sabato, Luglio 31

Chiesa cattolica e migranti: tra senso del dovere e impotenza

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A pochi giorni dalla giornata mondiale del rifugiato, il Global Trends 2016, la principale indagine sui flussi migratori, condotta dall’UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati), mostra come il fenomeno migratorio, nell’arco del 2016, abbia raggiunto livelli davvero preoccupanti.

65,6 milioni di persone hanno lasciato la propria abitazione, tra chi è stato costretto a sfollare all’interno del proprio Paese e chi ha cercato, e continua a cercare, asilo e protezione internazionale. Alla fine del 2016, il numero di richiedenti asilo a livello mondiale è stato di 2,8 milioni, senza considerare che, sempre nel 2016, il bilancio di morti e dispersi supera i cinquemila.

A fronte di queste tragedie sempre più gravi e numerose, il Global Compact on Refugees, organizzato dall’ONU (organizzazione delle Nazioni Unite) per il 2018, prevede un quadro di risposta globale per i rifugiati e un programma d’azione ben delineato. A fare la sua parte, Papa Francesco, il quale ha chiesto alla sezione ‘Migranti e Rifugiati’ del nuovo Dicastero per il servizio allo Sviluppo Umano Integrale di intervenire con proposte concrete affinché si rispettino i diritti e la dignità dei migranti, sollecitando anche i Governi a fare la propria.

Farsi carico delle condizioni davvero problematiche delle popolazioni che sono in cerca di sopravvivenza”, questo, secondo Franco Garelli, sociologo delle religioni presso l’Università degli studi di Torino, vorrebbe, la Santa Sede, che facesse il governo per l’integrazione e l’accoglienza. “È un’attesa articolata quella del Vaticano”, continua, “perché, da un lato, bisogna agire sul versante della solidarietà e, dall’altro, bisogna agire sul versante politico ovviamente facendo leva, come Italia, su ciò che l’Italia può fare, ma anche come attore dentro il contesto europeo, per cui ci vuole una politica di interventi che sia comune, per creare, anche nei Paesi di partenza di questi immigrati, le condizioni per cui essi rimangano e rimangano in termini positivi e costruttivi”.

Le richieste allo Stato italiano sono molteplici, ma soprattutto “che le scelte politiche del Governo italiano siano rispettose della dignità delle persone, così come è concepita dal pensiero sociale della Chiesa e, mi sento di aggiungere, come è vista nelle convenzioni internazionali di cui Italia e Santa Sede sono firmatari”, ci dice, a tal proposito, Romeo Astorri, docente di storia e sistemi dei rapporti tra Stato e Chiesa presso la Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

I Governi, di tutto il mondo, non possono, infatti, chiamarsi fuori da questa emergenza, tanto è vero che molti Paesi stanno provvedendo, chi più velocemente di altri, a trovare soluzioni in merito.

L’Italia, dal canto suo, ha recentemente proposto un Disegno di Legge che riguarda le disposizioni relative all’acquisto della cittadinanza italiana, altrimenti detto Ius Soli, per i minori nati in Italia, da genitori stranieri che abbiano, almeno uno dei due, legale residenza italiana, che poi sarebbe un rifacimento della Legge n.91 del 1992, secondo la quale, invece, la cittadinanza italiana si acquista Iure Sanguinis, cioè se si nasce o si è adottati da cittadini italiani.

La stessa ECRI (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza) ha spesso sollecitato e raccomandato alle autorità italiane di portare a termine l’iter legislativo per la modifica della legislazione sull’acquisto della cittadinanza al più presto possibile, «al fine di facilitare la naturalizzazione di minori stranieri nati o che hanno frequentato la scuola in Italia».

Proposta di legge che ha suscitato non pochi problemi e critiche, risse ridicole al Senato e dibattiti anche in seno alla Chiesa Cattolica, favorevole, naturalmente, all’approvazione della legge. Monsignor Nunzio Galantino, Segretario Generale della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) è, infatti, intervenuto nel merito della questione, scontrandosi con quei partiti (Movimento 5 Stelle e Lega Nord), che, invece, si oppongono alla legge. Il Segretario ha, in particolar modo, criticato il cambio di posizioni di ‘alcuni’ partiti – chiaro riferimento ai grillini- che avrebbero cambiato idea «per i propri interessi». Infatti, qualche tempo fa sembrava esserci stato una sorta di avvicinamento tra il partito, guidato da Beppe Grillo, e la CEI poiché alcuni temi, quali il reddito di cittadinanza, la lotta alla povertà, la solidarietà, li accomunavano. L’avvicinamento era stato poi giustificato dalle interviste, secondo Astorri, che casualmente sono uscite lo stesso giorno, quella di Avvenire e il Corriere della Sera. “Io credo che la CEI abbia tutto il diritto, e forse anche il dovere, di dialogare con tutte le opinioni ma questo non è una forma di avvicinamento e definirlo un avvicinamento politico mi sembra un po’ eccessivo. Il Movimento 5 stelle sta rivelandosi capace di un pragmatismo politico inaspettato”.

In merito al dibattito religioso-politico, “ciò che la Chiesa teme è che ci sia una chiusura, una dinamica particolaristica di attenzione, di rivendicazione delle condizioni presenti nel nostro Paese, per cui una parte della popolazione e una parte delle forze politiche preme sul fatto che tutte le risorse orientate, in qualche modo, per far fronte a questa situazione drammatica vengano sottratte ai nativi”, ci spiega Garelli. La presenza degli immigrati, secondo lui, non deve necessariamente essere una presenza ostile all’Italia, nel senso che gli immigrati possono anche essere, in tempi medio-lunghi, una risorsa per il nostro Paese, e quindi “bisogna contemperare queste due realtà, non vederle necessariamente in conflitto”. La concezione della migrazione, della presenza di culture diverse all’interno della società italiana, purtroppo, è vista come un rischio per la civiltà italiana anche secondo Astorri. “La presenza di un pluralismo culturale e religioso, non è di per sé causa di un pericolo. Ci possono essere problemi concreti nati da questa situazione ma per quando riguarda la garanzia di un pluralismo sociale credo che la Santa Sede concordi con la giurisprudenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo, vale a dire che il pluralismo è connaturale alla democrazia”.

La paura è poi, anche giustamente se vogliamo, dovuta a tutta questa serie di attacchi terroristici di matrice islamica che, da un paio di anni a questa parte, minacciano e terrorizzano, non solo l’Europa ma il mondo intero. L’ottenimento della cittadinanza, che potrebbe essere un ottimo strumento di integrazione, è visto, dalla gente, come un ulteriore ‘beneficio’ per loro – gli immigrati, specie se musulmani- e un ulteriore ‘rischio’ per noi, poiché si sentirebbero più legittimati. “Sul breve periodo, io credo che l’ottenimento della cittadinanza non riduce l’islamofobia. La gente può pensare ad un ulteriore contusione a soggetti che comunque hanno una matrice culturale e religiosa diversa. Magari, sul medio-lungo periodo le cose possono cambiare, perché le nuove generazioni possono essere più abituate a convivere in un contesto di presenza culturale multipla”, ci dice Garelli. E la Chiesa, in tal senso, ha un’importante compito, ossia quello di costruire un percorso di educazione in tal senso. E lo sta facendo. “Chiaramente questo non dipende solo dalla Chiesa; essa può avere centri di accoglienza, può operare nel volontariato. Però il problema è di una formazione culturale e professionale che riesca davvero ad avvicinare queste due culture. Formare i giovani, dando loro delle competenze tecniche e professionali e orientarli anche verso lavori che gli italiani comunque non fanno, per far capire che effettivamente non c’è concorrenza, ma complementarietà di risorse presenti sullo stesso territorio. Questo è indubbiamente un percorso lungo, complesso, ma necessario. La Chiesa, comunque, non può agire da sola, anche lo Stato deve mettere in piedi delle risorse per dare più prospettive a queste persone di differimento sociale. Solo così, a mio avviso, possono attenuarsi le contrapposizioni tra gli italiani e il popolo immigrato”.

Il fatto che, sulla questione, sia intervenuta la Chiesa pone alcuni interrogativi sulla sua influenza nel contesto politico italiano e sul suo potere reale. “Lo strumento tecnico attraverso cui si realizza lo Ius soli è una scelta che spetta al parlamento e, fatto salvo il rispetto della dignità e dei diritti delle persone, non tocca a Monsignor Galantino o alla CEI decidere”, ci dice Astorri, secondo il quale la Chiesa e la CEI hanno molto meno influenza rispetto a qualche anno fa. “Anche dopo la fine della DC, c’era probabilmente un’interfaccia della classe politica fatta da persone che erano riconducibili al mondo cattolico, indipendentemente dallo schieramento a cui il politico apparteneva. Tanto è vero che un mio collega ha visto nel primo decennio del secolo questo doppio binario, cioè un tentativo di appoggiare e propugnare valori ‘cattolici’ da parte del centro destra e, dall’altra, un rispetto eccessivo per i valori cattolici da parte del centro sinistra. Oggi non credo siamo più in questa situazione”, ci spiega.

Anche secondo Garelli, la Chiesa, pur essendo una delle poche realtà strutturate che agisce come un attore incorporato nella società, attraverso le sue organizzazioni, le sue strutture, le sue parrocchie, le ONG di matrice cristiana e i gruppi di volontariato, pur essendo una realtà che lavora per il bene comune – “e questo tutte le forze politiche lo sanno, le quali, in qualche modo, tengono in considerazione il fatto che la Chiesa agisce nella società e ha un certo seguito” – non ha più quel potere reale e un’influenza strettamente politica.

La presenza dei cattolici nella politica italiana “mi sembra ridotta un po’ ai minimi termini, nel senso che, ogni tanto, in televisione c’è un vescovo che dice la sua, ma è più per una sorta di rispetto ad una voce tradizionalmente presente, piuttosto che per un reale significato che si dà a quell’intervento. Ecco, sta diventando una voce come tutte le altre. Se diventa una voce come tutte le altre è perché, in qualche modo, ha perso di significato”, conclude Astorri.

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