martedì, novembre 13

Cina e Corea del Nord: un’alleanza scomoda Con Pieranni (China-Files) e Milani (Limes) parliamo della vera natura del rapporto tra Pechino e Pyongyang

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Negli ultimi giorni, si parla sempre più della Corea del Nord e della sua sfida all’intera comunità internazionale.
Nonostante l’isolamento e le sanzioni, nonostante anche il suo principale alleato, la Cina, sembri sempre più irritata dall’atteggiamento di Pyongyang, nonostante le minacce degli avversari e la condanna pressoché unanime alle Nazioni Unite, il regime di Kim Jong-Un non accenna ripensamenti sul suo programma di incremento della potenza nucleare del Paese. Mentre il Consiglio di Sicurezza ONU da cui sarebbero potute uscire nuove e più pesanti sanzioni era ancora in corso, già si parlava di nuove manovre missilistiche nord-coreane.

Tra lanci missilistici e nuove dimostrazioni nucleari, tra minacce reciproche dei due protagonisti principali (Kim e la sua nemesi, il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump) e manovre militari congiunte di USA, Corea del Sud e Giappone, la situazione è arrivata a preoccupare la comunità internazionale che teme il passaggio dalle parole ai fatti.
In tutto ciò, la Cina, impegnata in una politica di aperture economiche che mira a rendere sempre maggiore la propria influenza e potenza politica, comincia a mostrare segni di fastidio per l’atteggiamento nord-coreano che, inasprendo i rapporti nella zona, rischia di danneggiare gli interessi di Pechino. L’ultima provocazione di Pyongyang è arrivata mentre il Presidente cinese, Xi Jinping, si stava preparando ad accogliere i rappresentanti delle nuove economie (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) nel Vertice di Xiamen: a questo punto la storica alleanza tra Cina e Corea del Nord (iniziata con l’intervento della Repubblica Popolare nella Guerra di Corea), sembra sempre più fragile. Viene, anzi, da chiedersi come mai la Cina non abbia già abbandonato questo scomoda alleato che danneggia i propri interessi e la mette in imbarazzo di fronte al mondo: in sostanza, perché Pechino, anche in virtù del proprio sostegno economico alla Corea del Nord, non usa la sua influenza per ‘ammorbidire’ o addirittura sostituire i vertici di Pyongyang?

Per tentare di capire meglio quale sia la natura dei rapporti tra i due Paesi asiatici, ci siamo rivolti a due esperti: Simone Pieranni, fondatore dell’agenzia stampa ‘China-Files‘, e Marco Milani, collaboratore della rivista ‘Limes‘.

Non c’è dubbio che, con la fine della Guerra Fredda, il rapporto di alleanza tra Cina e Corea del Nord abbia perso quei caratteri ideologici che avevano guidato l’epoca dei ‘due blocchi’: secondo Simone Pieranni, “il rapporto tra i due paesi è sempre stato quello di una forte alleanza. Chiaramente è diminuita la vicinanza ideologica e sono rimasti fattori più pratici: per la Corea del Nord, la Cina ha costituito la garanzia per la sopravvivenza dei Kim e del loro ‘regno’; per Pechino la Corea del Nord è diventata lo ‘Stato cuscinetto’ necessario a tenere distanti le basi militari americane nel Sud”; di certo c’è che “Kim Jong-Un non è mai stato a Pechino e pare impegnato, anzi, a ‘disturbare’ i vicini: l’ultimo esperimento nucleare è avvenuto mentre la Cina ospitava l’incontro dei BRICS. Si tratta di una evenienza che è stata molto sottolineata dai media cinesi. Xi, allo stesso tempo, e con lui molti funzionari, pur mantenendo gli aiuti economici ha decisamente virato verso un senso di fastidio nei confronti dei vicini nord-coreani. Lo dimostra l’OK alle recenti sanzioni”.
Marco Milani aggiunge: “la fine della Guerra Fredda ha segnato un momento cruciale per la Corea del Nord, con il crollo del blocco di Paesi alleati e soprattutto la scomparsa dell’Unione Sovietica, suo principale partner commerciale, fornitore di aiuti e di garanzie di sicurezza. Per quanto riguarda la Cina, l’alleanza è rimasta ma l’apertura di relazioni diplomatiche ufficiali con Seul, nel 1992, ha di sicuro rappresentato un momento chiave nel deterioramento dei rapporti”. Nonostante ciò, continua, “negli anni seguenti la Corea del Nord è diventata sempre più dipendente dalla Cina in termini economici, mentre sul fronte politico e militare Pyongyang ha continuato a perseguire una strategia di autosufficienza, cercando soprattutto di ottenere un deterrente nucleare proprio a garanzia della sopravvivenza. La dipendenza in campo economico e commerciale è stata ulteriormente accentuata dalla seconda metà degli anni 2000, con la fine del periodo di cooperazione inter-coreano e l’inasprirsi del regime di sanzioni. Questa dinamica ha portato alla situazione un po’ paradossale attuale in cui Pyongyang è economicamente molto dipendente dalla Cina, ma allo stesso tempo è ben cosciente del proprio ruolo regionale e del valore che il regime ancora rappresenta per Pechino”.

In effetti, già dopo la morte di Mao Zedong, con la presa del potere effettivo nella Repubblica Popolare Cinese da parte di Deng Xiaoping, Pechino ha intrapreso un percorso di aperture che ha portato, sotto la presidenze di Hu Jintao, alla teorizzazione del cosiddetto ‘Socialismo con Caratteristiche Cinesi’: questa apertura al mercato, che ha portato in pochi anni la Cina ad essere la più grande economia mondiale, non sembra avere avuto effetti sulla Corea del Nord che, mentre il suo principale alleato diveniva un importante protagonista della politica mondiale, restava sempre più chiusa ed isolata. Milani sostiene che “il sistema economico e politico nord-coreano è molto diverso da quello cinese. Quando Deng Xiapoing ha avviato le riforme e l’apertura del paese alla fine degli anni ’70, il regime di Kim Il-Sung ha pesantemente criticato queste nuove politiche, accusando la leadership cinese di revisionismo. Tale atteggiamento si lega soprattutto all’ideologia nordcoreana della Juche, che regge il Paese dalla fine degli anni ’50 e che si basa sulla centralità dell’autosufficienza del Paese in tutti gli ambiti, compreso quello economico. Dopo la fine della Guerra Fredda inoltre, con la grande carestia ed il crollo del sistema pubblico di distribuzione, il regime ha iniziato a temere che delle aperture ufficiali al mercato avrebbero potuto minare la legittimità e la tenuta del regime all’interno. Nella situazione attuale, nonostante molto probabilmente per Pechino un percorso di aperture economiche sarebbe una strada auspicabile per il regime nord-coreano, è molto difficile che si verifichi un percorso simile a quello cinese o vietnamita. Ciò nonostante, gli ultimi anni sono stati caratterizzati da un certo grado di sviluppo economico nel Paese”.
In pratica, l’alleanza tra i due Paesi sembra ormai dettata più da ragioni economiche e strategiche che non da una effettiva affinità politica: “la gestione del potere da parte dei ‘due partiti guida’ è stato molto diversa nel corso degli ultimi trent’anni”, afferma Pieranni che, se da un lato “la Cina ha approfittato anche di sue specificità, densità di popolazione, ampia forza lavoro, avvicinamento con USA e comunità internazionale, attività di Deng Xiaoping”, dall’altro “Pyongyang invece ha sempre deciso di mantenere uno stretto controllo del potere garantendosi, con gli aiuti cinesi, la sopravvivenza e aprendosi solo in minima parte ai mercati. In alcune aree, come Kaesong, ha provato a fare esperimenti ‘alla cinese’ ma non hanno funzionato”: fondamentale, “si tratta però di due percorsi molto diversi tra di loro che partivano da condizioni molto differenti”.

Oltre al sostegno economico cinese, esistono tutta una serie di piccole attività, più o meno occulte, che il Governo nord-coreano porta avanti o permette al fine di mantenersi. Si tratta, ci dice Pieranni, di “attività economiche che ormai da tempo sono o consentite o portate avanti dalla stessa burocrazia nord coreana: ‘piccoli mercati’ con cui i cittadini si riescono a garantire quanto non gli è concesso dallo Stato; poi la Corea in realtà ha sempre avuto sbocchi commerciali, usando ad esempio le proprie ambasciate, talvolta attraverso altri Paesi o traffici poco ‘legali’ (armi ad esempio) riuscendo così quasi sempre a evitare gli effetti negativi delle sanzioni. Le entrate meno note ci sono e sono riferite a traffici illegali, almeno stando a quanto sostenuto da ‘defectors’ e studiosi che hanno analizzato i pochi numeri economici a disposizione circa l’economia nord-coreana”.
Le sanzioni economiche che hanno colpito il Paese oramai da lungo tempo, non sembrano aver sortito effetto. Per Milani, questo dipende soprattutto dal fatto che “il regime è sottoposto a sanzioni ormai da molto tempo, e ha imparato nel corso degli anni a sopravvivere anche in situazioni di grandi ristrettezze. Il ruolo della Cina è di sicuro fondamentale, in termini di scambi commerciali, più che di supporto diretto. Oltre a ciò, il regime ottiene entrate rilevanti anche dal commercio con altri Paesi, dai lavoratori nord-coreani impiegati all’estero, e probabilmente anche da attività illegali che vengono portate avanti con il supporto diretto del regime (falsificazione di denaro, cyber-attacchi, produzione di sostanze stupefacenti). Inoltre, nonostante le sanzioni sempre più dure, secondo la maggior parte degli osservatori negli ultimi anni la situazione economica del paese è migliorata, ciò significa che la capacità di gestione e la resilienza del regime sono ulteriormente aumentate con il regime di Kim Jong-Un”. È quindi molto improbabile che ulteriori sanzioni approvate in sede ONU possano avere un qualche effetto decisivo, almeno fino a che la Cina ed altri Paesi, primo fra tutti la Russia, non smetteranno totalmente di commerciare Pyongyang, cose che per il momento non sembra probabile.
Se, da un lato, le sanzioni economiche sembrano essere inefficaci, dall’altro va sottolineata l’assenza di un’opposizione nel Paese. Per questo, Milani afferma che “il regime di Kim Jong-Un, al momento, sembra essere decisamente saldo. Nel Paese non esiste una vera espressione della società civile, e questo elimina la possibilità che emergano forme di opposizione interna dal basso. All’interno del regime l’opera di consolidamento del potere è stata brutale ma molto efficace, con una serie di epurazioni di alto e medio livello (la più famosa delle quali è stata sicuramente l’esecuzione dello zio Jang Song-Thaek nel 2013) e la sostituzione di moltissimi elementi chiave con personalità vicine a Kim Jong-Un. Il settimo congresso del partito, tenutosi lo scorso maggio, può essere visto come l’incoronazione finale del nuovo leader, al termine della sua opera di consolidamento del potere”.
A parte ciò, bisogna riconoscere, con Pieranni, che “davvero si sa pochissimo di cosa accade all’interno delle stanze del potere nord-coreano”. Inoltre, dalle poche informazioni che è possibile reperire, si ha “l’impressione che chi si oppone cerchi più di scappare che costruire una reale opposizione a Kim”.

Il regime nord-coreano, dunque, non sembra essere né indebolito dalle sanzioni imposte dalla comunità internazionale né minacciato dalla presenza di un’opposizione al suo interno. In questa situazione l’unica cosa che potrebbe influire sulla politica di Pyongyang sembra essere la volontà cinese: quale può essere, allora, il motivo per cui Pechino sopporta le provocazioni della Corea del Nord, nonostante queste danneggino evidentemente i suoi interessi? Un’ipotesi è che a Pechino ci sia che teme che un’eventuale unificazione della Corea sotto la guida di Seul porterebbe alla creazione di un concorrente troppo importante nell’area (un po’ come accadde in Europa con l’unificazione della Germania): “l’unificazione”, sostiene Pieranni, “non è un’ipotesi gradita alla Cina che teme, giustamente, una Corea unita a guida di Seul, e dunque filo-americana”; d’altro canto, “la guerra è temuta per la prossimità territoriale, per i propri cittadini, dunque, poi per l’eventuale afflusso di profughi”. “Soprattutto”, continua Pieranni, “visti i piani ‘globali’ della Cina, Pechino proprio non ha bisogno di una guerra ai propri confini”. Sostanzialmente, secondo Pieranni “Pechino è soprattutto interessata a che la Corea non costituisca un elemento di pericolosa instabilità nell’area: a malincuore, forse, accetta un dominio della dinastia dei Kim, purché però non creino intoppi… non proprio quanto sta avvenendo”.
Milani aggiunge: “la Cina ha ancora un profondo interesse strategico nella sopravvivenza del regime nord-coreano, e per questo teme molto un suo collasso, soprattutto se dovesse avvenire in maniera caotica e disordinata. Una riunificazione per assorbimento porterebbe ad una grande Corea del Sud, con la possibilità per le truppe americane di stanziarsi lungo il confine cinese del fiume Yalu. Tale prospettiva, che è anche stata la causa dell’intervento cinese nella Guerra di Corea, rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale cinese (basti vedere le reazioni che ci sono state all’installazione del sistema THAAD in Corea del Sud). Inoltre un collasso improvviso del regime porterebbe una enorme instabilità lungo il confine cinese, con il rischio di un massiccio afflusso di profughi e altre problematiche di sicurezza, per esempio legate alla messa in sicurezza e gestione dell’arsenale nucleare nord-coreano”. Le possibilità della Cina di influenzare il Governo di Pyongyang, quindi sembrerebbero quindi molto ridotte, soprattutto perché Kim Jong-Un è consapevole dell’interesse che Pechino ha tutt’ora nella sopravvivenza della Corea del Nord. Inoltre, il giovane tiranno sa che l’alleanza con la Cina lo protegge da eventuali attacchi statunitensi “e ne approfitta per procedere nella propria strategia di affermazione nucleare; In sostanza”, continua Milani, “molti attori, tra cui Pechino, si trovano con le mani legate, anche a causa della divergenza di interessi e di priorità politiche con altri attori cruciali, quali USA e Corea del Sud, ed in tale stallo politico e diplomatico il regime nord-coreano può proseguire nella propria strategia, raggiungendo obiettivi militari di grande valore e rafforzando la propria posizione in vista di un negoziato futuro”.
In pratica, secondo Pieranni, “Kim è razionale e sa che il nucleare è l’unica garanzia per la sopravvivenza sua e del suo regime (ovvero dei suoi funzionari e alleati più fedeli). Per questo sfida sia USA che Cina, di cui ormai forse sente la distanza e quindi non vede più Pechino come un ‘difensore’ affidabile, benché solo la Cina probabilmente potrà portare a negoziati, magari sull’esempio dell’accordo nucleare iraniano”. Si tratta di un gioco pericoloso: sfidare la più grande potenza militare del pianeta ed irritare il proprio principale alleato potrebbe risultare fatale per un piccolo Paese come la Corea del Nord, eppure la divergenza di interessi tra Pechino e Washington fa sì che, nonostante tutti abbiano l’interesse ad evitare un conflitto, ci si trovi in un a situazione di impasse: da un lato, la Cina non può permettersi che gli USA intervengano direttamente così vicino ai propri confini, dall’altro, gli USA, senza il tacito assenso della Cina, non possono procedere con un attacco che metterebbe certamente fine al regime di Pyongyang ma che costringerebbe Pechino ad intervenire. Continua Pieranni: “Kim sa bene che il suo atteggiamento inoltre comporta, specie con Trump e non è un caso che questa crisi avvenga in modo così forte proprio con la presidenza di The Donald, un atteggiamento militare nell’area più aggressivo degli USA. Credo che Kim pensi che questo ‘effetto’ renda, nonostante tutto, la Cina ancora dalla propria parte. E conferma inoltre l’inadeguatezza anche degli Stati Uniti nel ‘trattare’ questa crisi, tra sfoggio di muscoli, frenate e poi tweet di Trump. Ricordiamo inoltre che l’ultimo test è avvenuto qualche giorno dopo le esercitazioni congiunte tra Seul e Washington: insomma non pare che neanche lo sfoggio di muscoli stia funzionando, sintomo che serve altro”. In pratica, “Kim gioca al rialzo perché ha la ragionevole certezza (salvo smentite clamorose, naturalmente) che non sarà mai attaccato. Quando si dovrà sedere a un negoziato lo farà, dal suo punto di vista, da una posizione di forza”.
È comunque strano pensare che Pechino, che pure viene messa in difficoltà dalle ‘alzate di testa di Kim, non abbia nessun modo di intervenire, sia in maniera economica che in maniera più diretta. Pieranni afferma: “la Cina credo abbia anche pensato a un potenziale regime change, ma forse in questo momento non ha i canali giusti e quindi gioco forza deve presentarsi come mediatore, alla ricerca di un tavolo di negoziato. Forse dovrà allargare il proprio campo anche ad altre potenze, per trovare altri ‘alleati’ alla ricerca di un inizio di trattative”. La tolleranza mostrata verso Kim Jong-Un da parte dei cinesi sarebbe dunque dettata da cause di forza maggiore: “teniamo presente”, dice Pieranni, “che in queste situazioni che hanno a che fare con la ‘sicurezza’ i militari giocano un ruolo molto importante e, in Cina, sono proprio i militari a concepire ancora la Corea del Nord come un necessario Stato-cuscinetto da difendere in tutti i modi. Infine Pechino tollera forse anche perché ha interesse a mettere sull’altro piatto della bilancia il ritiro del sistema missilistico americano in Corea del Sud o più in generale la presenza militare americana nell’area”.

Da molti media occidentali, Kim Jong-Un viene dipinto come un ragazzino folle che gioca pericolosamente con delle armi nucleari e che non esiterebbe ad attaccare gli Stati Uniti. In realtà, come si capisce da un’analisi più approfondita, l’ultimo erede della dinastia Kim, agisce in modo razionale seguendo una sua strategia ben chiara. Secondo Marco Milani, “credo che bisognerebbe smettere, una volta per tutte, di considerare Kim Jong-Un come un folle, soprattutto perché questa interpretazione rischia di minare le possibilità di interpretare e capire correttamente le dinamiche interne ed esterne del regime, e agire di conseguenza. La Corea del Nord sta perseguendo una strategia chiara e coerente da anni ormai, in cui ogni test nucleare o missilistico ha un ruolo militare, tecnico-scientifico e politico preciso. Non vedo traccia di irrazionalità nel comportamento del regime. Detto questo, l’unica trattativa reale e credibile dovrebbe partire dalle condizioni esistenti sul campo oggi, e non da ciò che gli USA o la Corea del Sud vorrebbero”; di fatto, continua, “Pyongyang è in una posizione di forza per quanto riguarda il proprio programma missilistico e nucleare. Sa bene che l’opzione militare non è percorribile dagli Stati Uniti per le conseguenza che avrebbe sugli alleati in Asia e su tutta la regione, mentre ormai ha imparato a gestire il regime sanzionatorio. Ciò significa che non esistono motivi validi per rinunciare ad un programma nucleare che è diventato parte integrante dell’ideologia e dell’identità stessa del regime. Una trattativa dovrebbe quindi partire dal presupposto che la de-nuclearizzazione al momento non è un’opzione percorribile, e che il massimo che si può ottenere è un congelamento temporaneo dei test, in cambio, ad esempio, di un simile congelamento delle esercitazioni militari USA-Corea del Sud”. Praticamente, si tratterrebbe di qualcosa di molto simile a quella proposta avanzata da Cina e Russia durante il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che gli USA hanno definito ‘ridicola’.
Secondo Simone Pieranni, nonostante “per un attimo si è anche pensato se Pechino avrebbe potuto avere la forza di effettuare un regime chang; al momento forse l’unica soluzione potrebbe essere l’allargamento del fronte a favore di negoziati, garantendo a Kim il suo regime e il suo dominio, sganciando quindi la questione nucleare da questioni di natura più politica o geo-strategia, e provare a incanalare il nucleare nord-coreano in un percorso controllato il più possibile”.

In ogni caso, un’attenta analisi della politica nord-coreana tenderebbe a fare escludere l’eventualità dello scoppio di una guerra combattuta. Il pericoloso gioco di dimostrazioni, provocazioni e risposte, potrebbe però portare a degli incidenti che rischiano di funzionare da innesco.
Per Pieranni, il rischio del passaggio da una guerra di parole ad una guerra di missili non sembra concreto, “ma avendo i protagonisti che abbiamo non si può davvero sapere. Nessuno, credo, voglia un conflitto, né sappiamo al momento quali siano davvero le operazioni ‘diplomatiche’ sottobanco”. Se, a causa di un qualche incidente, si dovesse passare alle armi, però, quale potrebbe essere l’atteggiamento della Cina? Pieranni ci spiega che il solo giornale cinese ad essersi espresso sull’argomento è “ilGlobal Times, quotidiano nazionalista che però rappresenta solo una parte del PCC (Partito Comunista Cinese), quella formata dai ‘falchi’. In pratica tempo fa il ‘Global Times’ scrisse che, se l’attacco eventuale arrivasse dalla Corea del Nord, la Cina dovrebbe essere neutrale, mentre dovrebbe intervenire se ci fossero conseguenze sulla propria popolazione a seguito di un eventuale attacco americano/sud-coreano/giapponese. Ancora nei giorni scorsi, dopo l’ultimo test nucleare, il quotidiano ha sottolineato la necessità di risolvere prima possibile la questione non ponendo in discussione la relazione con la Corea del Nord, invitandola dunque a non mettere a rischio la popolazione cinese con esperimenti nucleari, ma cercando di evitare nuove sanzioni pesanti sul Paese, creando così ‘un senso di insicurezza’ cui, secondo ilGlobal Times, Pyongyang sembra poter rispondere solo con nuovi test. Non a caso, ieri gli USA hanno chiesto all’ONU nuove e ancora più dure sanzioni, ma Russia (da non sottovalutare il ruolo di Mosca in questa crisi perché i rapporti tra Russia e Corea del Nord si sono intensificati proprio poco prima dell’esplosione della crisi) e Cina si sono rifiutate chiedendo ‘sangue freddo’ più che nuove sanzioni”. Pieranni conclude dicendo che, a suo avviso, “la mancata soluzione ad ora della tensione potrebbe dipendere da una strategia cinese che mirava a ottenere un arretramento americano, almeno dello scudo anti-missile. Forse ora potrebbe rinviare quel desiderio, risolvere la crisi e dedicarsi al congresso. Poi, con la nuova Via della Seta lanciata, potrà tornare a occuparsi del dominio nell’area asiatica”.
Milani è fondamentalmente d’accordo e dice: “non credo esista un reale rischio di conflitto armato, a meno che non scaturisca da un errore di calcolo o interpretazione, da un incidente insomma, che potrebbe verificarsi da entrambe le parti. Per questo sarebbe importante abbassare i toni e ridurre la tensione, in maniera tale da raffreddare la situazione”. In tutti i modi, comunque, “nel caso di uno scontro accidentale, che con ogni probabilità darebbe avvio ad un conflitto su larga scala, la posizione di Pechino sarebbe determinante, anche se non è facile immaginarne l’atteggiamento. Cina e Corea del Nord sono legate da un’alleanza militare che prevede la mutua assistenza in caso di aggressione armata, ciò nonostante non è detto che Pechino decida di intervenire direttamente contro Washington a sostegno del proprio alleato. Credo che la prima operazione cinese sarebbe volta a limitare o interrompere immediatamente le ostilità; se il conflitto dovesse diventare incontrollabile però al momento risulta molto difficile prevedere quale potrebbe essere la scelta della Cina”.

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