mercoledì, Dicembre 1

‘Ciao’ di Veltroni, successo della pièce teatrale

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Le biografie narrano  infatti di un Vittorio Veltroni  che appena diplomato al Centro Radiofonico Sperimentale entra a far parte del ristretto numero di telecronisti che seguono per l’ Eiar  i maggiori avvenimenti della politica interna e internazionale (celebri le sue telecronache come quelle  del Tour del ’37, e sulla visita di Hitler in Italia), con Nicolò Carosio  condivide il microfono delle cronache sportive, poi nel dopoguerra dà il meglio di sé  sia nel modo di  raccontare le tragedie  del Paese (si pensi al Polesine), che il bisogno di allegria, di gioia di vivere dopo i lutti e le devastazioni della guerra. Radiocronista, telecronista, conduttore, dirigente:  lancia  giovani talenti come Lello Bersani, Mike Buongiorno, Sergio Zavoli,  si dedica ai   programmi di intrattenimento, scoprendo Alberto Sordi, con il quale stringerà grande amicizia, così come con  Totò, dà vita a Domenica Sport, dirige il telegiornale ( ’54).  E intanto, mette su famiglia e dal matrimonio  con Ivanka Kotnik, figlia dello sloveno Ciril Kotnik, (ex ambasciatore del Regno di Jugoslavia  presso la Santa Sede che aiutò numerosi antifascisti ed ebrei romani a sfuggire alla persecuzione nazista) nascono due figli.  Il più piccolo dei quali non ne ha alcun ricordo personale. E neanche una foto scattata insieme.

Ma col tempo, il vuoto dell’assenza si  trasforma in ansia  di ricerca, per conoscere realmente chi è suo padre. Da qui la raccolta  di lettere, documenti, filmati delle teche Rai e dell’Istituto Luce,  testimonianze che ampliassero i ricordi materni. Il documento più  toccante: il filmato dei funerali del padre girato  privatamente dagli  amici e colleghi di lavoro. Vi sono delle cose che un figlio alla ricerca del padre non può  chiedere alla madre, peraltro alle prese con due bambini da crescere.  Ecco allora che d’improvviso una sera di Ferragosto,  in una Roma livida e bellissima, un uomo ritorna a casa dal figlio ormai sessantenne. Il ragazzo, diventato forte e famoso, sa di aver subito quella mancanza, di averla cercata in mille gesti, di averla trovata, a volte, in sua madre e poi di averla protratta, giorno dopo giorno.

Ora finalmente eccolo davanti a sé, catapultato direttamente dagli anni Cinquanta. Sorridente, allegro, ironico, elegante. Tra i due inizia una chiacchierata senza tempo, in un percorso che evita il rancore e cerca le vicinanze. All’inizio, l’unica possibile è in quella donna che li ha uniti e amati. Dapprima con cautela poi  con intensità e tensione, quando le vicende personali incrociano la storia.  Non si deve sfuggire alla verità. Il figlio vuol sapere  se il padre è stato fascista. Il problema lo assilla. Avrebbe desiderato un padre partigiano, come quello di Massimo ( deportato a Mathausen e poi funzionario del PCI), ma, sopratutto cerca risposte su quegli anni lontani. Lo ripete lui stesso durante l’incontro col pubblico:  “lo sforzo che intendevo fare è cercare di capire come sia potuto accadere che l’Italia sia stata fascista per un Ventennio. E che la Germania  abbia potuto  trasformarsi  in quella  mostruosa e terribile macchina di distruzione umana. Eppoi, per me era  importante sapere quando è avvenuto il ripensamento di larga parte di quella  generazione cresciuta  in quel clima,  sotto quel  regime totalitario”.

Avute con sincerità le risposte che attendeva, un’altra domanda lo assale: perché proprio ora  ti presenti? Forse perché prima il figlio non ne aveva bisogno, si era costruito la propria strada,  dentro un solido orizzonte di valori.  Ora invece ne avverte le inquietudini e le preoccupazioni. E’ anche qui che l’incontro immaginario tra i due diventa l’occasione per descrivere due Italie che si raccontano e si incrociano: quella degli ideali nati nel secondo dopoguerra e quella delle crisi successive. La messinscena, infatti, è arricchita da video e immagini dell’archivio Rai e dell’Istituto Luce che ripercorrono la memoria storica del nostro Paese. Nel dialogo tra queste due figure si snoda la storia d’Italia di molti decenni, una storia di cui i due sono stati testimoni e protagonisti. Così, si interrogano anche sui grandi significati dell’esistenza umana e della trasmissione della memoria.

Interviene il regista Piero Maccarinelli: “Due generazioni si confrontano: quella del padre, che ha partecipato alla rinascita del Paese nel secondo dopoguerra, e quella del figlio, che ha partecipato a una stagione dove molti di quegli ideali nati sono entrati in crisi. È un’occasione per raccontare, perché raccontare è vivere, e per confrontare posizioni, nate dallo stesso DNA, ma non sempre convergenti. Il gioco del teatro consente la realizzazione di questo incontro impossibile, che attraverso ricordi che si incrociano, testimonianze dolorose, autocritiche talvolta ulceranti, talvolta divertenti, porta a un confronto tanto irreale quanto profondamente realistico i due personaggi”.

Walter e Vittorio Veltroni scavano nella memoria l’infanzia dell’uno e la giovinezza dell’altro, rinnovando domande e attendendo  risposte mai avute.  Alle quali si aggiungono ora quelle che il pubblico  rivolge ai  protagonisti. Come colmare l’assenza del padre?  Come comportarsi verso i figli? Quanto si sa gli uni degli altri? Quanto è importante il dialogo tra generazioni?  Puntuali  le risposte sia di Veltroni che di Ghini e del giovane Bonomo. “Il  mestiere del padre non lo insegna nessuno dice l’attore, padre di quattro figli; per Veltroni necessario è  parlarsi, raccontarsi, perché l’assenza di memoria  è una delle cause del degrado culturale di una società che non sa più da dove viene”.

La generazione del dopoguerra  aveva  certezza  e fiducia nel futuro, oggi viviamo in una situazione di profondo mutamento antropologico, in un tempo  dominato da un grande senso di precarietà. Che ha similitudini con altri momenti storici. Chiedo a Veltroni se tornerà all’impegno  politico diretto: no, ha voltato pagina. Ma il suo contributo alla  riflessione – anche attraverso opere come questa o le sue attività  cinematografiche e letterarie – non mancherà. Ghini  accetta invece la provocazione.  Non gli piace la deriva populista verso cui si sta scivolando.   “Prendiamo Roma: in giro tutti  si lamentano perché la città è abbandonata al degrado, “nessuno’ la governa, ma poi se ne stanno a casa, senza trovare il coraggio di lanciarsi nella mischia,  allora   dico che questo non è il momento di arrendersi all’inerzia, io ci sono e se ciò fosse necessario accetterei anche  la candidatura a Sindaco pur sapendo di andare incontro alle  ire della moglie, sono stato consigliere comunale, so come si governa la città,  perciò lancio questa provocazione nella speranza che qualcuno avverta la stessa necessità di uscire  allo scoperto, la mia vuole essere una risposta   al grido di dolore che poi resta tale”.

Ma al di là di queste digressioni, Ciao dimostra che la ricerca della nostra provenienza, di chi eravamo, è un bisogno primario, che non si può reprimere  neppure quando la ragione ci suggerisce che dovremmo arrenderci alla realtà del tempo che passa e porta via i nostri affetti più cari. Di  questo successo va orgoglioso Marco Giorgetti, direttore della Fondazione Teatro della Toscana che lo ha prodotto. “E’ un lavoro che  cade nel miglior periodo di attività dei nostri teatri, che vedono premiate dal pubblico le  produzioni messe in scena  sia alla Pergola che al Niccolini,  al  Teatro Studio di Scandicci  e di cui andiamo orgogliosi”. Ora, Ciao ( scene e  costumi di Maurizio Balò,  luci di Umile Vainieri ) inizia il proprio tour a cominciare dal Teatro Franco Parenti di Milano, dal 19 al 30 aprile. Poi Roma e altre città.

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