mercoledì, Dicembre 1

Chiesa e natura: contatto difficile field_506ffbaa4a8d4

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Il presunto primato dell’Uomo non può fondarsi sulla mortificazione e sulla soppressione sistematica delle altre specie viventi. L’uomo non è in grado di esercitare la propria signoria con senso di responsabilità, il surriscaldamento del Pianeta lo dimostra. Studi qualificati, inoltre, ci descrivono come ‘superpredatori’ spietati, capaci di determinare l’estinzione su vasta scala di fauna selvatica e la distruzione di ecosistemi fondamentali alla vita. Arroganti e senza un filo di umiltà, ultimi arrivati su una Terra che per quasi 200 milioni di anni è stata dominata dai dinosauri, ai quali abbiamo sottratto lo scettro solo grazie ad un evento cataclismatico. Se qualcuno vuole definirlo ‘disegno di Dio’, si accomodi.

Per l’Uomo, la Natura sembra un fastidioso fondale scenografico al servizio della propria vanagloria. Eppure i codici di quella disciplina che può ancora salvarci restano in capo a piante e animali, sono loro il nostro antidoto. Per questo consiglierei al pontefice, con tutto l’affetto possibile, di prendersi un cane, lo aiuterebbe a capire davvero cos’è l’amicizia, la lealtà, la devozione, molto meglio di tanti confratelli, che lui conosce bene e dai quali passa parte del tempo a guardarsi le spalle. Nella Chiesa mancano le donne, mancano gli animali, manca la sapienza della Natura, da cui scaturiamo senza ombra di dubbio e a cui dobbiamo il medesimo rispetto che si deve a una madre devota. Insegnare a un bambino ad amare tutto ciò che vive significa aiutarlo a sviluppare un sentimento sociale sano, completo, non settoriale, capace di arrivare dappertutto. Insegnare a un bambino che l’Uomo è solo un modesto attore nel concerto del Creato, significa dotarlo di una saggezza che gli permetterà di vivere consapevolmente, rispettando tutto ciò che ospita e accompagna il suo cammino, nonché di liberarsi proprio delle schiavitù che ci stanno uccidendo e che il papa cerca di denunciare, inascoltato.

Incrocio per strada due poveri genitori a cui lo scorso anno si è suicidato un figlio diciannovenne, l’unico che avevano. Era la vigilia degli esami di maturità ai quali forse non sarebbe stato ammesso. Chissà quale senso di fallimento lo opprimeva e chissà quanto i genitori avrebbero voluto sottrarlo alla pressione, spesso insopportabile, che la vita mette addosso ai nostri ragazzi. Li vedo malinconici, vorrei manifestare loro la mia vicinanza, ma non li conosco personalmente. Poi, una mattina, mentre mi trovo in un negozio, li vedo entrare con un cagnolino e, proprio grazie a lui, attacchiamo bottone. Un amico del figlio li ha portati in un canile e ora c’è qualcuno con cui scambiare qualche tenerezza. Sorridono, sorrido anche io. Quell’animaletto è la causa di quella leggerezza, li aiuta a guardare oltre, a trovare una piccola ragione. Certo, un cane non è un figlio ma, passato il clamore, lui ci sarà ancora, gli altri forse. Non sparirà, lo so bene, anzi restituirà il ‘centuplo quaggiù’, e quei genitori sentiranno che il loro fardello talvolta diventa tollerabile.

Basterebbe questo episodio per riscattare tutti i fanatismi che proliferano all’ombra degli animali di affezione, creature da cui abbiamo molto da imparare e alla quali tanti individui debbono quei pochi sorrisi che si possono ancora concedere, sopraffatti dalla solitudine delle città oppure dalla ruvidità della vita.

Non abbiamo bisogno di amare per opposizioni, questo contro quello, ma di aprire il guscio delle nostre sensibilità senza pregiudizi, inglobando e non escludendo. C’è necessità di formare giovani generazioni a questo nuovo sguardo, se vogliano che non siano catturate da idoli e ossessioni, alienandosi.

 

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