martedì, Aprile 13

Cina, a Kabul pochi affari e tanti interessi L’Afghanistan è nel bel mezzo della Nuova via della seta, la sua stabilità è essenziale perché il petrolio iraniano arrivi velocemente in Cina

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Strade, ferrovie, aiuti economici e perfino sostegno all’Esercito, con la costruzione di nuove basi militari e il rifornimento di armi e divise: la Cina in Afghanistan è tutto questo e anche di più. Una presenza fino a poco fa gestita in sordina a suon di miliardi di yuan, come da tradizione. Alla metà di giugno, la svolta: Pechino è riuscita a concordare una tregua storica tra i talebani e il Governo afghano in occasione dell’Aid Al Fitr, la festa che chiude il mese di Ramadan.

Per la diplomazia cinese non deve essere stato facile trovare un punto di incontro tra il Governo afghano di Ashraf Ghani e i talebani, anche perché le cose hanno rischiato di precipitare il 16 giugno, in piena tregua, quando un drone statunitense ha ucciso uno dei massimi leader dei talebani in Pakistan, il mullah Fazlullah, proprio al confine con l’Afghanistan. La tregua, mediata da Pechino e dal vicino Pakistan, ha retto contro tutte le previsioni.

Il 21 giugno gli scontri sono ripresi: i talebani hanno attaccato diverse caserme della polizia, uccidendo una decina di agenti. Poche ore fa è stata la volta dell’Isis che a Jalalabad ha compiuto una strage colpendo l’etnia sikh e hindu, di religione non islamica. Gli attacchi americani con i droni si susseguono, l’ultimo contro i talebani risale al 26 giungo. L’Afghanistan non è certo diventato un luogo più sicuro grazie a Pechino. Ma gli occhi di tutti nel Paese adesso sono puntati sulla Cina.

È piuttosto raro che Pechino si impegni in questioni politiche di Stati esteri. Eppure, questa volta si è data da fare. L’Afghanistan è un Paese poverissimo e le sue risorse non sono così appetibili da convincere il Governo cinese a uscire dai propri schemi. Ci sarebbero le miniere di rame di Mes Aynak, nella provincia di Logar, a sud di Kabul, dove la Cina ha investito tre miliardi di dollari, ma gli affari lì non stanno andando per niente bene: l’instabilità politica non aiuta. Non è per le ricchezze del Paese che Pechino guarda a Kabul.

L’Afghanistan è nel bel mezzo della Nuova via della seta che entro pochi anni dovrà unire la Cina a oltre 60 Paesi nel mondo, raggiungendo l’Africa. Nel settembre del 2016 Pechino ha aperto una linea ferroviaria che taglia tutta l’Asia e unisce Shanghai al porto fluviale di Hairatan, al confine tra Afghanistan e Tagikistan. Al di là c’è l’Iran con il suo petrolio, di cui la Cina è il più grande importatore. I treni merce che lasciano Shanghai e corrono sulla nuova ferrovia in due settimane arrivano in Afghanistan. Lo stesso percorso su strada richiede sei mesi. Un vantaggio di tempo enorme. I nuovi treni battono anche le petroliere in partenza dal porto iraniano di Bandar Abbas, che non raggiungono Shanghai prima di un mese.

Quando Washington una settimana fa ha imposto a tutti gli Stati di tagliare interamente le importazioni di petrolio da Teheran entro il 4 novembre, Pechino ha fatto sapere che non ci sta. «La Cina e l’Iran sono Paesi amici», ha detto il Ministro degli Esteri cinese, Lu Kang, il 27 giugno. «Manterremo i normali scambi e la cooperazione sulla base dei nostri obblighi stabiliti dalle leggi internazionali nei settori dell’economia, del commercio e dell’energia». Nel momento in cui i pagamenti in dollari alla banca centrale dell’Iran non saranno più possibili, Pechino, per aggirare i blocchi, ricorrerà allo Yuan, come ha già fatto in passato durante le sanzioni statunitensi del 2102. E presto il petrolio iraniano comincerà ad affluire in Cina sui nuovi treni veloci. Ma a un patto: che sia garantita la stabilità politica dei paesi attraversati, a cominciare dall’Afghanistan.
Ecco perché Pechino ha pensato anche all’aspetto militare. Non il solito intervento in salsa occidentale con l’invio di truppe o l’utilizzo di milizie locali: la Cina risolve i problemi con gli yuan. Ovviamente, solo dove interessa, a nord del Paese, dove passa la sua nuova linea ferroviaria. Nella provincia del Badakhshan, al confine con il Tagikistan, Pechino nel dicembre del 2017 ha cominciato a costruire una nuova base militare: le spese sono a suo carico, ma i soldati sono afghani. La Cina procura tutti i materiali necessari, come se stesse consegnando un kit: armi, attrezzature, divise, addestramento. Finanzia anche una brigata afghana di montagna che opera nelle zone di confine con il Tagikistan, accanto alla ferrovia. E chissà che i cinesi non abbiano ragione: se in Afghanistan dovesse arrivare un po’ di prosperità economica, forse ci sarebbe anche maggior stabilità politica. 

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