘Jing Daily’, non di rado il gusto per l’esotico finisce per sconfinare nel kitsch. È questo il caso delle opere di Chen Yifei, artista cinese inviso alla comunità tibetana per via delle sue rappresentazioni eccessivamenteprimitive della minoranza etnica; una specie di ‘mito del buon selvaggio’ dei tempi moderni.

«Penso che tutto questo faccia parte di un interesse spirituale per la coltivazione della moralità. Alcune persone sono veramente interessate a diventare ‘migliori’. Allo stesso tempo, però, questa tendenza viene alimentata dal desiderio di affermare una distinzione sociale», chiarisce Osburg. Un punto messo in luce dalla crescente attrazione dellélite cinese per il Buddhismo tibetano, anticamente praticato nelle corti imperiali cinesi e oggi diffuso persino ai piani alti del Partito Comunista. Si dà il caso infatti che, nonostante l’ateismo di Stato, le religioni siano state recentemente ‘riabilitate’ dalla leadership come panacea per il vuoto valoriale di cui soffre la società cinese, effetto diretto dell”arricchimento glorioso’ perseguito dal gigante asiatico nell’ultimo trentennio. Secondo un recente sondaggio di WIN/Gallup International, la Cina è «la capitale mondiale degli infedeli», con solo il 6 per cento dei rispondenti che si definisce ‘credente’ e uno straripante 68 per cento fermamente ateo, il doppio rispetto a qualsiasi altro Paese.

Ciononostante, reclutare guide spirituali è diventata una pratica piuttosto diffusa tra i ricchi Han. E non serve arrivare fino in Tibet. Chi vuole può sempre seguire il Dharma accedendo agli esclusivi club ospitati da comuni privati lontano da occhi indiscreti nel centro di Pechino. Mecenati che, una volta scelto il proprio lama ‘di fiducia’, ripagano la ‘consulenza spirituale’ con bustarelle, banchetti sontuosi e regali sfarzosi. «Non è raro che i giovani ricchi cinesi che possiedono vari appartamenti ne regalino uno al loro guru per organizzare cerimonie e rituali, dal momento che le attività religiose non sono autorizzate in pubblico», spiega Osburg, sottolineando l’atteggiamento ambiguo mantenuto dalle autorità davanti al diffuso fervore spirituale.

Un’ambiguità che ha permesso a Xiao Wunan, ex alto funzionario del PCC, di farsi immortalare, in un video diffuso dalla BBC a gennaio, accanto al Dalai Lama, il leader religioso tibetano additato da Pechino come separatista e in esilio in India dal 1959. Le autorità cinesi e tibetane non si incontrano formalmente dal 2010. Xiao – si mormora vicino al Presidente Xi Jinping per amicizie paterne – si trovava a Dharamsala in qualità di Vice Direttore dell’Asia Pacific Exchange and Cooperation Foundation (APECF), fondazione sostenuta dal Governo cinese e incaricata dello sviluppo di ‘progetti significativi’, tra cui un sito buddhista in Nepal del valore di svariati miliardi di dollari. Durante l’incontro, i due si lagnano vicendevolmente dell’approccio di Pechino alla questione tibetana (il Dalai Lama) e del problema dilagante dei finti lama (Xiao), impostori pronti a spennare il primo facoltoso protettore che passa loro sotto mano, anche a costo di ricorrere alla corruzione pur di ottenere dai funzionari locali un certificato che ne attesti la carica di huofo zheng (‘Buddha vivente’). Invero, quello tra religione e denaro è un connubio tossico ampiamente riconosciuto. A marzo Shaolin, il celebre tempio delle arti marziali non insolito a iniziative di dubbio gusto, era finito nuovamente sotto accusa per un piano di espansione in Australia (da 380 milioni di dollari) che prevede un hotel a 4 stelle da 500 posti e un campo da golf a 27 buche.

Come fa notare Osburg, «[in Cina]non c’è quel tipo di rifiuto dei beni materiali tipico dei buddhisti hippie occidentali. [I seguaci cinesi] spesso non sono veramente interessati a diventare illuminati o bodhisattva. Piuttosto pensano: ‘forse potrei sfruttare il potere del Buddhismo tibetano per migliorare il mio business o per tenermi lontano dalla campagna anticorruzione’». Addirittura talvolta ad attrarre è soltanto una generica spiritualità, e poco conta se si tratta di Buddhismo, Taoismo o persino Cristianesimo. Uno vale l’altro, purché serva allo scopo.

 

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