lunedì, Settembre 27

Ci sarà dell'ignoranza, in Finlandia field_506ffbaa4a8d4

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La scena si ripete ad ogni intervista: mi presento armata di taccuino e penna a sfera. La vittima di turno assume, secondo le sue inclinazioni, un’espressione che va dallo stupito all’infastidito.
La capisco bene, se si irrita. Un giornalista ‘civile’, che aziona il registratore e in un quarto d’ora ti sei cavato il dente di aver ceduto alle sue richieste ‘intervistatorie’ è tutt’altra cosa di una pedante notaia, che pretende di verbalizzare ciò che le dici, con quella sua fissa della scrittura a mano. Anzi, ricordo con particolare affetto un Collega, Luigi Dell’Aglio (lo rammento a ‘Il Giorno’ e a ‘Il Sole 24 ore’) che si recava ad intervistare qualcuno con un intero armamentario di registratori, almeno tre in parallelo: prudente, si tutelava contro la tecnologia fallace.
Io, invece, mi fido solo della mia manualità e quando, come nel caso del mio servizio sulla relazione di Emma Bonino al Soroptimist di qualche giorno fa, è apparso l’articolo, coloro che facevano parte dell’uditorio hanno pensato che io abbia stenografato, tanto ho riprodotto pedissequamente ciò che ha detto la relatrice in quell’occasione. Affatto: ho bloc notes tracimanti la mia grafia pomposa e baroccheggiante, un vero specchio del mio carattere, e che fanno testo che si tratta di appunti, pignoli fino allo spasimo.

Sarò una visionaria, ma io, a quei segnetti curvilinei, a riccioli e volute, attribuisco anche un valore empatico, di trasmissione dell’inespresso e pure un che di esoterico, persino di scaramantico, sulle potenzialità di riuscita dell’intervista. Tutto questo per dare un allure ad un difetto indomabile che ho: l’incapacità di sintetizzare ciò che ascolto. Quasi per una sorta di timore di non saper interpretare i pensieri dell’altro, io li sbatto sul foglio parola per parola. Insomma, sono negata per il giornalismo d’agenzia. Stravedo per le cosiddette ‘articolesse’ (ve ne sarete accorti, no?).
La sbobinatura sarebbe l’ideale ma è un lavoraccio talmente da cani (sbobina e poi pulisci… ci vuole un’eternità!) che sono mille volte meglio i miei sovrabbondanti appunti. Né mi fido degli avanzatissimi programmi di sbobinatura automatica sul computer. Io voglio coinvolgere me stessa nell’intervista, e mi sento paga solo se le parole le vedo riprodotte dal mio segno.

Tutta questa pappardella di pensieri grati alla mia scrittura veloce me l’ha suscitata una notizia che viene dal profondo Nord. Dalla Finlandia, per essere precisi. Lì pare che, dal 2016, nelle scuole di ogni ordine e grado -come si dice burocraticamente da noi- verrà abolita la scrittura a mano libera; verrà bandita la penna. Leggiamo su ‘Imola Oggi’ dello scorso 28 novembre: «Minna Harmanen, membro del Consiglio nazionale dell’educazione finlandese, ha dichiarato in un’intervista della BBC che, a partire dal 2016, nelle scuole della Finlandia verrà abolita la scrittura manuale in favore del fluent typing, una svolta verso la digitalizzazione e un radicale cambiamento in uno dei fondamenti dell’insegnamento. In realtà saranno aboliti il corsivo e le ore dedicate alla calligrafia perché il Ministero dell’Istruzione ritiene che imparare a digitare sia più importante che apprendere a scrivere. Ovviamente non tutti sono d’accordo con questa digitalizzazione quasi totale della scuola, per vari motivi La proposta ha destato perplessità, perché la scuola ‘obbliga’ gli studenti a possedere un computer»

Ripercorro in un attimo con la mente la storia della scrittura nei millenni (naturalmente quella che so… mica mi vesto di panni tuttologici) e mi sento presa dallo sconforto. Mi sfarfalla nella mente l’espressione latina: ‘currenti calamo’, ovvero ‘scritto di getto’; oppure, il motto che dovrebbe essere scritto sul mio cartiglio  -se mai ne avessi uno tutto mio; quello di famiglia è piuttosto … funesto (per gli altri) -: ‘Ne uccide più la penna che la spada’. D’altronde, ogni grande rivoluzione sociale ed economica  -e quella della morte della scrittura a mano mi pare che lo sia-  appare una visionaria deprivazione del fattore umano.

Il valore simbolico della penna (e della matita), il suo fascino giustifica la presenza di un gran numero di collezionisti e di modelli da collezione. Molte aziende del settore sono diventate cult. La più sfrenata orgia di doni in materia avviene in occasione di ricorrenze tipo la Prima Comunione o la Laurea. Fra me e mio figlio, ne ho conservate uno sfracello…: d’oro, d’argento, di materiali d’ogni genere, celebranti personaggi o eventi, grassottelle e stilizzate, stilografiche (le più affascinanti) o a refil.

E, lasciatemelo dire, un uomo che scrive con la stilografica, ha su di me un fascino quasi ipnotizzante. Noi degli uffici stampa ci campiamo da sempre con le penne quale cadeau per i giornalisti. Poi ti arrivano ‘sti finlandesi e le aboliscono… in favore della tastiera. Neanche ai cinesi sarebbe venuto in mente una simile fuga in avanti innovativa. In più, si mette sul lastrico un’intera categoria di professionisti: i periti grafologi e si va in controtendenza rispetto a uno strumento di analisi molto in voga nel campo delle Risorse umane, ovvero l’analisi della scrittura del candidato a un impiego.

Non solo io ho covato mille remore riguardo a questa decisione robotizzante. Si son levate, in Finlandia e altrove, molte opposizioni al riguardo, soprattutto in merito al vincolo tecnologico che comporterebbe: si diverrebbe completamente schiavi dell’elettricità, ‘bene costoso e sempre meno facile da produrre; i black out sarebbero paralizzanti ancora di più. Le energie alternative alle risorse fossili sono un traguardo di là da venire. Le generazioni del futuro, inoltre, perderebbero le abilità manuali, la parte artigianale di ciascuno di noi che, in qualche modo, ha un imprinting di creatività che rischia d’inaridirsi.

Sì, certo, io sono antica’; ho imparato a scrivere con la penna e, a quei tempi, i computer erano roba da film di fantascienza. D’accordo, c’erano le macchine da scrivere, verso le quali ho sempre provato un’attrazione fatale. Ricordo l’entusiasmo con cui mi precipitavo alle scrivanie di mio padre o di mio zio per catapultarmi a smanettare sulle loro macchine da scrivere e manco andavo all’asilo; infatti il più bel dono che ricevetti a sette anni fu una Remington tutta mia, in una valigetta a motivi tweed. E l’unica l’eredità che avrei dovuto ricevere per disposizione del mio nonno paterno, pur precisandolo lui nel suo testamento, era la sua macchina da scrivere portatile. L’avete vista voi? Io no.

Sono fermamente convinta, però, che le lettere d’amore si scrivano a mano e tutti i miei amori (veri o platonici) ne hanno la loro buona dose in quaderni percorsi con una grafia febbrile, carica di sentimento (e quasi mai letti dai destinatari dei pensieri). Al computer sarebbe spoetizzante, spersonalizzante. Quelle stesse parole le potrebbe scrivere chiunque; il timbro della propria grafia è un valore aggiunto. Privare le nuove generazioni di questo elemento espressivo mi pare come negar loro un pezzetto di anima. Che di deprivazioni, poverine – le giovani generazioni – ne hanno già subite, innanzitutto culturali.

Assolutamente antitetico, ovvero convinto assertore dell’utilità della scrittura manuale, è il risultato dello studio ‘Nulla dies sine linea‘, presentato lo scorso 28 novembre a Roma, nella sala conferenze del Museo Nazionale Romano (Palazzo Massimo alle Terme), che invoca addirittura una ricostruzione della capacità di scittura. E se si parla di ri-costruzione, c’è evidentemente, qualcuno che ha distrutto. Lo studio è stato condotto dal Dipartimento di Scienza della Formazione dell’Università Roma Tre, in particolare dal Gruppo di ricerca guidato dal Professor Benedetto Vertecchi, ordinario di Pedagogia Sperimentale.
Son venuta a conoscenza di questa ricerca per puro caso, chiacchierando con Ernesta Todisco, alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa artistico-imprenditoriale, per il nuovo brand di foulard e accessori di moda 100% made in Italy creati dall’artista imprenditrice Daniela Troina Magrì.

Gli studiosi -mi ha raccontato Ernesta-, hanno verificato una evidente correlazione fra la perduta capacità di usare il corsivo e la diffusione dei mezzi digitali. Ecchissenefrega, direbbero i finlandesi (sarebbe gradito che qualcuno mi facesse sapere la traduzione). Se non che, gli esperti neuroscenziati hanno rilevato una diminuzione della capacità mnemonica, della capacità di orientamento spaziale e temporale. Insomma, una catastrofe a cui bisogna porre rimedio prima che divenga irreversibile. Sotto il profilo educativo, secondo gli studiosi (italiani, non finlandesi), il minor ricorso alla scrittura olografa (manuale, olé), produrrebbe una più limitata capacità di coordinamento percettivo – motorio, s’interromperebbe la correlazione fra pensiero e azione. Ovvero… un effetto disumanizzante. Che ne dite d’inviare lo studio del Gruppo di ricerca guidato dal Professor Vertecchi al Consiglio Nazionale per l’Educazione finlandese?

Ma anche a qualche italiano/a. La bravissima collega Marina Terragni ha segnalato su FB un tweet dell’ex Ministro Mary Star Gelmini, già talvolta protagonista di queste mie concioni, in cui si scaglia contro la costruzione di nuovi edifici di culto islamico a Milano. Riproduco, spanciandomi dalle risate: ‘No alla realizzazione di nuove Mosche volute dalla giunta #Pisapia senza garanzie per la sicurezza dei #Milanesi‘. Va bene il sistema di scrittura T9, ma uno sguardo prima di lanciare il tweet, no? E questa è stata la responsabile dell’Istruzione in Italia. Le prove scritte in Calabria per diventare avvocato come le ha composte, su Twitter (che, all’epoca, era di là da venire…)? Piccoli e grandi ignoranti avanzano … o sono avanzati.

 

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