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Le università italiane si avviano verso una nuova riforma sistematica. Il testo della legge ancora non è pronto ma una bozza introduttiva è stata inviata dal Partito Democratico, e nello specifico dalla senatrice Francesca Puglisi, a molti vertici ed esperti del mondo universitario, che la analizzeranno per cercare di farla approdare in Parlamento per ottobre. Parliamo della cosiddetta ‘Buona Università‘, una riforma già abbozzata in agenda ma che ha fatto scaturire nuove polemiche e malumori all’interno di uno dei mondi, quello delle Università, più maltrattato e sottomesso a tagli ministeriali in assoluto. Da quello che è trapelato riguardo a questo canovaccio di legge, la nuova riforma si baserà su tre capisaldi, che caratterizzeranno il mondo dell’istruzione universitaria: autonomia, fine del precariato dei ricercatori e diritto allo studio.

Le università potranno scegliere, indipendentemente dai voleri ministeriali, quali ricercatori e quali professori assumere, a patto che si rimanga all’interno delle spese di bilancio. Questo punto è già stato preso di mira perché un sistema del genere potrebbe far nascere nuovi casi di assunzioni di parenti, amici, clienti e chi più ne ha più ne metta. Già il comparto universitario è infestato da questi mali: sarebbe un errore madornale tornare sui propri passi e favorire episodi del genere. Il diritto allo studio, invece, come scrive Marco Esposito, è fondato sulla «strategia che si dà l’Italia e che è già stata tracciata in Europa, la quale prevede un aumento del tasso di laureati nella fascia di età 30-34 anni verso quota 40%. Ciò sarà realizzato con una serie coordinata di misure», continua Esposito, «la prima delle quali è creare un collegamento tra la scuola superiore e l’Università. Ma è chiaro che non si può aumentare il numero di laureati se non si consentirà alle famiglie meno agiate di pagare gli studi universitari: il sistema attuale delle borse di studio, in effetti, è quanto mai carente perché una metà delle Regioni, in genere del Sud, non riesce neppure a garantire l’erogazione della borsa a tutti gli studenti che ne hanno diritto».

Ma uno dei punti focali della futura riforma è quello che riguarda i ricercatori precari, una delle fasce lavorative italiane più in crisi e da parecchi anni ormai. Probabilmente, il nuovo contratto che sarà sottoposto a questo tipo di lavoro sarà simile a quelli creati con il Jobs Act. L’obiettivo è sfoltire la pletora di contratti diversi che girano in questo tipo di lavoro universitario, introducendo una sorta di contratto unico a tutele crescenti, con una valutazione del merito, come capita adesso nelle scuole italiane, e senza avanzamenti di carriera automatici. Una valutazione dei ricercatori già esiste e desta risentimenti in tutto il comparto dei ricercatori universitari: il Ministero dell’Istruzione, aiutato dall’agenzia Anvur, dà voti ai ricercatori, in maniera anonima, non dando priorità a ricercatori fissi rispetto a quelli precari. Spesso, questo tipo di lavoratori non accetta valutazioni di questo tipo perché si sente pressato da un trattamento ingiusto. Queste parole le abbiamo intercettate da un gruppo di ricercatori che preferisce rimanere anonimo.

Ma quanti sono questi ricercatori? Pochi. Solamente 150mila: in Germania, ad esempio, sono 510mila e sicuramente ricevono un trattamento migliore rispetto ai nostri concittadini. Il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha però affermato che con la nuova riforma ci saranno nuove assunzioni di ricercatori nelle università italiane: parliamo di seimila nuovi innesti che rinfoltiranno questo comparto lavorativo, fondamentale per la crescita e la qualità dell’istruzione italiana. Il rischio è quello di perdere cervelli che, molto spesso, se ne vanno all’estero dove un ricercatore ha un lavoro fisso, retribuito e stabile. Molti ragazzi vanno a Oxford, ad esempio, e in poco tempo si inseriscono all’interno di uno dei sistemi universitari più famosi e rinomati al mondo.

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