domenica, Novembre 28

Ci vorrebbe Pietro Arpesella…

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«Il Grand Hotel che fece sognare Federico Fellini, la palazzina liberty che ha ospitato principi e regine, l’alcova segreta degli amori del Duce e Claretta Petacci, da ieri è in lutto. Tra i velluti rosa di uno dei templi del turismo italiano, si è ucciso, con un colpo di rivoltella alla tempia, Marco Arpesella, l’uomo che aveva venduto, per 13 miliardi e mezzo, l’albergo di Amarcord a Cultrera prima del crack dell’Ifl. Disavventure finanziarie come afferma la stampa locale? Oppure preoccupazione per la donna amata come ipotizzano gli amici? Molti misteri circondano la tragedia. Marco Arpesella si è tolto la vita poco dopo la mezzanotte nel Grand Hotel». Così Luciano Nigro de ‘La Repubblica’. E non si potrebbe meglio evocare quel mondo e la sua fine. Il ‘giovane’ Arpesella avrebbe compiuto 52 anni pochi giorni dopo. Non ancora trentenne aveva fondato Promozione Alberghiera, la più grande cooperativa turistica d’Italia. Voleva creare, tra Rimini e Riccione la prima Università del Turismo. Nei primi anni ’80 aveva dato vita a Italy & Italy, fast-spaghetti prototipo di una catena che sarebbe divenuta, nelle mani del modenese Cremonini cui la cedette, la risposta italiana a ‘Mc Donald’s’.

«Le fortune si subiscono, le disgrazie si affrontano»: innervato nel motto dei Kennedy, il ‘commendator Pietro’ pianse privatamente tutte le sue lacrime e, diritto come un fuso e magro come un chiodo, riprese a crescere l’altro figlio. Il Grand Hotel. Inventandone di nuove e belle. Come il piccolo, prezioso ‘clone incontri’ nel giardino. Lungimirante e provocatorio: «Penso che il 30/40% degli alberghi di Rimini andrebbero demoliti». Ideando (lui, unico, in una città in cui, allora ed ora, gran parte degli operatori turistici aveva ed ha il ‘braccino corto’ sui soldi, le idee, l’impegno civico) il progetto per la ‘Grande Rimini’. In una sala del suo Albergo troneggiava il plastico del progetto realizzato a proprie spese. Ipotizzava il ‘secondo mare’ (una fila di piscine che correvano parallele al lungomare, ad un centinaio di metri), strade di collegamento con l’interno, zone a luci rosse… E lo spostamento della ferrovia a monte, o, ancor meglio, l’interramento con la liberazione dell’area attualmente occupata, causa del doloroso iato tra la Rimini vecchia e la zona a mare.

Prevedeva di lavorare ancora a lungo, poi anche un romagnolo d’elezione concreto come lui (e come tutti, ma lui di più, un bel po’ di più) una volta raggiunti i centootto anni intendeva rallentare il ritmo di lavoro. E dedicarsi a tempo pieno all’altra grande passione sua (e dei romagnoli). Quella. Ché, in attesa di arricamparsi sulle montagne, continuava a dedicarsi al Monte di Venere, con ragazze magari non bellissime, ma con l’indubbia qualità di avere almeno sessant’anni di meno.

Invece decise di andarsene. A soli novantacinque anni, il 24 maggio del 2003. «Ninetta mia morire di maggio / ci vuole tanto, troppo coraggio. / Ninetta mia dritto all’inferno / avrei preferito andarci d’inverno», cantava Fabrizio De Andrè. Lui quel coraggio, chissà come e perché, purtroppo lo ebbe, ponendo momentaneamente fine alla sua ‘guerra di Pietro’. A Roma, volutamente lontano da Rimini, dai gelati e le bandiere, dove non aveva promesso terre promesse, ma realizzato una solida, sognante, realtà. Lontano dal suo Albergo. Ma certo da qualche parte sta, in qualche aldilà cristiano, buddista, islamico o arpeselliano che sia, ed è rimasto nel settore. E se, come nel dopoguerra nel riminese, ha trovato macerie e nulla, dal nulla ha certo creato, riempiendolo di alberghi. Anzi di Grand Hotel.

In Paradiso o all’Inferno. Certo non, lui, in Purgatorio.

 

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