sabato, Settembre 25

Cina e Brasile, economie divergenti? Malgrado gli scambi, Brasilia ha cominciato a guardare Pechino con diffidenza

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Brasile Cina

Si è scritto e detto molto della crescente influenza cinese in America Latina. Nel continente americano il gigante asiatico ha avuto modo di impiegare le risorse del miracolo economico sperimentato negli ultimi decenni, trovando un ambiente favorevole per compiere investimenti e aprire nuovi mercati per le proprie merci. In Nicaragua una compagnia cinese sta gestendo la costruzione del Gran Canale che farà presto concorrenza a quello panamense, mentre in Venezuela i prestiti cinesi garantiscono i rifornimenti di petrolio verso oriente.

Nell’approfondirsi della presenza cinese in Sudamerica gioca un ruolo fondamentale il rapporto col Brasile, un altro gigante che, pur non raggiungendo i tassi di crescita della Terra del Dragone, grazie alle dimensioni della sua economia si è imposto come vero egemone regionale.

All’inizio degli anni 2000 la Cina non era quasi presente in Brasile. Le relazioni diplomatiche stabilite tra le due nazioni nel 1974 sotto la Dittatura militare brasiliana restavano piuttosto limitate. Eppure, già nel 1993 la Cina aveva indicato ufficialmente il Paese sudamericano come ‘partner strategico’, un riconoscimento inedito nella regione latino-americana che già anticipava l’interesse cinese. La svolta è avvenuta dopo il 2004, con l’apertura decisa di Pechino all’economia di mercato, e la conversione di numerose Compagnie statali in Società per azioni. Inacio Lula Da Silva e Hu Jintao, i due Presidenti, hanno dunque proceduto a rinforzare una partnership economica che in poco tempo ha fatto crescere gli scambi dai 6,7 miliardi di dollari del 2003 ai 36,7 del 2009. Complici le difficoltà dell’economia statunitense, alle prese con la crisi dei subprime, nello stesso anno la Cina scalzava gli USA come principale partner economico del Brasile.

Quello che al Governo cinese faceva gola era l’abbondanza di materie prime necessarie per sostenere la domanda delle imprese locali, beni primari di cui l’America Latina è sempre stata grande esportatrice. Una domanda che il Brasile era ben lieto di soddisfare. La crescita di quest’ultima, guidata dall’economia cinese, ha fatto lievitare i prezzi delle materie prime, beneficiando notevolmente i paesi esportatori. Nello stesso decennio, non a caso, il Venezuela approfittava dell’alto prezzo del petrolio al barile per gestire i suoi programmi sociali.

Ma trattavasi di un’alleanza che aveva un solido terreno politico alla base. Entrambe le nazioni fanno parte dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), l’elite emersa da quello che un tempo era conosciuto come blocco dei Paesi non allineati, cui si è aggiunta la Russia post-sovietica. Con l’avvento di uno scenario sempre più multipolare e con l’espansione economica a rafforzare il suo potere relativo, il gruppo si è fatto più baldanzoso sullo scenario internazionale, ancora dominato dai Paesi della NATO. Fare fronte comune -si pensava all’inizio del XXI secolo- avrebbe garantito più peso decisionale e voce in capitolo nelle decisioni che contano.

Il problema è che ultimamente il gioco si è fatto pericoloso per i brasiliani, e le tensioni latenti, ora che alla Presidenza siede Dilma Rousseff, cominciano a emergere. Tra le questioni più problematiche c’è la composizione delle esportazioni brasiliane in Cina. Contrariamente agli auspici iniziali, la varietà di beni che arriva in Cina è limitata, benchè in enormi quantità. Ben il 70% si compone solamente di soia, ferro e petrolio.

La Cina, in compenso punta, come nel resto del mondo, a vendere le sue manifatture a prezzi competitivi, facilitata dal basso costo del lavoro e dalle pesanti sovvenzioni pubbliche alle imprese nazionali. Prezzi a cui nemmeno i brasiliani possono far fronte, e che hanno presto creato un grande malcontento nel settore industriale. Inoltre, gli investimenti che il Brasile si aspettava da parte cinese si sono rivelati insufficienti. Dopo il boom del 2010, gli investimenti sono addirittura progressivamente calati. Nel 2011 dei 12 miliardi di dollari promessi da Pechino ne sono arrivati 8, mentre i 20 annunciati nel 2012 si sono poi ridotti a 2,7. Per un’economia ancora legata all’arretratezza delle infrastrutture, un calo di investimenti esteri rappresenta un inconveniente non da poco. Chi vedeva l’apporto cinese come volano per un boom, ha dovuto frenare gli entusiasmi.

La questione degli investimenti coinvolge anche la compravendita di terreni, un affare molto delicato. In Brasile, l’acquisto di suolo da parte di compagnie straniere è cresciuto notevolmente, ma ha generato le proteste di chi teme una continuazione del neocolonialismo. C’è un vasto movimento di opinione all’interno del Paese, come nel resto del continente, che fa della sovranità economica nazionale un valore assoluto, valore che ha trovato concreta attuazione nelle politiche diffidenti verso il libero mercato del PT (Partido dos Trabalhadores) lulista.

Tutti questi elementi hanno contribuito a raffreddare parzialmente i rapporti, con il Brasile che ha assunto misure per limitare l’effetto dei primi accordi economici promossi da Lula, apparsi negli ultimi anni sempre più sfavorevoli nei confronti del Paese sudamericano e sempre più redditizi per i cinesi. Ci si è resi conto che forse, nella foga di rafforzare l’asse sud-sud, ci si era dimenticati di applicare una buona dose di pragmatismo.

Sono dunque state prese misure per limitare l’impatto della concorrenza dei prodotti giapponesi nel mercato interno e ridurre lo shock per le manifatture nazionali. Nuove leggi anti-dumping hanno cercato di porre un freno alla vendita di prodotti a costi inferiori a quello di mercato. Tutto questo lavoro di riassetto ha però avuto, secondo alcuni economisti, l’effetto di creare per contagio barriere anche al commercio ritenuto benefico, come è accaduto con l’adozione di dazi alle importazioni di automobili. La Cina, naturalmente, non si è opposta più di tanto. Dopotutto, i cinesi adottano misure simili per salvaguardarsi. Inoltre, l’aumento del flusso di acquisti stranieri di zone rurali ha spinto la Advocacia geral da união (AGU) a definire, nel 2010, una nuova interpretazione della legislazione vigente, con l’obiettivo di limitare l’accesso alla proprietà fondiaria nazionale.

Nell’ultimo incontro tra Dilma e Xi Jinping, insediatosi nel 2013, è presente l’impegno da parte cinese a diversificare l’import, ma c’è grande scetticismo sull’affidabilità e la capacità effettiva di mantenerlo. Le due nazioni continuano ad avere interessi convergenti a livello geopolitico, soprattutto nell’ambito delle organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale ,l’Organizzazione Mondiale del Commercio e il G20. Nel 2011 tutti i membri dei BRICS erano per coincidenza nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e si è notato un comportamento simile. Tutti si sono astenuti dall’intervento in Siria e per le sanzioni contro l’Iran. Ma l’idillio iniziato quindici anni fa si è già rotto, nonostante lo sforzo di non pestarsi i piedi diplomaticamente. Se per il Venezuela avevo parlato di economie (e interessi) convergenti, per il Brasile il discorso è più complesso.

In Brasile è tuttora aperto il dibattito tra detrattori e sostenitori del rapporto con la potenza asiatica. Come ha ben sottolineato in questo articolo apparso sull’East Asia Forum Mauricio Mesquita Moreira della Banca inter-americana per lo sviluppo, non ha senso che il Governo brasiliano si ostini a supportare le proprie imprese con miliardi di dollari per evitare la concorrenza asiatica. Come si è detto prima, è un terreno su cui la Cina gode di un notevole vantaggio.

Piuttosto, converrebbe impegnarsi maggiormente nel tessere maggiori legami con Stati Uniti e Unione Europea, in un contesto internazionale dove far valere insieme le regole per un commercio che rispetti determinate regole, oltretutto in un’ottica comune. «O si lotta per un commercio internazionale basato su regole di mercato, dove una nazione come il Brasile gode di maggiori opportunità di competere contro nazioni ricche e potenti come la Cina, o non ci si lamenta del tutto di pratiche scorrette». L’articolo è del 2011, ma i suggerimenti sono attualissimi.

 

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