venerdì, Luglio 23

Cina e Corea del Sud come 'labbra e lingua' field_506ffb1d3dbe2

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Corteggiare un prezioso alleato americano, dare ulteriore smalto agli scambi bilaterali e sferrare uno schiaffo in pieno viso all’indisciplinato regime nordcoreano. In proporzioni variabili, sono questi i propositi che hanno dominato la visita di Xi Jinping a Seul, la prima da Presidente della Repubblica popolare cinese.

Incurante della tradizionale precedenza con la quale i passati leader cinesi hanno adulato Pyongyang, la scorsa settimana Xi è volato in Corea del Sud per incontrare il suo omologo Park Geun-hye, pur non essendo ancora mai stato a nord del 38° parallelo. Park e Xi sono già al loro secondo meeting, la ‘lady di ferro’ era stata in Cina l’estate passata, mentre l’uomo forte di Pyongyang Kim Jong-un, assunta la leadership alla morte del padre due anni or sono, non ha ancora ricevuto alcun invito ufficiale da parte di Pechino.

Il ritardo protratto può essere facilmente avvertito come uno sgarbo, date le relazioni di vecchia data che legano il Dragone al Regno eremita. Durante la Guerra di Corea (1950-1953), la Cina si schierò con il Nord, a cui confermò il suo sostegno nel 1961 siglando un trattato d’amicizia in cui prometteva di intervenire al suo fianco nell’eventualità di un attacco dall’esterno. Tutt’oggi Pyongyang è legato a Pechino per il 90% della propria economia, ma la ripresa del programma nucleare e le ultime provocazioni missilistiche nordcoreane alla vigilia della trasferta a Sud di Xi hanno inevitabilmente indisposto il vecchio alleato. Così sebbene le relazioni diplomatiche con Seul risalgano appena agli anni ’90, la Repubblica di Corea e il Dragone si trovano sempre più vicini nel perseguimento di un obiettivo comune: quello di una penisola coreana denuclearizzata. Ma se l’obiettivo è chiaro le modalità per raggiungerlo non sembrano mettere tutti d’accordo, con la Cina impaziente di ripristinare i colloqui a sei interrotti nel 2009, mentre Corea del Sud e Stati Uniti pretendono prima i segni tangibili della rinuncia del Nord a qualsiasi velleità atomica.

Intorno alla metà di giugno, Liu Jianchao, assistente del Ministro degli Esteri cinese, si era affrettato a puntualizzare che tra Cina e Corea del Nord «non vi è alcuna alleanza militare». D’altra parte, l’ipotesi che un atteggiamento troppo duro nei confronti del regime dei Kim possa gettare il Paese nel caos, con conseguente ondata di sfollati nordcoreani oltre la Muraglia, spinge Pechino a mantenere un atteggiamento meno intransigente. E a non tralasciare le relazioni commerciali che permettono al Regno eremita di rimanere a galla: sanzioni a parte, il gigante asiatico si è impegnato nella realizzazione di tre linee ferroviarie ad alta velocità per collegare le città cinesi del nord-est all’ultima cortina di ferro, a cui si aggiungono i milioni di dollari stanziati per la costruzione di strade e ponti nelle zone di confine, nonché del primo cavo di alimentazione transfrontaliera.

Nei giorni scorsi, l’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua’, organo semi-ufficiale del Partito, commentava gli eventi, astenendosi dal condannare Pyongyang e infilando un dito nell’occhio agli Stati Uniti: «Il punto cruciale della situazione difficile in cui verte la penisola coreana dipende dalla reciproca diffidenza e dall’astio che intercorre tra la Repubblica Democratica di Corea (DPRK) e gli Stati Uniti. La controproducente ossessione di Washington per le sanzioni e le intimidazioni, e il comprensibile senso di insicurezza di Pyongyang, nonché le inutili violazioni delle risoluzioni ONU, hanno soltanto esacerbato le ostilità».

Proprio Washington parrebbe essere stato il vero convitato di pietra della due-giorni di Xi a Seul. Attirando a sé la Corea del Sud, il Dragone starebbe cercando di scompigliare il sistema di alleanze che la prima economia del mondo ha messo in piedi nella regione in funzione del proprio ‘Pivot to Asia’. Le circostanze sono ottime data la crescente intesa con la Corea del Sud -che ospita ancora circa 30mila soldati americani-, e la comune insofferenza per lo sfoggio muscolare del Giappone, alleato numero uno di Washington nel Pacifico. Due gli eventi che, sommati alle accuse di negazionismo riguardo le atrocità commesse durante il secondo conflitto mondiale, sono valsi a Tokyo nuove critiche da parte di Pechino e Seul: innanzitutto, la revisione della Costituzione pacifista in base alla quale le forze armate nipponiche possono ora difendere gli alleati sotto attacco nella forma di ‘autodifesa collettiva’. In secondo luogo, il riavvicinamento del Sol Levante alla Corea del Nord -i due non hanno relazioni diplomatiche- nell’ambito dell’annosa faccenda dei cittadini nipponici rapiti al tempo della Guerra Fredda. Il Governo giapponese ha allentato parte delle sanzioni comminate personalmente a Pyongyang all’indomani del terzo test nucleare in cambio di un riesame del caso; un provvedimento che non dovrebbe portare sostanziali giovamenti all’economia nordcoreana, ma che non è ugualmente piaciuto né oltre la Muraglia, né a Sud della zona demilitarizzata.

Per la gioia di Pechino, i rapporti tra Seul e il Giappone continuano ad essere tesi, talvolta assumendo una piega imprevista, come quando nel 2010, nel mezzo degli attacchi nordcoreani che portarono all’affondamento della corvetta Cheonan, 37 membri del Parlamento sudcoreano istituirono un forum per promuovere le rivendicazioni territoriali dell’isola giapponese Tsushima (Daema-do in coreano). La Repubblica di Corea ha un contenzioso in corso con Tokyo anche per quanto riguarda le Dokdo/Takeshima occupate militarmente da Seul nel 1952, ma rivendicate dal Sol Levante come parte della cittadina di Okinoshima, distretto di Oki. Diatribe territoriali che nelle diagnosi degli esperti vengono rubricate come sintomi di ‘escapismo strategico’.

«Tutti convengono che spetti agli Stati Uniti, con le loro capacità militari globali, dissuadere qualunque aggressione nordcoreana su larga scala, ma che tocchi alle forze armate sudcoreane schierate sul posto, numerose e ben equipaggiate, occuparsi di attacchi localizzati ed estemporanei, ovvero provocazioni armate prive di continuità operativa», scrive l’economista e politologo Edward Luttwak nel suo libro Il Risveglio del Drago: la minaccia di una Cina senza strategia, «quest’intesa di massima venne formalizzata e ampliata nella sua applicazione con l’accordo del 2007 tra Washington e Seul per trasferire (entro aprile 2012) il controllo operativo delle forze sudcoreane, anche in tempo di guerra, dal comando ONU (cioè americano) a quello della Repubblica di Corea». Tuttavia, nonostante decenni di sollecitazioni da parte degli Stati Uniti, la spesa per la difesa di Seul si aggira ancora attorno al 2,5-3% del Pil nazionale. Cifre che rendono la Corea del Sud, di fatto, «vassallo dipendente dagli Stati Uniti», per quanto riguarda la deterrenza rispetto ad una guerra su vasta scala, e dalla Cina per l’attuazione di misure contenitive rispetto a provocazioni isolate. La forte ostilità dimostrata dalla sinistra sudcoreana verso un ritocco all’insù del budget militare induce a escludere un rinvigorimento dell’esercito in tempi brevi.

Tra quelle che Luttwak definisce forme di deferenza nei confronti del Dragone «particolarmente indecorose» rientra il rifiuto di concedere il visto d’ingresso al Dalai Lama, figura particolarmente apprezzata a Sud del 38° parallelo e additata, invece, da Pechino come ispiratrice di istanze separatiste nella regione autonoma del Tibet. Allo stesso tempo, nelle scuole della Repubblica di Corea s’insegna ancora il salvifico supporto prestato dalla dinastia Ming (1368-1644) alla Corea contro l’invasione giapponese sul finire del VI secolo.

Questo non vuol dire che i rapporti tra Pechino e Seul procedano senza ostacoli. Nonostante tra i due Paesi non vi siano in sospeso questioni di sovranità particolarmente pressanti, la prossimità della Corea del Sud alle acque agitate del Mar Cinese Orientale facilita, di per sé, il verificarsi di incidenti. Nel dicembre 2011 un membro della guardia costiera sudcoreana venne ucciso e un altro rimase gravemente ferito in una colluttazione con pescatori cinesi fermati per attività illegali in acque coreane. All’epoca i dati ufficiali parlarono del fermo di 2600 imbarcazioni battenti bandiera rossa a cinque stelle dal 2006. In tempi più recenti, l’istituzione senza preavviso da parte di Pechino di una sua ADIZ (zona di identificazione aerea) sovrapposta a quelle di Seul e Tokyo ha innescato la reazione stizzita della Corea del Sud che ha prontamente ampliato la propria ADIZ andando a cingere le acque contese attorno allo scoglio sommerso noto come Ieodo in coreano, Suyan in mandarino. Da notare il tempismo: la mossa unilaterale del Dragone giunse a pochi mesi dal primo meeting tra Xi Jinping e Park, salutato dagli esperti come un «significativo progresso nelle relazioni bilaterali».

E se il revisionismo storico del Sol Levante ha finito per avvicinare Corea del Sud e Repubblica popolare -ce lo ricordano i memoriali freschi d’inaugurazione dedicati agli eroi indipendentisti coreani nelle città cinesi di Xi’an e Harbin-, tuttavia, le pagine ingiallite dei manuali non hanno mancato di creare scompiglio anche tra Pechino e Seul. Si tratta di frizioni recenti, emerse all’alba del secolo in corso quando la Cina cominciò a rivendicare la paternità di alcuni regni coreani, presunte ‘talee’ delle dinastie cinesi. 

Di recente, Pechino ha espresso il suo disappunto per il progetto di Washington di posizionare in Corea del Sud un nuovo avanzato sistema missilistico di difesa pensato ufficialmente per contrastare eventuali attacchi dal Nord, ufficiosamente per rispondere adeguatamente all’aggressività militare del gigante asiatico, secondo solo agli Usa quanto a investimenti nella Difesa. Seul ha fatto sapere che ci penserà su una volta ricevuta la richiesta formale degli Stati Uniti.

Ma nonostante piccole divergenze mai sopite, la percezioni a livello popolare conferma il buon andamento delle relazioni bilaterali. Secondo un sondaggio pubblicato la settimana scorsa dal ‘Korean Jongang Daily’, soltanto il 34,89% della popolazione sudcoreana in età adulta ritiene che, in caso di guerra con il Nord, la Repubblica popolare imbraccerebbe le armi al fianco di Pyongyang. Nel 2012, sotto l’amministrazione di Lee Myung-bak (2008-2013), a pensarlo era stato il 75,9% dei rispondenti.

Come in ogni partnership che si rispetti a fare da collante sono, ancora prima delle intese strategiche, gli affari. In un discorso pronunciato presso la Seoul National University il 4 luglio, Xi Jinping ha invitato la Repubblica di Corea a «forgiare insieme una comunità di interessi condivisi». Sul versante economico, la complementarità tra i due Paesi è confermata dai 270 miliardi di dollari raggiunti dagli scambi bilaterali lo scorso anno, più del valore complessivo dei rapporti commerciali intrattenuto dalla Corea del Sud con Stati Uniti e Giappone.

La Repubblica di Corea è sempre più dipendente dal gigante asiatico, suo primo partner commerciale, quanto a risorse umane e possibilità di sbocco per il proprio export. La recente decisione della Samsung di investire 7 miliardi di dollari per la costruzione di una base di ricerca e sviluppo a Xi’an è un segno concreto dell’interesse sudcoreano per la neonata classe media cinese, amante dei brand di qualità e futuro traino del nuovo paradigma di crescita cinese basato sui consumi. Mentre Jin Bosong, researcher del Ministero del Commercio ha sottolineato le potenzialità di un ‘matrimonio’ tra la rinomata elettronica sudcoreana e lo sviluppo raggiunto dalla Cina nell’e-commerce e nel e-business, di cui Alibaba e Baidu sono leader mondiali. Non a caso il Presidente Xi si è portato dietro i gioielli di famiglia (oltre a Jack Ma per Alibaba e Li Yanhong per Baidu, anche i Presidenti di China Telecom, China Unicom e Bank of China), prendendo parte a quello che è stato definito il più imponente business forum mai tenuto dalle due Nazioni asiatiche -500 i rappresentanti delle principali società d’ambo i Paesi. Alla preannunciata firma di 12 accordi di cooperazione -di cui fiore all’occhiello è il trading diretto tra le valute locali, ulteriore grande balzo in avanti verso l‘internazionalizzazione dello yuan– ha fatto seguito la promessa di terminare quanto prima (forse entro l’anno) i negoziati per un Accordo di libero scambio; primo passo verso un FTA allargato alla partecipazione del Giappone.

«Cina e Corea del Sud sono vicine come labbra e lingua» ha scandito il Capo di Bank of China Tian Guoli, rivisitando in modo quasi blasfemo le celebri parole con le quali Mao Zedong definì la partnership con l’alleato nordcoreano. Al tempo, proprio «come labbra e denti».

 

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