domenica, Maggio 9

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La Cina è un mercato strategico per il made in Italy, apprezzato per i suoi eccellenti prodotti alimentari tanto che «Fiera Milano ha intensificato negli ultimi anni i suoi investimenti in Cina con l’obiettivo di offrire alle nostre aziende una efficace piattaforma di penetrazione commerciale» spiega Fabio Aromatici, responsabile delle attività internazionali dell’Ente fiera e lavoro per il Food Hospitality World (mostra di Fiera Milano dedicata all’alimentare e alle attrezzature per l’ospitalità professionale) e l’Interwine China (il più importante appuntamento fieristico dedicato al vino e agli alcolici) che si svolgeranno insieme dall’11 al 13 novembre a Guangzhou. Se l’impero cinese si afferma infatti il più grande mercato mondiale nella vendita al dettaglio di generi alimentari e il quarto principale importatore di beni agroalimentari dopo Ue, Usa e Giappone qualcosa non torna.

L’economia reale italiana – la cui crescita per il 2014 è stata bocciata dall’Ocse – non appare recettiva in un contesto che la vede come unico Paese del G7 in recessione, nonostante accordi multilaterali internazionali di libero scambio. Lo scorso anno le esportazioni italiane agroalimentari in Cina hanno fatto registrare un aumento del 19,8% rispetto all’anno precedente. In particolare l’Italia è il primo fornitore di cioccolato (con una quota di mercato del 39,1%) e pasta (19,6%), il secondo di olio d’oliva extravergine (20,1%) e di acque minerali (14,9%) e il terzo nel caffè (6,6%). Sono aumentate anche le esportazioni di vino (l’anno scorso +6%) mentre il mercato che riguarda gli spumanti ha registrato un incremento del 236%.

“L’Italia ha un deficit commerciale con la Cina all’anno di 15 miliardi di euro, che impiega parte di quei soldi acquistando aziende italiane. Così non può funzionare perché gli svendiamo pezzi della nostra economia per saldare debiti. Dobbiamo essere messi nelle condizioni di esportare di più in Cina” spiega Alberto Forchielli, imprenditore,  fondatore e amministratore delegato del Mandarin capital partners, il fondo di private equity più grande tra quelli specializzati sull’asse Europa-Cina. 

“In pochi anni i cinesi hanno costruito posizioni di forza e un controllo totale degli snodi strategici come delle materie prime. Non solo. Esportano anche persone. Oggi, in Africa, lavorano almeno 1 milione di cinesi. Adesso, dopo l’Africa, è arrivato il momento dell’Europa e, in particolare, dell’Italia”. Se la politica economica cinese si mostra protezionistica nei confronti del proprio Made in, infatti, lo stesso non succede con le imprese italiane che investono in Cina.

“Va creato una unità pubblica per il monitoraggio e la protezione delle piccole e medie imprese italiane che in Cina hanno subito e stanno subendo soprusi di ogni genere” puntualizza Forchielli, co-fondatore dell’Osservatorio Asia secondo il quale “la Guardia di finanza deve tenere sotto controllo gli investimenti cinesi in Italia con metodologie e strumenti nuovi. Bisognerebbe inoltre creare un comitato che, sul modello canadese, esamini ogni operazione per verificare se minaccia la sicurezza e i vantaggi economici reali”.

Se in un regime di concorrenza perfetto, infatti, sono i mercati e i prezzi a bilanciarsi da soli, quando l’autonomia è minata alle basi da ritardi strutturali dovuti alla carenza di riforme e controlli efficaci, è lo Stato che dovrebbe intervenire lì dove la liberalizzazione del mercato cinese ha portato vantaggi ai cinesi ma non a chi con loro stringe rapporti commerciali di libero scambio.

“ Tra i Paesi industrializzati l’Italia è forse la più colpita dalla concorrenza cinese, molto competitiva anche perché non rispetta le regole. Ormai è evidente che non sono partner affidabili” sottolinea l’imprenditore. “Lavorando con i cinesi si fa presto a finire nei guai. Loro sono consapevoli dell’impopolarità e stanno tentando una offensiva d’immagine su larga scala. Anche in preparazione della visita in Italia del primo ministro cinese, Li Keqiang, prevista per metà ottobre”.

L’internazionalizzazione ha portato notevoli vantaggi alla Cina grazie alla cooperazione italiana e ad alcuni comparti specifici della nostra economia. Una delle eccellenze esportate è l’eccellenza in termini di sicurezza alimentare e la meccanizzazione delle produzioni agricole. Nel corso dell’ultimo incontro organizzato dall’ambasciata italiana a Pechino nel giugno 2013, Sino-Italy Food Safety Dialogue del giugno 2013, hanno partecipato 75 aziende italiane fra cui Barilla e Ferrero. L’olio d’oliva, il vino e i prodotti lattiero-caseari oltre al bio gas si sono confermati i settori su cui si sono concentrati gli accordi. Per ciò che riguarda la meccanizzazione applicata all’agricoltura, fino al 2011 l’Italia è stata al primo posto nell’esportazione di macchine per l’imballaggio e confezionamento in Cina (672 milioni di dollari Usa esportati – fonte: Rapporto agricoltura gennaio 2014 dell’Ambasciata italiana nella Repubblica Popolare Cinese) e al quinto posto per l’esportazione della meccanica per la lavorazione alimentare ma la situazione, mutati gli equilibri geopolitici che hanno visto migliorare i rapporti tra Cina e Russia in seguito alle sanzioni europee,  in seguito potrebbe mutare proprio a causa dei massicci investimenti in Italia. Una sorta di “conquista” che, se non controllata, porterebbe ulteriori effetti negativi in termini di progressiva perdita di autonomia

“Prima l’entrata di Shangai electric, leader mondiale nella produzione di macchinari per la generazione di energia e attrezzature meccaniche, nel capitale dell’Ansaldo energia con l’acquisto del 40 per cento e l’alleanza con il Fondo strategico italiano, della Cassa depositi e prestiti. Poi l’uscita allo scoperto della People’s Bank of China, la banca centrale cinese che ha superato la soglia del 2 per cento in sei società italiane quotate, dalle Generali all’Eni, da Telecom all’Enel, da Prysmian a Fiat e così via. In terza battuta – continua nel suo elenco Forchielli – l’acquisto del 35 per cento di Cdp reti, a cui fanno capo le reti di Terna (per il trasporto di energia elettrica) e di Snam (gas), al colosso delle utility cinesi, la State grid corporation of China che ha investito oltre 2,1 miliardi di euro. E altre operazioni che si stanno delineando, come l’entrata in Ansaldo Breda (treni) e Ansaldo Sts (sistemi di segnalamento ferroviario), per le quali ha fatto una offerta elevata la cordata cinese formata dalla China Cnr corporation, leader mondiale nella costruzione di locomotive, e Insigma group, attiva nei sistemi di segnalamento. Per ogni Paese europeo c’è un pacco dono.  Sono confezionati con la carta scintillante dei pacchi regali mentre sono tutti, piccoli o grandi, cavallini di Troia per l’espansionismo in Europa, che sta seguendo alla conquista dell’Africa”.

 

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