lunedì, Agosto 2

Cile – Bolivia: no normalizzazione dei rapporti all’orizzonte

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L’aspra dialettica diplomatica oggi in scena tra Santiago del Cile e La Paz ha diverse chiavi di lettura a seconda della prospettiva d’analisi. Oggetto della contesa è, innanzi tutto, l’accesso al mare che la Bolivia ha perso a fine ‘800 proprio a seguito di un conflitto bellico con il Cile e che, nell’attuale sviluppo delle relazioni internazionali, sacrifica oltremodo la connessione commerciale di La Paz con i principali mercati globali. Pertanto si evince che una prima chiave di lettura da dare a tale contenzioso è proprio quella più pragmatica, ovvero la necessità di ottimizzare, da parte boliviana, le proprie interazioni commerciali.
Un’altra prospettiva d’analisi è quella cilena che nei territori conquistati sul finire del XIX secolo trova importanti risorse minerarie alle quali è difficile rinunciare oggi come ieri.
Ma esiste anche una visione più introspettiva collegata a La Paz, ossia la necessità di evadere da una crisi politica interna a seguito del rovinoso insuccesso del referendum costituzionale. Un azzardo politico che aveva lo scopo di consolidare la leadership di Evo Morales ben oltre i due mandati consentiti, ma che si è trasformato in un pericoloso fallimento che mette in discussione le certezze di un MES nuovamente alla guida del Paese dopo il 2018, con o senza Morales. Pertanto riportare l’attenzione mediatica e popolare sulla rivalità con il confinante Cile, direttamente o indirettamente, finisce con l’alleggerire la pressione interna sul Governo (colpito anche da uno scandalo di corruzione che coinvolge il figlio del presidente Morales). L’introspezione cilena, invece, fa riscontrare la necessità di dimostrare la forza del Paese in termini regionali. Strategia di potenza alla quale Santiago non può rinunciare vista la crisi socialista latinoamericana e la progressiva convergenza degli attori regionali  verso l’Alleanza del Pacifico. Un progetto regionale nel quale proprio il Cile è leader e che per tanto non gli permette alcun punto di flessione in politica estera. Soprattutto in questo periodo dove internamente il tema della necessità impellente di una nuova Carta Costituzionale e gli scandali nel comparto minerario sono all’ordine del giorno.

Ma per capire cosa si discute oggi tra Bolivia e Cile occorre fare un passo indietro e partire dai due conflitti che hanno visto quali protagonisti proprio questi due Paesi con l’aggiunta del Perù a dar man forte (senza alcuna rilevanza sull’esito della battaglia) alla posizione boliviana.
Prima avvisaglia di una competizione fra Paesi confinati fu tra il 1836 ed il 1839 dove la Confederazione Bolivia-Perú si contrapponeva al Cile. La vittoria cilena determinò il disordine politico all’interno della Bolivia tanto che nel 1841 il territorio era governato contemporaneamente da tre distinti governi. Tuttavia ciò non inibì a La Paz dal riproporre la soluzione militare contro Santiago nel 1879. Parliamo di quella che oggi rappresenta proprio l’origine della discordia ovvero la Guerra del Pacifico (1879-1884). Nuovamente Perú e Bolivia furono alleate contro il Paese a sud dei loro confini e nuovamente i due paesi ne uscirono sconfitti, ma questa volta con gravi effetti sulla propria sovranità territoriale: la Bolivia perse le regioni di Atacama e di Antofagasta, ossia di fatto gli venne precluso ogni sbocco sul mare (oltre all’accesso ad importanti riserve di salnitro); il Perù perse le regioni di Arica, Parinacota, Tarapaca. L’approccio di Santiago prima della Guerra del Pacifico fu strategico in quanto attuò una ‘cilenizzazione’ della regione di Atacama, e quindi dell’area prossima ad Antofagasta. In questo modo, le successive azioni di espulsione da parte di La Paz  ai danni dei coloni cileni (che intravide una illegittima ingerenza territoriale) furono interpretata da Santiago come una minaccia per il proprio popolo e quindi fu tradotto in un valido pretesto per la guerra. Dopo il conflitto anche le regioni più a nord (ex territori peruviani) subirono un identico processo ‘cilenizzazione’  giustificato proprio dal fatto che con il Trattato di Ancon (1883) le province di Arica e Tacna diventavano cilene per 10 anni al termine dei quali un plebiscito avrebbe definito la sovranità sui territori. Tuttavia il plebiscito non venne mai eseguito e solo con la mediazione di Washington nel 1929 si giunse al Trattato di Lima con il quale Tacna tornava sotto la bandiera peruviana e la provincia di Arica diventava definitivamente un territorio cileno. Ancor prima Cile e Bolivia giunsero ad una definizione dei propri confini con un Trattato nel 1904.

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