martedì, Settembre 21

Chi ricerca non trova field_506ffb1d3dbe2

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Finora, i ricercatori sono inquadrati dalla legge 240 del 2010 a firma Gelmini in tre fasce: assegnisti, fascia A e fascia B. Gli assegnisti vengono scelti mediante selezione pubblica, generalmente per titoli e colloquio, e la durata di questo contratto è compresa tra 1 e 3 anni, con un limite massimo stabilito dalla legge in 4 anni. Quelli di tipo A, invece, possono lavorare 3 anni, rinnovare il contratto per altri due anni e poi devono fermarsi. Quelli di tipo B, infine, alla fine del periodo triennale, possono diventare professori solamente conseguendo l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ma questo tipo di ricercatori sono pochissimi, solamente 224 in tutta Italia). La legge 240, l’ultima a regolare il lavoro dei ricercatori, impone che «ciascuna università, nei limiti delle disponibilità di bilancio e sulla base di criteri e modalità stabiliti con proprio regolamento, determina la retribuzione aggiuntiva dei ricercatori di ruolo ai quali, con il loro consenso, sono affidati moduli o corsi curriculari». Scelte singole quindi, indipendenti dal Ministero. Questo sistema non fa altro che gettare instabilità su tutta la categoria.

Alessandro Ferretti, un ricercatore dell’Università di Torino, ci ha parlato della situazione dei ricercatori in Italia, che sempre più spesso lavorano nel precariato: “La giornata di un ricercatore è divisa tra didattica e ricerca, e le problematiche sono diverse: per quanto riguarda la ricerca la situazione è peggiorata per gli adempimenti burocratici, perché dobbiamo scrivere molte relazioni e anche le procedure di valutazione, cose che non aggiungono molto al nostro lavoro. Inoltre le nostre pubblicazioni non vengono poi lette: vengono pesate perché sono tante ma non vengono prese in considerazione. Questo ci costa un grande carico di lavoro”.

Il problema del processo di valutazione sono le sue conseguenze”, continua Ferretti: “queste valutazioni vengono date alle università per stilare una classifica, ovvero classificare con criteri discutibili chi è il più bravo sia individualmente che collettivamente. Il mio Dipartimento di Fisica viene classificato in base a tutti gli altri, e se non raggiunge buoni voti gli vengono tolte le risorse. Invece di fare le scelte in base alle necessità, quindi, vengono fatte su chi è più bravo. Magari viene implementato il Dipartimento di Storia Medievale anche se non ce n’è bisogno. Questo crea delle università spezzettate e specializzate in piccole parti, e non dei poli importanti dove si può studiare di tutto. Inoltre, agli studenti viene sottoposta la valutazione della didattica attraverso dei questionari: spesso, però, non vengono presi in considerazione dagli studenti, che non sanno neanche per cosa votano, e spesso esprimono valutazioni negative non sapendo che questo crea un calo di risorse per la loro università”.

Che gli studenti votino il loro Dipartimento universitario è giusto, ma è importante che sappiano cosa votano perché dei punteggi negativi inficiano sui fondi da destinare all’ateneo. Questo fattore influenza anche il lavoro dei ricercatori che “non fanno pubblicazioni per passione o perché gli piace”, afferma Ferretti: “i ricercatori spezzettano i loro studi in più pubblicazioni, e inoltre tendono a infilarsi in campi di ricerca affollati per ricevere delle citazioni in libri scientifici”. L’importante è che si leggano queste pubblicazioni e che non vengano solamente prese per il numero che fanno. Questo comporta il fatto che i ricercatori si mettano in campi già coperti e tendono a non far aumentare il processo e, per l’appunto, la ricerca. Questo affollarsi diventa penalizzante per le intere materie di studio, creando un sistema saturo.

Io ho un contratto a tempo indeterminato dal 2005, e questo non comporta l’obbligo dell’insegnamento”, continua il ricercatore. “La mia prima attività è la ricerca, ma alla fine insegniamo anche noi quotidianamente. Il problema sono i nuovi ricercatori che rimangono precari per tantissimo tempo. La trafila per fare questo lavoro è molto lunga: dopo la laurea c’è il dottorato di tre o quattro anni; successivamente c’è un altro periodo di ricerca di 4 anni; completato questo step si firma un contratto da ricercatore a tempo determinato di tre anni più due e infine un ulteriore contratto di tre anni. Alla fine passano 16 anni e non è neanche detto che si entri in ruolo. Anche se è la persona più brava del mondopassano 16 anni in precariato e può capitare che alla fine di questo periodo siano costretti dall’università a cercarsi un altro lavoro”.

L’ambito della ricerca, che dovrebbe essere uno dei più importanti di un Paese come l’Italia, viene costretto a rintanarsi in una sorta di precariato fisso e indeterminato, che fa in modo che molti giovani talenti nostrani vadano all’estero a cercare fortuna e spesso anche a trovarla. Quindi, in poche parole, è proprio vero: chi ricerca non trova.

 

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