lunedì, Ottobre 25

Chi si occupa del rischio idrogeologico? field_506ffb1d3dbe2

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dissesto

L’alluvione nel Gargano dei giorni scorsi, che ha lasciato vittime e danni per milioni di euro, è solo l’ultima a livello cronologico. L’Italia inizia questo tiepido autunno in un momento estremamente critico da un punto di vista economico, ma il terreno non se la passa meglio. L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Metereologica Mondiale, uscito ieri sulle prime pagine dei giornali, dichiara che il tempo a disposizione per modificare le nostre abitudini inquinanti è praticamente finito, e mai come nel 2013 si sono registrati i livelli di emissioni di gas serra. Il cambiamento climatico, nonostante gli scettici, è sotto gli occhi di tutti. L’estate 2014 non sarà certamente ricordata negli album fotografici come un momento di spensierato relax sotto il sole. Anzi, i dati riportano che a luglio la pioggia è caduta incessante su quasi tutte le regioni italiane.

Il quadro non è rassicurante, e l’inizio dell’autunno preoccupa già i Comuni e i territori a maggior rischio idrogeologico. La grande prova del Premier Matteo Renzi di andare ad abolire le tanto vituperate Province potrebbe rivelarsi un buon metodo per risparmiare soldi pubblici, ma allo stesso tempo ci si è dimenticati che questi Enti hanno sempre avuto prerogative importanti. Le competenze saranno trasferite a Regioni e Comuni, salvo quella della tutela ambientale. Questa, infatti, rimarrà a una svuotata Provincia, che non si sa ancora in quale modo (e con quante risorse) sarà rimpinguata. Il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è stato chiaro: «Nel nostro Paese il dissesto idrogeologico è un problema immane, e meno prevenzione facciamo più il dissesto si produce. Agire in prevenzione costa otto volte di meno che intervenire nell’emergenza, e si risparmiano soprattutto vite umane»

Ogni anno il Governo spende cinquanta o cento o mille volte di più per le fasi emergenziali rispetto a ciò che potrebbe spendere per mettere in sicurezza porzioni anche abbondanti di territorio. E non si parli di ambientalismo spinto, perché la questione non è certamente solo relativa alle nuove infrastrutture o ai nuovi complessi residenziali. Dal 1944 al 2012, l’Italia ha speso oltre 240 miliardi di euro per frane, alluvioni e terremoti. Nel rapporto di due anni fa a cura dell’Ance (Associazione Nazionale Costruttori Edili), si affermava: «Il 75% del totale, 181 miliardi, riguarda i terremoti, il restante 25%, 61,5 miliardi, è da addebitare al dissesto idrogeologico. Solo dal 2010 a oggi si stimano costi per 20,5 miliardi (l’8% del totale), considerando i 13,3 miliardi quantificati per il terremoto in Emilia Romagna». Roba vecchia, se pensiamo che negli ultimi due anni abbiamo assistito all’alluvione in Sardegna, nel modenese, in Puglia, a Senigallia e nelle zone del salernitano. E ancora gli allagamenti in Veneto e le esondazioni in Lombardia, la frana che interruppe la ferrovia in Liguria e i collegamenti con la Francia. Non è più possibile neanche relegare gli eventi atmosferici violenti a un determinato periodo stagionale. Le piogge cadono in estate così come in inverno.

Il Ministero dell’Ambiente ha già stanziato 9 milioni di euro per l’Emilia-Romagna e 7 alle Marche per interventi urgenti sul dissesto idrogeologico. Fondi che sono stati poi implementati da altre risorse europee, ma che valgono molto di più di quello che si potrebbe fare per prevenire l’evento. Durante le ultime elezioni politiche si faceva riferimento al New Deal “green” che alcuni, soprattutto all’interno del PD, vedevano come chiave di volta per risollevare al tempo stesso l’ambiente, il lavoro e gli investimenti. Fatica persa, a ben vedere. I costi per la cura dei versanti non è certamente di poco conto in un Paese famoso per le sue Alpi e appennini, ma vuoi mettere la soddisfazione di vedere in campo la Protezione Civile? E che dire dell’Esercito, che ancora ricordiamo alla guida delle escavatrici cariche di rifiuti nell’emergenza del napoletano di pochi anni fa.

Il meccanismo di accesso alle risorse, soprattutto per gli Enti minori come i Comuni, non è facile. I soldi, paradossalmente, ci sono. Ma il Patto di Stabilità, nonostante alcune deroghe date sempre in via straordinaria, blocca l’avanzamento dei lavori. Riprende Galletti: «Nella filosofia dello “Sblocca Italia” c’è anche il divieto di goldplating. Tutte le leggi italiane non andranno più oltre i limiti stabiliti dall’Europa, che già sono dettati su base scientifica e applicano il criterio di prudenza. Se noi restringiamo ulteriormente questi limiti, rendiamo la vita impossibile a imprenditori e cittadini, e siamo meno competitivi». Quindi meno burocrazia e più risorse. Facile a dirsi, ma nella pratica oltre 5 milioni di cittadini si trovano in zone esposte al pericolo di frane e alluvioni, che riguardano ben il 9,8% del territorio nazionale (fonte Coldiretti).

A livello europeo, il numero di alluvioni legate al cambiamento climatico rischia di raddoppiare entro il 2050, mentre le perdite economiche andrebbero ad attestarsi intorno al 500% dell’esistente. Cifre e numeri insostenibili, senza contare il rischio per le vite umane. Una ricerca a cura dei ricercatori del ‘Joint Research Centre EU‘, in collaborazione con l’Università di Amsterdam e l’Institute for Applied System Analysis, sottolinea l’importanza di potenziare gli investimenti nella protezione idrogeologica del territorio e di ripensare per tempo i meccanismi di trasferimento del rischio. Tra il 2000 e il 2012, secondo la ricerca, le inondazioni hanno provocato all’Unione Europea una perdita annua di circa 4,9 miliardi di euro. Questa spesa di emergenza potrebbe però salire a ben 23,5 miliardi entro il 2050. I modelli elaborati dalla ricerca dimostrano che per ridurre l’entità dei costi futuri occorre potenziare le misure di protezione di tutti i bacini idrografici. Un investimento di 1,74 miliardi all’anno potrebbe portare a una diminuzione delle perdite di circa 7 miliardi annui entro la metà del secolo.

Per quanto sia sempre complicato arrivare a pronunciarsi sul futuro del clima, certo è che non migliorerà, almeno nel breve periodo. In Italia sono 6.633 i Comuni interessati dal rischio frane e alluvioni. Legambiente, che collabora con Ance e con le principali associazioni di categoria di architetti e geologi italiani, non è nuova agli allarmi. Secondo i suoi dati, infatti, «La Toscana insieme alla Calabria, l’Umbria, la Valle d’Aosta e le Marche sono le regioni più minacciate. Sono ben 280 i Comuni toscani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, il 98% del totale. In attesa che le Province scompaiano del tutto, con la prossima riforma del Titolo V della Costituzione, la questione sulle risorse e sull’idea generale della protezione del territorio è rimasta al palo. E l’autunno sta per iniziare.

 

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