domenica, Aprile 18

Cina e Giappone quasi amici?

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Se non si può ancora parlare di pace, quello tra Cina e Giappone sembra quantomeno essere un ‘armistizio’. L’approssimarsi del summit APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) ha spianato la strada alla ripresa dei colloqui tra i due rivali asiatici: in cima all’agenda sicurezza nel Mar Cinese Orientale, rapporti commerciali e un primo meeting bilaterale tra il Presidente cinese Xi Jinping e il Premier nipponico Shinzo Abe. Ma andiamo per ordine.

La scorsa settimana, Pechino è tornato a bacchettare Tokyo. Parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ricordato che «la storia non deve essere distorta e l’aggressione non deve essere negata (…) Soltanto in Cina l’attacco dei militari giapponesi ha fatto 35 milioni di vittime tra soldati e civili, morti e feriti». Le cifre del massacro perpetrato dal Sol Levante riempiono di quando in quando i comunicati ufficiali; figuriamoci con l’avvicinarsi del primo giorno dei martiri (30 settembre), new entry nel calendario delle festività con le quali Pechino si impegna a ricordare quanti sono morti servendo la Nazione tra le Guerre dell’oppio e la seconda guerra sino-giapponese.

Nell’ultimo anno, un’escalation di eventi ha squassato l’Asia-Pacifico in un botta e risposta che ha visto protagonisti sopratutto Pechino, Tokyo e gli strascichi della Seconda Guerra Mondiale. Lo scorso febbraio, Abe ha ordinato un riesame della dichiarazione Kono del 1993 sulle ‘comfort women’, come vengono chiamate le donne asiatiche costrette a lavorare nei bordelli dell’esercito imperiale giapponese tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso. La mossa ha scatenato le ire di Cina e Corea del Sud, che accusano il Governo nipponico di militarismo a causa della dibattuta revisione dell’Art. 9 della Costituzione Pacifista.

Di pochi mesi prima la visita di Abe al controverso santuario di Yasukuni, dove riposano le spoglie di criminali di Classe A condannati per crimini contro la pace durante la Seconda Guerra Mondiale. L’iniziativa aveva spinto anche Washington ad esprimere una severa condanna, contravvenendo all’abituale predilezione americana per il compromesso al fine di calmare le acque nel Mar Cinese Orientale: gli Stati Uniti sono legati al Giappone da un trattato di cooperazione e mutua sicurezza che «copre tutti i territori sotto amministrazione giapponese, comprese le isole Senkaku», rivendicate da Pechino con il nome di Diaoyu. Vale a dire che, nel caso in cui Pechino e Tokyo passassero dalle frizioni verbali alle armi, Washington si troverebbe costretto a intervenire in favore del vecchio alleato. Un’ipotesi tutt’altro che auspicabile per l’amministrazione Obama, divisa tra la volontà di affermare a propria assertività nell’Asia Orientale e la necessità di mantenere cordiali rapporti con la seconda economia del mondo.

Ma è proprio riguardo le dispute marittime che, a sorpresa, Wang Yi ha adottato una linea più morbida rispetto al suo predecessore. Se nel 2012, l’allora Capo della diplomazia cinese Yang Jiechi si rivolse alle Nazioni Unite bollando la nazionalizzazione giapponese delle isole Diaoyu/Senkaku come un furto‘, stavolta Wang ha invitato al «rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale» astenendosi dal citare nello specifico i casi che vedono la Cina fronteggiare alcuni vicini asiatici per difendere i propri diritti nel Mar Cinese Orientale (da Giappone e Taiwan) e in quello Meridionale (sopratutto, da Filippine e Vietnam). Appena un paio di giorni prima, il Ministro degli Esteri cinese aveva avuto un incontro informale con il suo omologo nipponico Fumio Kishida «su espressa richiesta della parte giapponese». Si tratta del secondo faccia a faccia tra i rispettivi dicasteri da quando Abe ha assunto l’incarico di Premier nel dicembre 2012; il primo aveva avuto come sfondo il summit Asean tenutosi quest’estate a Naypyidaw, in Birmania. Il prossimo passo potrebbe essere un meeting ai massimi vertici.

E’ dalla fine di luglio che si fa avanti l’ipotesi di un confronto diretto tra Xi Jinping e Shinzo Abe, caldeggiato durante la trasferta pechinese dell’ex Primo Ministro giapponese Yasuo Fukuda in qualità di portavoce di Abe. Da quel momento gli scambi tra le due parti si sono intensificati con l’obiettivo di appianare le divergenze in vista del vertice APEC, evento che si terrà a Pechino il prossimo novembre e che potrebbe fornire l’occasione per un incontro bilaterale tra i due leader – proprio alla vigilia di ‘Sunnylands II’, secondo round di colloqui informali tra Xi Jinping e Barack Obama. «Il Giappone continua a mantenere aperta la porta del dialogo, mi piacerebbe che la Cina facesse lo stesso», ha dichiarato Abe in un’intervista rilasciata al nipponico ‘Sankei Shmbun’ lo scorso agosto.

Da sempre Pechino avanza due condizione come imprescindibile premessa per la realizzazione di un dialogo con Tokyo: 1) l’ammissione da parte del Governo giapponese dell’esistenza di un contenzioso per quanto riguarda la sovranità sulle Diaoyu/Senkaku; 2) la promessa da parte della dirigenza nipponica di sospendere le visite al santuario Yasukuni. Il Giappone non ha mai dato segno di voler sottostare alle regole di Pechino, d’altra parte -come sottolinea l’Asahi Shimbun’-, un rifiuto alle richieste di Abe costerebbe alla Cina (in quanto Paese ospitante dell’APEC) le critiche della comunità internazionale.

Le evoluzioni degli ultimi giorni suggeriscono una svolta positiva nel processo di riavvicinamento tra i due Paesi, facilitato dalla stabilizzazione della politica interna su ambo i versanti. Mentre, a Pechino, la campagna anti-corruzione ha falcidiato il Partito risparmiando una rosa di uomini vicini a Xi Jinping, in Giappone il rimpasto del Gabinetto si è concluso con l’insediamento in posizioni chiave di funzionari filo-cinesi. Nel dettaglio: la nomina di Sadakazu Tanigaki a Segretario generale dell’LDP (Liberal Democratic Party), il primo partito giapponese di cui Abe è Presidente, e di Toshihiro Nikai, ex Ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, come suo vice. Entrambe figure che la stampa internazionale definisce ‘favorevoli alla Cina’, lasciando sperare in un disgelo tra le due potenze asiatiche.

In effetti, un primo grande balzo in avanti c’è già stato. Il 23 e il 24 settembre, la città portuale cinese di Qingdao ha ospitato quelle che sono state interpretate come prove tecniche di dialogo. Corposi colloqui hanno visto partecipare Yi Xianliang,Vicedirettore generale del Dipartimento Oceani presso il Ministero degli Esteri, e il suo omologo giapponese, Makita Shimokawa, oltre a diversi funzionari dei Ministeri della Difesa, degli Esteri e dei Dipartimenti per gli Affari marittimi ed energetici. La prima e ultima tornata di incontri risaliva al maggio 2012; poi l’acquisto da parte di Tokyo di tre delle Daioyu/Senkaku dalla famiglia Kurihara -che ne deteneva i diritti di sfruttamento- ha bloccato le trattative.

Mentre un prossimo meeting dovrebbe tenersi intorno alla fine dell’anno o poco dopo, le due parti si sono impegnate a realizzare un meccanismo di comunicazione (al momento Cina e Giappone utilizzano frequenze radio differenti) per gestire al meglio le questioni marittime e scongiurare il verificarsi di incidenti in acque contese. Una misura che fino ad oggi ha incontrato l’ostruzionismo dell’Esercito popolare di liberazione, tradizionale bastione di istanze ultranazionaliste, ma in continua metamorfosi da quando Xi Jinping – che è anche Capo della Commissione Militare Centrale- ha cominciato a piazzarvi i propri accoliti. Quest’anno i Capi della marina cinese e giapponese si sono incontrati due volte, prima, ad aprile, in occasione del Western Pacific Naval Symposium e ancora a metà settembre per l’International Seapower Symposium presso il US Naval War Collage. Allo stesso tempo, il numero delle incursioni effettuate da imbarcazioni affiliate al Governo cinese in acque contese è calato a dispetto di un aumento delle barche da pesca.

In Giappone prevale la diffidenza. Temendo che una volta concluso l’APEC, i lavori per la hotline finiscano in cavalleria, il Ministero della Difesa preme per una ripresa dei colloqui «il prima possibile». Nel frattempo i critici della politica muscolari cinese si sono azzittiti. La scorsa settimana il Presidente cinese ha chiesto all’Esercito di tenersi pronto per «combattere e vincere una guerra regionale»; un appello che ha provocato la reazione stizzita della stampa indiana, particolarmente sensibile alla prossimità temporale tra l’intervento di Xi e gli ultimi sconfinamenti delle truppe cinesi lungo la Line of actual control, ma ha lasciato pressoché indifferenti i media nipponici. Una coincidenza? “Tempo fa la risposta giapponese sarebbe stata ben altra“, spiega a ‘L’Indro’ Ezra Vogel, “mi pare che sia la Cina che il Giappone stiano cercando di contenersi per evitare un confronto proprio ora che il summit APEC si avvicina“.

Contemporaneamente alla ripresa dei dialoghi sulle questioni marittime, incontri di alto profilo puntano ad arginare il crollo del 43% su base annua registrato dagli IDE giapponesi nei primi otto mesi del 2014. All’inizio della scorsa settimana, è giunta in Cina la più consistente delegazioni di businessmen mai inviata da Tokyo; presenti i rappresentanti di 200 aziende, il Presidente onorario della Toyota Motor Corp. Fujio Cho e il Capo della principale lobby nipponica (la Keidanren) Sadayuki Sakakibara. Ad accoglierli il Vicepremier cinese Wang Yang e il Ministro del Commercio Gao Hucheng. Si è parlato di investimenti, modernizzazione industriale e lotta all’inquinamento, ma il motivo centrale della missione lo aveva spiegato ad inizio mese Sakakibara: «Vogliamo aiutare a creare un ambiente consono per un incontro tra i due leader».

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