martedì, Gennaio 18

Cile: la democrazia e l’eredità di Pinochet Alle elezioni ha vinto il progetto di Gabriel Boric di ridiscutere, alcuni aspetti, quali si vedrà, del modello neoliberale imperante dalla dittatura nelle coalizioni di destra o di centro-sinistra

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

È il Cile, Giggino Di Maio, il Cile, non il Venezuela dove il dittatore Augusto Pinochet instaurò con un colpo di Stato una dittatura! Durata, quella dittatura, dall’11 settembre, quello dimenticato, del 1973 all’11 marzo del 1990 sotto il pugno di ferro del generale Pinochet. La cui sua ulteriore permanenza quale Presidente della Repubblica fu messa in discussione con l’importante plebiscito nazionale del 1988, già previsto nella costituzione cilena del 1980, indetto il 5 ottobre, con il quale il popolo con il 56% gli negò un’ulteriore permanenza al Palazzo della Moneda

Però, per dire della difficile convivenza di democrazia diritti e potere in quel Paese come con contorni diversi in tutta l’America Latina, il generale rimase a capo delle forze armate addirittura fino al 1998. Non fu mai processato, così morì nel suo letto, molto, troppo tardi, a 91 anni, al contrario delle centinaia di migliaia di cileni che fece ammazzare. Quasi confermando che la mala erba non muore mai. Vedasi i tanti gerarchi nazisti vissuti oltre i novanta anni. Quell’eredità nonostante gli anni è ancora presente tra le pieghe della società cilena per i motivi che sto per dire. Una presa del potere quella di Pinochet e di una cultura che per diversi storici altalenava forme di nazionalsocialismo (ovvero nazismo) con un caldo e confortevole cattolicesimo conservatore. Accompagnata da una fede nel liberismo seguendo le ricette economiche americane perseguite da giovani economisti guidati da José Piñera denominati ‘Chicago boys’ perché formatisi a Chicago da Milton Friedman. Linea teorica e concreta che ha determinato e condizionato gli ultimi quattro decenni di politica economica nei paesi occidentali. Tutti democratici e proni ai voleri di politiche di detassazione con liberalizzazioni ovvero una mano libera del mercato senza l’orpello di leggi, norme e vincoli. Strategia arrivata all’oggi ben rappresentata dai colossi del web, i grandi evasori fiscali globali, aiutati da governi liberal-democratici compiacenti. Mentre tasse, lavoro e peggioramento di condizioni di vita e di lavoro colpivano i ceti medi e le fasce più deboli ed esposti delle società capitalistiche. Sempre più diseguali.

Quel colpo di Stato cileno portato a compimento con l’aiuto non disinteressato della democratica America, da sempre impegnata ad esportare la sua di visione democratica e soprattutto le sue ricette economiche per il fine del ‘proprio interesse nazionale’ a cui subordinare tutti gli altri Paesi alleati. Per «rendere l’America ancora una volta la forza trainante del bene nel mondo», con le parole di Biden il giorno dell’insediamento da Presidente il 20 gennaio di quest’anno. Dove le parole chiave sono ‘ancora’ e ‘bene’. Ancora forza che traina il bene, facendosene gli americani gli indiscussi ed unici portatori morali mondiali. Ma anche no, grazie, visti i risultati e perché fuori tempo massimo, avvalorando qualche dubbio circa la ‘novità’ di un pensiero alquanto stantìo rispetto alle dinamiche odierne. Pensiero della centralità degli Usa in cima al pensiero di tutti, repubblicani o democratici. Oggi, o progressisti o di estrema destra, poiché la pessima novità americana degli ultimi decenni è tra un pensiero democratico sempre più vicino a posizioni centriste quando non simil-conservatrici. E quello dei repubblicani ormai con la forma ‘fascista’ anti istituzionale imposta di Trump diconservatori spostatisi vieppiù a destra su posizioni come noto estremiste.

Questi spostamenti si riflettono in tutte le politiche odierne e circolano anche in Cile. Quell’aiuto a Pinochet venne dalla ‘bella coppia’ Richard Nixon Presidente incriminato per impeachment per il famoso scandalo Watergate con cui alcuni sodali penetrarono in una sede democratica per rubare documenti di democratici con cui poi ricattarli politicamente. Piccola chiosa doverosa. In Italia non c’è l’impeachment, la messa in stato d’accusa, ma il Berlusconi che tentò di accattarsi, comprarsi, corrompere senatori con molti denari e poltrone varie per fottere l’allora vincente Prodi (De Gregorio dixit…), costituisce uno di quegli atti ‘eversivi’ che in paese serio avrebbe avuto conseguenze penali ed istituzionali pesantissime. Ma essendo in Italia, qualcuno ricorda? Torniamo al Cile. Con Nixon c’era il suo fido consigliere Kissinger, peraltro così amato dai democratici europei! Al quale, per non farci mancare alcuna oscenità, consegnarono pure un Nobel per la pace (!!), tanto per aggiungere la farsa alla tragedia cilena iniziale. In ossequio con Karl Marx secondo il quale la Storia si presenta due volte, la prima appunto come tragedia per poi virare in farsa! Eccetto che per l’‘avvento’ dell’eroe della patria, il ‘patriota’, il già pregiudicato di Arcore, Berlusconi Silvio, affacciatosi come una macchietta in modo farsesco con le sue oscene televisioni commerciali (di cui il ‘Leader Maximo’ del Pci disse trattarsi di evoluzione culturale del paese!! Per dire di che stoffa sti comunisti!) ed i suoi governi, per poi divenire per gli italiani una tragedia. Per ritrovarci a parlarne come del prossimo “garante” addirittura della Repubblica.

Torniamo al Cile, uno dei Paesi più conservatori dell’America Latina, ma che due giorni fa, 19 dicembre 2021, ha espresso una volontà di cambiamento che si spera non deluda, un’ulteriore volta. Difatti 4,6 milioni di elettori su 8 milioni di votanti hanno votato per Gabriel Boric, un giovane, mica come da noi vetusta e gerontocratica società democratica, simil ex Unione Sovietica. Candidato di sinistra che già nel 2011 aveva guidato rivolte studentesche contro l’affermarsi di un’istruzione privata, a vantaggio dei ricchi. Giovane, tanto, appena 35 anni, contro un nostalgico, ancora dopo oltre 30 dalla fine della dittatura pinochettiana ed a ca. 50 dalla sua violenta instaurazione, José Antonio Kast, 55 anni, di estrema destra, grande ammiratore del fascista Trump, apertamente pinochetista. Insomma uno di estrema destra, a cui il fascio leghista Matteo già ‘mojito man’, ha come ovvio subito provveduto (tra simil camerati è d’uopo) a dichiarare la propria ferma preferenza per il propugnatore di ‘valori cristiani’, forse con armi e manganello come piace al cialtronesco destro italiano, portatore di ‘ordine’ e ‘sicurezza’. Chissà se la vittoria di Boric non si debba anche alla sfiga che ha portato l’endorsement salviniano (un inglesismo per dire che uno è della stessa materia) all’avversario! Valesse anche per i giochi del Quirinale

Boric ha vinto dopo che al primo turno elettorale aveva privilegiato con il 28% di preferenze contro il 25% l’avversario di destra. Invece ha vinto il progetto di Boric di ridiscutere, vedremo in che forme e con quali politiche, alcuni aspetti, quali si vedrà, del modello neoliberale imperante comunque dalla dittatura nelle coalizioni di destra o di centro-sinistra. Questa elezione che annuncia una sperabile nuova speranza non in salsa populista latinoamericana era in qualche modo annunciata dalle manifestazioni dell’ottobre 2019 con cui milioni di persone avevano manifestato contro forti disuguaglianze presenti nell’economia e nella società cilena, ma anche per arrivare a discutere circa la riscrittura di una nuova Costituzione. Così da abolire, solo decenni dopo, sintomo di difficoltà di espressione di processi democratici, quella redatta ai tempi della dittatura e rimasta lì anche dopo. Così solo l’anno scorso, a novembre, i cileni hanno votato per cancellare la Costituzione di Pinochet, mentre a maggio di quest’anno sono stati votati i nuovi componenti dell’Assemblea costituente per redigere una nuova Costituzione più libera e democratica. Poi attacchi mediatici e scarsa conoscenza dei lavori assembleari hanno convinto molti che l’Assemblea non stesse lavorando. Dopo di che è arrivato il voto di ieri a sancire forse un passaggio nuovo nella turbolenta vita politica e sociale cilena.

Va sottolineato che da quando il voto è stato reso volontario nel 2012, l’affluenza al voto è maggiore per le persone di ceto alto che con maggiore istruzione e stipendi più alti costituiscono la maggioranza dei votanti alle elezioni. Male endemico comune ai popoli dell’America Latina dove il popolo poco istruito e formato ad una cittadinanza attiva con salari di fame e condizioni di vita molto difficili, non si reca a votare. Perché neanche messo nelle condizioni di quali siano i suoi diritti, difficili da garantire in contesti di latifondisti terrieri, élite cittadine ricche, squadroni della morte paramilitari, garantiscono il mantenimento di un sistema di potere concentrato in poche mani e corrotto. Se tra le parole d’ordine di questa elezione sono rimbalzate quelle di Camila Vallejo, deputata comunista per cui “con questo voto dobbiamo frenare il fascismo”, o quelle di Teresa Valdés storica militante del movimento di opposizione a Pinochet di “Mujeres por la vidaper la quale “la storia ha messo di nuovo il nostro paese di fronte alla scelta tra democrazia e dittatura”, si comprende molto della provvisorietà che gli accadimenti storici esprimono in quei Paesi. E come il vissuto del mondo lì sia sempre sospeso, magicamente nella sua durezza, in un andirivieni contingente e provvisorio da cui non riuscire mai ad emanciparsi verso forme di socialità nuove in cui possa prevalere una speranza di qualche cambiamento improntato alla libera espressione di ciascuno. Staremo a vedere, cercando di capire che cosa farà l’America e se accetterà, come non riesce a fare neanche in casa sua, il verdetto popolare espresso da una nazione autonoma.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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