martedì, Maggio 11

Ciad, quel Presidente in nome della Francia Il Presidente, Idriss Deby, da 30 anni al potere grazie alla Francia, al petrolio e a una serie di coincidenze fortunate, è morto, dopo uno scontro con il Front pour l'Alternance et la Concorde au Tchad (Fact). Sul terreno un Paese poverissimo al centro della sicurezza nello Sahel

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Il Presidente del Ciad, Idriss Deby, appena rieletto -per la sesta volta e dopo 30 anni al potere- nelle elezioni dell’11 aprile, con il 79,32%, è morto ieri, secondo una dichiarazione dell’Esercito, per le ferite riportate in un attentato, in un’area di guerra, coinvolto in scontri con il gruppo ribelle Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad (Fact), entrato in territorio ciadiano dalla Libia.
Poche ore prima dell’annuncio della morte del Presidente, l’Esercito aveva informato di un’operazione nel corso della quale era stata neutralizzata l’offensiva del Front pour l’alternance et la concorde au Tchad. Fronte che, sabato scorso, aveva annunciato di voler raggiungere la capitale, N’Djamena, per prendere il potere, ma i militari confermavano di aver respinto l’assalto, uccidendo 300 combattenti.
I militari hanno decretato il lutto nazionale di 14 giorni e imposto il coprifuoco dalle 18:00 alle 5:00 su tutto il territorio nazionale, oltre aver chiuso le frontiere terrestri e aeree.

Il figlio del Presidente, Mahamat Idriss Deby Itno, generale a quattro stelle, 37 anni, soprannominato Mahamat Kaka, responsabile della guardia presidenziale, è stato designato come successore di Idriss alla guida del Consiglio militare di transizione. Nomina, per altro, che secondo alcuni osservatori come Evariste Ngarlem Toldè, analista politico di origine ciadiana, docente di Relazioni internazionali presso l’Università Jean Moulin di Lione, sarebbe ‘incostituzionale’. Secondo lo studioso, ‘Bbc‘, la Costituzione del Ciad stabilisce che in caso di morte del capo dello Stato spetti al Presidente del Parlamento subentrare alla presidenza e organizzare le elezioni, alle quali non è però autorizzato a candidarsi.

L’Eliseo ha parlato dicommozioneper la morte di Idriss Deby, definendoloamico coraggioso‘, evidenziando come il defunto Presidente abbia «lavorato senza sosta per la sicurezza del Ciad e la stabilità della regione del Sahel». Parigi si è augurata una fase di transizione ‘pacifica’ caratterizzata da «spirito di dialogo con tutti gli attori politici e della società civile».
La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha espresso le «condoglianze alla famiglia del Presidente e al popolo del Ciad».
La Farnesina ha emesso una nota nella quale si afferma di aver «appreso con sgomento della scomparsa del Presidente», auspica «una transizione pacifica verso il rapido ritorno ad un ordine costituzionale inclusivo e fondato sul rispetto dello stato di diritto», e si dilunga a sottolineare l’importanza della collaborazione con Deby nella lotta al terrorismo nell’area.

Tra messaggi, a intensità diversa, che esprimono abbastanza chiaramente quanto Idriss Deby è stato per l’Europa.
Deby è sempre stato ritenuto un alleato chiave della Francia nel Sahel, e per tanto dell’Europa, e secondo alcuni, un ‘burattinodella Françafrique(la cellula africana all’Eliseo), nell’area. Infatti, secondo alcune ricostruzioni storiche, il colpo di Stato militare che nel dicembre 1990 rovesciò il governo dell’allora presidente Hissene Habrè portandolo al potere, fu attivamente sostenuto da Parigi, che successivamente è spesso intervenuta per salvarlo da insurrezioni interne e mantenere così lo status quo regionale. Nel corso degli anni il rapporto si è rafforzato e consolidato, e il Ciad ha sottoscritto diversi accordi di cooperazione bilaterale con la Francia nei settori della difesa e della sicurezza.
Ma il Ciad è anche un partner -‘cruciale’ secondo la Farnesina- per l’Italia nella lotta al terrorismo e all’instabilità nella regione del Sahel, così come lo è per tutta la UE.

Idriss Deby Itno, morto a 68 anni sul campo di battaglia, come si addice alla figura di combattente che gli apparteneva, dal 1990 ha governato il Ciad col pugno di ferro, trasformandolo in quella che è stata bollata come una Repubblica presidenziale tendente alla monarchia assoluta.

Nato nel 1952, a Berdoba (nel Nord-Est del Paese), da una famiglia di allevatori, in seno all’etnia Zaghawa, Déby era un militare esperto che si è arruolato per la prima volta nell’Esercito negli anni ’70, durante la guerra civile dell’ex colonia francese. Alla fine è diventato comandante in capo delle forze armate sotto l’ex Presidente Hissène Habré che ha servito dal 1982 al 1990. In quell’anno, Deby, con il suo Movimento patriottico di salvezza (Mps), lanciò dalle basi sudanesi l’incursione che portò alla presa di N’Djamena, una insurrezione che portò alla caduta di Habrè, con il sostegno della Francia. Déby ha promesso di stabilire una democrazia multipartitica funzionante e di porre fine all’illegalità e alla violenza del regime precedente. Quella promessa fu di breve durata. Le ambizioni di Déby si spostarono rapidamente per rimanere al potere con qualsiasi mezzo e arricchire la sua famiglia allargata.

Fu tra i principali sostenitori nell’operazione militare francese Barkhane contro il terrorismo nel Sahel. L’esercito del Ciad, considerato uno dei migliori del continente, è diventato un pilastro nella lotta ai jihadisti nel cuore dell’Africa, elemento di spicco anche del gruppo del G5 Sahel, con Burkina Faso, Mali, Mauritania e Niger.
A suo tempo Deby è stato uno dei primi ad allertare la comunità internazionale in merito alle gravi conseguenze della caduta del dittatore libico Muammar Gheddafi.

Giocando sulle sue competenze militari e sulla sua influenza, Deby è anche riuscito a mettere a tacere le critiche internazionali al suo regime e ad ottenere prestiti dalle grandi istituzioni internazionali, ma sul fronte interno non è bastato a calmare divisioni e critiche.

Il longevo presidente sosteneva di aver «stabilito e ancorato la democrazia, la pace e la sicurezza», ma dietro una parvenza di dialogo e di stabilità guidava il Ciad in modo autoritario. Le libertà politiche sono quasi inesistenti; le violazioni dei diritti umani fanno parte della vita di tutti i giorni e leader dell’opposizione, attivisti per i diritti umani, giornalisti e sindacalisti vivono sotto una minaccia permanente.

Negli anni sono state organizzate diverse proteste contro il governo di Déby.
Il Ciad settentrionale ha assistito a una
serie di ribellioni contro il governo di Déby. E nel 2006 e nel 2008, membri del clan Zaghawa di Déby e ex alleati che hanno disertato all’opposizione hanno cercato di rovesciarlo con la forza militare.
Più di recente, le
proteste sono scoppiate nel febbraio 2021, quando Déby ha annunciato che si sarebbe candidato per un sesto mandato. Il presidente ha inviato le sue forze di sicurezza per disperderli immediatamente.
Da febbraio 2019 il Nord del Ciad è diventato teatro della ribellione del Fronte per l’alternanza e la concordia del Ciad (Fact), un gruppo di miliziani partito dalla Libia con l’obiettivo di rovesciare il suo governo.

Dopo 30 anni questo longevo Presidente governava una popolazione che ha sofferto a lungo di estrema povertà nonostante la ricchezza petrolifera del Paese. Il sistema sanitario è inadeguato, scarse le opportunità di istruzione, assenti le prospettive di carriera tra i giovani e diffusa ed elevata disoccupazione. L’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite (2020) classifica il Paese al 187 (su 189). In più il Paese è gravato da annose tensioni intercomunitarie tra pastori e agricoltori.

Il Paese, che occupa una posizione strategica nei crocevia del Sahel, è anche esposto alla minaccia del gruppo armato Boko Haram, che nella regione del Lago Ciad è responsabile di attacchi a civili e militari.

Come annota Helga Dickow, ricercatrice dell’Arnold Bergstraesser Institut di Friburgo, Idriss Deby si è retto per 30 anni su quattro pilastri: la notevole capacità di produzione di petrolio del Ciad; la precaria situazione della sicurezza nella regione del Sahel, che è stata assediata dai terroristi islamisti; la lealtà incondizionata della Francia al regime; la sua capacità di diplomatico strategico.
In primo luogo, «le entrate petrolifere del Ciad hanno dato a Déby i mezzi per armare i militari». Per tanto ha potuto usare l’esercito ciadiano per contrastare gli attacchi al suo governo, il che lo ha aiutato a rimanere al potere.

In secondo luogo, «per più di un decennio, il gruppo terroristico Boko Haram nella vicina Nigeria, Al-Qaeda nel Maghreb islamico e lo Stato islamico nel Sahel hanno afflitto la regione con la violenza. L‘esercito ciadiano al comando di Déby si è dimostrato un partner indispensabile nella lotta internazionale contro l’estremismo nel Sahel».
In terzo luogo, «nel 2013, quando l’allora Presidente francese Francois Hollande ha
fornito supporto militare per combattere Al-Qaeda e il gruppo militante islamista, Ansar Dine , nel nord del Mali, Déby e il suo esercito sono stati al fianco dei francesi. Dall’indipendenza nel 1960, la Francia ha utilizzato la capitale del Ciad N’Djamena come base militare per l’intera regione del Sahel. E dal 2014, N’Djamena ha ospitato il quartier generale di Barkhane, missione guidata dalla Francia per combattere i terroristi» e le visite dei vertici del governo francese in Ciad sono abituali.
Quarto, «Déby è un diplomatico strategico. Per anni
ha collocato con successo i suoi fedeli seguaci in influenti posizioni regionali e internazionali. Ad esempio, il suo ex Ministro degli Esteri Moussa Faki è stato recentemente riconfermato Presidente della commissione dell’Unione africana. Il suo ambasciatore di lunga data presso l’Unione europea e rappresentante speciale della missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite in Mali, Mahamat Saleh Annadif, si trasferirà presto a Dakar come rappresentante delle Nazioni Unite per l’Africa occidentale. E nel febbraio 2021, Déby ha assunto la presidenza di turno del G5 Sahel, un quadro istituzionale per il coordinamento della cooperazione regionale nelle politiche di sviluppo e nelle questioni di sicurezza nell’Africa occidentale».

Mahamat Idriss Deby Itno, prende in mano un Paese che da subito gli presenta le sfide sino ad ora governate dal padre.«I ciadiani avevano sperato in un migliore accesso alle risorse, soprattutto quando il Ciad è entrato a far parte della lista dei Paesi produttori di petrolio nel 2003. Ma solo l’élite corrotta intorno a Déby e il suo clan hannobeneficiato degli introiti. Il secondo è la mancanza di libertà politica. Durante il periodo elettorale solo Déby e il suo Movimento di salvezza patriottico al potere sono stati autorizzati a fare campagna elettorale. Citando i protocolli pandemici, il suo governo ha limitato l’opposizione dalla campagna elettorale. I leader dell’opposizione hanno chiesto l’intervento della comunità internazionale».

Il giovane Deby dovrà affrontare il sentimento anti-Déby che potrebbe ora prendere slancio, l’opposizione, i giovani e alcuni membri del clan Zaghawa di Déby potrebbero avere la forza di ribellarsi. Il successo della ribellione piuttosto che di Deby figlio dipenderà dalle forze di sicurezza, che sono dominate da Zaghawa, e dalle decisioni politiche della Francia.

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