martedì, Gennaio 18

Cile: sparo al cuore della transizione cilena Gabriel Boric è il nuovo Presidente del Cile, in due anni è riuscito a far saltare il tappo al sistema che resisteva dal 1990. Ora lo attende il lavoro più difficile: costruirne uno nuovo

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Un voto divisivo che, si sapeva in anticipo, chiunque fosse il vincitore avrebbe portato il Cile al cambiamento più brusco da quando, nel 1990,il Paese è tornato alla democrazia. Un Cile polarizzato ieri è andato al voto per il secondo turno delle elezioni presidenziali (8,3 milioni del bacino di 15 milioni di aventi diritto al voto), trovandosi difronte alla scelta più estrema che qualsiasi elezione presidenziale latinoamericana abbia mai avuto da anni, e il 55,87% dei votanti ha scelto Gabriel Boric, lo sfidante, José Antonio Kast, si è fermato a circa il 44,13% dei voti.
Da segnalare l’alta affluenza alle urne: il 55,5% degli iscritti alle liste elettorali, la percentuale più alta da quando il voto è diventato facoltativo nel Paese, nel 2012, una percentuale che non solo supera quella del primo turno, ma anche quella del plebiscito 2020 per una nuova Costituzione (quando l’affluenza si era fermata al 50,98%). Nelle precedenti elezioni più della metà degli iscritti alle liste elettorali non aveva votato.
Boric vanta una serie di primati. Sarà il Presidente più giovane della storia cilena (35 anni), il Presidente con il più alto numero di consensi della storia, il primo Presidente che non fa parte dei due grandi blocchi (centrosinistra e centrodestra) che hanno condiviso il potere dal ritorno nel Paese alla democrazia.

Al primo turno, lo scorso 21 novembre, il candidato del partito Repubblicano, Antonio Kast -55 anni profondamente cattolico, nove figli, con un imbarazzante passato familiare visto che suo padre, di origine tedesca, apparteneva al partito nazista- era arrivato in testa, ottenendo il 27,9% dei consensi, seguito da Boric, scelto dal 25,7% degli elettori.

Un voto, quello di ieri, che ha visto i cileni accorrere alle urne, tanto che nella capitale si è perfino registrata una insufficienza di mezzi pubblici, dopo che due anni fa il Cile è stato teatro di storiche rivolte popolari contro il carovita e le diseguaglianze sociali, contro l’eredità dei servizi sociali privatizzati dell’era Pinochet, con la rivendicazione dei cittadini di abolire un sistema e la Costituzione ereditati dall’era Pinochet, dopo una campagna elettorale difficile e mentre una assemblea costituente,ampiamente di sinistra, eletta pochi mesi fa, sta scrivendo appunto la nuova Costituzione, e il prossimo anno si terrà un referendum per l’approvazione della nuova Carta, la quale non potrà mancare di essere influenzata dal voto di ieri.

Kast, discendente di immigrati tedeschi, ultraconservatore che rimpiange i giorni della dittatura di Augusto Pinochet, con un programma che prevedeva metodi forti nella lotta all’insicurezza e alla delinquenza, ha cavalcato un’ondata di sentimenti anti-immigrati e ha riportato al centro del dibattito politico la dittatura di Pinochet e ha puntato sulle paure dei cileni in economia. «L’unica cosa che la sinistra porta è la povertà. Una povertà che ha trascinato Venezuela, Nicaragua e Cuba in una tale situazione che la gente è in fuga da quei Paesi», ha dichiarato Kast durante il suo ultimo comizio di campagna davanti ad una folla di sostenitori. Per conquistare gli elettori di centro, tra i due turni il candidato di estrema destra aveva ritirato dal suo programma i provvedimenti più autoritari e oggetto di polemiche, in particolare quelli relativi ai diritti delle donne. Le sue restavano comunque considerate idee ultraconservatrici e omofobe. Certo è che è riuscito instillare il timore che l’ascesa al potere del comunismo possa avere conseguenze economiche ‘disastrose’ per il Paese. Liberista in economia e ultraconservatore socialmente, con posizioni dure contro l’aborto o il matrimonio per tutti, Kast non vuole essere etichettato come di estrema destra, ma è compiacente con la dittatura di Augusto Pinochet (che ha governato il Paese dal 1973 al 1990) e seguace dell’americano Donald Trump e del brasiliano Jair Bolsonaro. Kast ha promesso di scavare fossati lungo i confini e strutturare una forza di polizia speciale per sradicare i migranti illegali e fermare l’immigrazione illegale nel Nord.
Al termine dello scrutinio di gran parte delle schede, Kast ha chiamato Boric per complimentarsi per «il suo grande successo».

Gabriel Boric, classe 1986, origini catalane e croate, ex leader studentesco, ecologista e femminista, era il candidato di Apruebo Dignidad, che unisce il Frente Amplio e il Partito comunista, pochi minuti dopo la proclamazione della vittoria ha assicurato che sarà il Presidente di tutti i cileni, sia di quelli che lo hanno votato che di quelli che non lo hanno votato. Ha detto che il suo sarà«un governo con i piedi per strada». «Le decisioni non verranno prese entro quattro mura da La Moneda», ha detto, tendendo la mano a Kast, invitandolo «a costruire ponti affinché i nostri connazionali possano vivere meglio».
Il programma con il quale ha vinto è di impronta social-democratica, è considerato ‘rassicurante’, anche se lui è stato criticato per la sua alleanza con il partito comunista. Si è impegnato nell’indipendenza della Banca centrale del Cile e nella stabilizzazione del debito del Cile, e si è portato dietro un team di consulenti economiciampiamente centristi.
Boric critica la democrazia cilena accusandola di aver portato avanti un modello economico instaurato dalla dittatura, facendo del Cile un Paese individualista, con una classe media e bassa indebitata per aver accesso a sanità, istruzione e pensione privata. La sua proposta è quella di costruire uno stato sociale simile a quello europeo. Vuole aumentare le tasse ai più ricchi per finanziare programmi sociali, imporre nuove tasse alle compagnie minerarie (il Cile è il principale produttore mondiale di rame), nazionalizzare il sistema pensionistico, proteggere l’aborto e il matrimonio tra persone dello stesso sesso e dare alle comunità indigene più diritti.
La conquista dei voti dei centristi -dai quali Boric, dopo il primo turno elettorale, ha avuto l’endorsement, tra tutti quello della Democrazia Cristiana, del Partito Socialista e della ex Presidente Michelle Bachelet- sono stati fondamentali per la sua vittoria contro l’ala destra José Antonio Kast.

Sia Boric che Kast rappresentano forze politiche di recente formazione che nel primo turno di novembre hanno sfrattato i partiti tradizionali,sia di centro-sinistra che di centro-destra, e si sono presentati come le due ‘novità’ dei due opposti estremi. «Non ci sono più moderati» in Cile, ha detto alla ‘CNBC‘ Shreya Mukarji, analista di ricerca presso l’Economist Intelligence Unit. Gli elettori sono stati chiamati a scegliere tra due estremi, e, secondo Mukarji, Kast è ‘molto più’ di estrema destra di quanto Boric sia l’estrema sinistra.

Tra i dati che caratterizzano questo voto, il più clamoroso è il fatto che l’establishment di centrosinistra e centrodestra, che si è alternato al potere dal 1990, quando il Cile è tornato alla democrazia dopo 17 anni di dittatura militare di Pinochet, è stato sconfitto platealmente.
«
Sotto la superficie del compromesso politico e della stabilità macroeconomica, si stava strutturando una dura disuguaglianza e una logora rete di sicurezza sociale che difficilmente poteva tenere il passo», affermano Lucas Perelló, visiting professor di studi internazionali al Marymount Manhattan College, e Will Freeman, dottorando in politica alla Princeton University, dalle colonne del ‘Foreign Policy‘. «Un sistema pensionistico privatizzato ha lasciato molti anziani indigenti. Il sottoinvestimento nell’istruzione pubblica, in particolare nei quartieri più poveri, ha spinto gli studenti in piazza per protesta, tra cui un giovane Boric. Sebbene nel 2018 il PIL pro capite del Cile fosse il più alto del Sud America, dire che la crescita era distribuita in modo non uniforme sarebbe un eufemismo: circa la metà della popolazione viveva con 550 dollari o meno al mese. L’aspettativa di vita media tra le donne nate nei quartieri più poveri e più ricchi di Santiago era diversa da quasi due decenni».
Da qui, le proteste di massa di fine 2019. Il governo del Presidente di centrodestra Sebastián Piñera ha risposto con una repressione che ha provocato centinaia di arresti, almeno 31 morti e 2.300 feriti. Quando le proteste hanno paralizzato il Paese, l’establishment politico cileno ha risposto proponendo un plebiscito che avrebbe innescato un processo per sostituire la Costituzione di Pinochet del 1980.
Nell’
ottobre 2020, il 78% degli elettori ha sostenuto l’opzione di scrivere una nuova Costituzione e il 79% ha preferito scegliere tutti i delegati neoeletti per redigere la Carta invece di un mix di legislatori in carica e volti nuovi.
A
maggio 2021, gli elettori hanno scelto delegati per l’assemblea costituente provenienti dalla sinistra -tra cui la coalizione del Fronte Ampio di Boric e il Partito Comunista- e indipendenti, dando loro più di due terzi dei seggi dell’Assemblea. Si tratta di una assemblea costituente orientata principalmente a sinistra, con l’equità come obiettivo, ma frammentata e molto diversificata nell’ideologia, l’uguaglianza di genere nella sua composizione, con la rappresentanza dei popoli indigeni e, fondamentalmente, molto inesperta dal punto di vista procedurale.
Poi, il
4 luglio 2021, i 155 delegati eletti per scrivere la nuova Costituzione, hanno scelto alla guida della Convenzione Costituzionale Elisa Loncon, una accademica (linguista) mapuche e attivista per i diritti degli indigeni. Nata nella povertà, la sua famiglia ha una lunga tradizione di lotta per l’autonomia e i diritti dei Mapuche, che costituiscono circa il 12% della popolazione cilena. Il Cile è l’unico Paese dell’America Latina la cui Costituzione non riconosce nemmeno l’esistenza dei suoi popoli indigeni. La nomina di Loncon ha permesso alle voci indigene di entrare nel dibattito politico cileno.
Ora, a pochi mesi di distanza, l’elezione di Gabriel Boric rappresenta l’ultima tappa di un percorso che in circa due anni ha posto le basi per rimodellare l’identità del Paese e chiudere definitivamente con iresidui di Pinochetrimasti nel sistema.

Boric è stata una delle voci principali dietro la richiesta di un plebiscito per convocare l’assemblea costituzionale. Vede la nuova Carta come un’opportunità irripetibile per porre fine all’eredità radicata di Pinochet e sancire i diritti socioeconomici nella legge. «I legami di Boric con le fazioni di sinistra dominanti della Convenzione costituzionale sollevano valide preoccupazioni sul fatto che abbia un’influenza indebita sul processo di riscrittura, soprattutto perché il vicepresidente dell’assemblea ha detto a Boric che promette di essere ‘al tuo servizio’. Ma Boric ha anche insistito, più volte, sul fatto che ‘rispetterà pienamente l’autonomia dell’assemblea», affermano Perelló e Freeman. «Scrivere una nuova Costituzione e metterla ai voti non è mai un compito facile, soprattutto in Sud America, dove uomini forti populisti, di solito di sinistra, hanno requisito il processo dall’alto verso il basso in Paesi come Venezuela ed Ecuador. Ma l’assemblea costituzionale del Cile è di natura completamente diversa. Il processo è emerso non per volere di un politico o di un singolo partito, ma da una coalizione intergenerazionale e ideologicamente diversa». Presupposti che secondo i due analisti di ‘Foreign Policy‘ fanno sperare bene. «Ma se una parte sostanziale dei cileni crede che il risultato del referendum sia guidato dal prossimo Presidente, potrebbe privare le istituzioni del Paese della loro legittimità per le generazioni a venire».

L’autonomia che Boric deve saper garantire all’assemblea costituente sarà il primo e più grave problema di natura istituzionale che si troverà affrontare. Poi ci sono tutti gli altri problemi irrisolti che lo hanno portato ieri al Palacio de La Moneda, per i quali i quattro anni di mandato sono pochi, ma possono essere decisivi per impostare il ‘cambio’.
L’economia, l’essere ‘cileni’ e come dovrebbe essere la democrazia del Cile sono le sfide che Boric dovrà affrontare.
La
disuguaglianza sociale, in primo luogo. Le politiche favorevoli alle imprese del Paese hanno contribuito a ridurre la povertà di 25 punti dopo il 2000, ma il Cile è ancora uno dei Paesi più diseguali dell’OCSE. La risposta di Boric alla disuguaglianza è riorganizzare il motore economico del Cile in un modo che richieda più capitale privato al fine di garantire l’armonia sociale. Secondo alcuni osservatori una mossa del genere potrebbe rischiare di bloccare del tutto il Paese.
Altro grave problema è
l’immigrazione, sulla quale ha cavalcato il malcontento di una fascia di popolazione cilena Antonio Kast. Negli ultimi anni più di un milione di migranti, in gran parte da Haiti e dal Venezuela, sono fuggiti dalla violenza e dalla fame in patria per cercare opportunità in Cile. Ciò ha provocato un contraccolpo tra i cileni ‘nativi’ che Kast ha cercato di intercettare nelle ultime settimane della campagna. Boric sostiene che la migrazione dovrebbe essere ordinata e sicura, e pone i diritti umani e le convenzioni umanitarie al centro della sua piattaforma.
Un recente sondaggio del Latinobarómetro ha
mostrato che mentre un’ampia maggioranza dei cileni sostiene la democrazia in linea di principio, solo il 18% afferma che la democrazia sta funzionando nel loro Paese in questo momento.

Con l’elezione di Boric, come afferma Federico Rivas Molina, corrispondente di ‘El País‘ da Buenos Aires, «si è consumata l’irruzione nell’alta politica della cosiddettagenerazione senza paura‘, quella che ha appreso della dittatura dai suoi genitori o nelle letture scolastiche. Questa nuova generazione di sinistra, giovanissima ed emersa nei chiostri secondari e universitari, ha sparato al cuore della transizione cilena. L’ha accusata di non aver rotto i legami con l’impronta neoliberista imposta al Cile dal governo militare», e ora ha nelle sue mani la possibilità di rimodellare il Paese. «I progressi sostanziali per essere solidi richiederanno un ampio accordo e che per durare devono essere passo dopo passo», ha detto ai cileni nel suo primo discorso dopo l’elezione. Gabriel Boric sembra consapevole che se la sua elezione è stata radicale, ampia e folgorante, il lavoro che lo attende sarà lungo e lento.

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