domenica, Agosto 1

Chi potrebbe succedere a Kim Jong-un? Secondo gli analisti se Kim Jong-un morisse si scatenerebbe una lotta di potere ai vertici del partito. La successione potrebbe giocarsi tra il terzo membro del Politburo, Choe Ryong-hae, e la sorella di Kim, Kim Yo-jong

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E’ di questa notte la notizia che gli USA stanno monitorando una informativa arrivata all’intelligence «secondo cui il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, è in grave pericolo dopo un intervento chirurgico, secondo un funzionario americano con conoscenza diretta», ha informato la ‘Cnn.

Nel caso di un esito infausto dei postumi dell’intervento, il regno eremita sarebbe nel caos più completo, considerando il tipo di dittatura che la dinastia ha imposto, afferma Domenico Vecchioni, per lunghi anni al servizio della Farnesina e ottimo conoscitore del regno eremita, spiegando il perché e raccontandoci la figura di Kim III.

Come per qualsiasi leader strategico sullo scenario internazionale, anche nel caso di Kim una morte improvvisa nei piani di emergenza delle cancellerie era stata ipotizzata. Un anno fa, circa, Oliver Hotham, caporedattore di ‘NK News’, testata specializzata sulla Corea del Nord aveva fatto alcune ipotesi sull’eventualità e su chi avrebbe potuto prendere il posto del terzo esponente della dinastia che governa il regno più sigillato al mondo.

La notizia della morte di Kim Jong-un sarebbe uno shock per l’élite nordcoreana, «rappresenterebbe una crisi senza un modello di comportamento sicuro. Nel 1994, il modo sicuro era accettare la scelta di Kim Il Sung e scegliere Kim Jong Il. Nel 2011, hanno scelto di seguire Kim Jong-un, per volontà di suo padre. Se Kim Jong-un dovesse morire, non ci sarebbe una tale opzione». Per i coreani sarebbe la prima volta in cui si trovano ad affrontare una successione di potere non pianificata, e per la prima volta nella loro vita si troverebbero a non più vivere all’ombra di un Kim.

Secondo Hotham «L’immediata disintegrazione del sistema nordcoreano dopo la morte di Kim Jong-un è estremamente improbabile», richiamando la storia dei grandi leaders di Russia e Cina.
In primo luogo:
la Corea del Nord «non ha una linea ufficiale di successione», ovvero non esiste un Vice che automaticamente prenderebbe il posto di Kim, come può essere per gli USA il vicepresidente di Donald Trump. «Quando il presidente Kim Il Sung morì, la sua posizione divenne vacante e nessuno dei suoi quattro vicepresidenti intervenne. Alla morte del presidente Kim Jong Il, il vicepresidente Jang Song Thaek non intervenne (anche se probabilmente lo voleva). Le posizioni del capo di stato sono considerate ancora occupate fino a quando il successore non ha prestato giuramento».
Il che comporta che se
«Kim Jong-un dovesse morire, sarebbe naturale presumere che ne conseguirebbe una lotta per il potere. Vi è una buona probabilità che alla fine uno dei migliori leader del Partito subentrerebbe, dato che la superiorità del Partito su tutte le altre istituzioni non è mai stata messa in discussione».
Considerato che due dei tre membri del
Comitato permanente del Politburo sono molto anziani, «per ora sembra essere il suo terzo membro, Choe Ryong-hae, il candidato più realistico per sostituire Kim», sostiene Hotham.
Choe Ryong-hae
ha ricoperto una serie di cariche di vertice, ha collaborato molto con Kim e conosce molto bene l’élite del Paese.
Molto probabile, poi, secondo l’analista, che Choe Ryong-hae debba scegliere, al fine di preservare la tradizione del dominio familiare, di dare a un membro della famiglia Kim un ruolo dipolena’ (questo è il termine usato da Hotham), e la scelta più probabile è quella di Kim Yo-jong, sorella minore di Kim III, alla quale il fratello ha spesso affidato ruoli nella gestione del potere e assicurato visibilità in occasione di appuntamenti internazionali, a partire dagli incontri con Donald Trump. «L’ascensione formale alla posizione di Capo Supremo può essere vista dal successore come l’unico modo per preservare la propria vita». Resta da capire se effettivamente sarà poi Choe Ryong-hae a gestire il potere, o chi per lui, come sottolinea Hotham, oppure direttamente Kim Yo-jong, la quale non sembra avere un profilo di sola ‘donna immagine’, anzi, le cronache degli ultimi anni l’hanno dipinta come un vero braccio destro di Kim.
«Si dice che sia il cervello dietro l’immagine pubblica accuratamente costruita di Kim, in patria e all’estero. In cambio, gode dell’assoluta fiducia di suo fratello», affermano in queste ore gli analisti inglesi. La pubblicazione di dichiarazioni politiche a nome di Kim Yo-jong -e sono state molte in questo ultimo periodo, sottolinea il suo ruolo centrale nel regime, secondo Youngshik Bong, ricercatore presso l’Istituto di studi nordcoreani della Yonsei a Seoul. Kim Jong-un sembrerebbe «pronto a permettere a sua sorella di diventare il suo alter ego», afferma il ricercatore.

Le istituzioni, in genere, non contano molto in un Paese come la Corea del Nord, spiega Hotham, e però «si può immaginare che in un momento di crisi -e l’improvvisa morte di Kim Jong-un si qualificherebbe sicuramente come tale- le regole e i regolamenti formali nel sistema potrebbero iniziare a svolgere un ruolo. Se l’élite dovesse essere divisa, potrebbe essere un voto formale, diciamo, del Comitato Centrale, che decide chi è il responsabile».
«Per eleggere il Presidente del Partito, è necessario convocare una Conferenza o un Congresso. Per eleggere il capo dello Stato, il presidente della Commissione Affari di Stato, è necessario convocare una sessione dell’Assemblea Suprema del Popolo -il Comitato permanente SPA non ha tale autorità. Per modificare il patto del Partito o la Costituzione e cambiare le regole formali, è necessario esattamente lo stesso percorso: un Congresso / Conferenza o una sessione SPA. Questo non può essere fatto rapidamente e il tempo è sempre essenziale in tali situazioni. Pertanto, sembra più probabile che una sessione SPA o un evento del Partito per nominare il prossimo Capo Supremo sia una mera formalità e la decisione effettiva venga presa prima -il che, ovviamente, lascia ancora più spazio all’instabilità iniziale» e alle lotte per il potere che sotterranee scoppierebbero poche ore dopo la morte di Kim.

Se si vogliono fare previsioni su chi sarà il successore, nella fase precedente all’elezione -di fatto nomina concordata- Hotham suggerisce di osservare bene il corteo funebre. «il Presidente del suo comitato funebre sarà, quasi certamente, il successore designato», è stato sempre così, sia in Russia che in Corea del Nord. Se invece non ci fosse un Presidente del Comitato funebre, allora «ciò potrebbe significare che la decisione sulla leadership è stata rinviata – e gli osservatori dovrebbero prepararsi per una lotta di potere».

Circa una successione di Kim Yo-jong, Leif-Eric Easley, professore associato di studi internazionali all’Università Ewha di Seoul, solleva un problema «La Corea del Nord è un Paese confuciano in cui l’anzianità e la mascolinità sono rispettate», il che potrebbe precludere il tronoalla più fedele alleata di Kim III.

Complicato sarà anche prevedere cosa farà il successore, cosa che molto dipenderà da chi davvero sarà ilnuovo re’, se Choe Ryong-hae o chi per lui, o Kim Yo-jong. Molto difficile prevedere grandi riforme capaci di cambiare il volto del regime, anche a volerlo, in quanto, spiega Hotham, in quel caso, «qualsiasi successore della dinastia Kim si troverebbe di fronte alla necessità di spiegare alla gente e all’élite perché è migliore dei suoi infinitamente grandi predecessori. La fonte di legittimità di Kim Jong Un era ed è la sua lealtà verso suo padre e suo nonno».
Le riforme da attendersi «possono essere limitate», oppure «possono essere radicali», la loro portata dipenderebbe dalla personalità del leader e dalle condizioni del Paese.
Choe Ryong Hae, afferma Hotham «è un mostro anche per gli standard dell’élite nordcoreana. Tuttavia, paradossalmente, essere un amorale non impedisce a uno di diventare un riformista». È dunque possibile per Choe fare riforme economiche e politiche che «sarebbero popolari ma che non minaccerebbero la sua presa sul potere e potrebbero guadagnargli una reputazione di riformatore».
Riforme che avrebbero un costo e che, a differenza di Kim Jong-un, Choe potrebbe permettersi di sostenere mettendo sul piatto il nucleare coreano in cambio -in primis, ovviamente, dagli Stati Uniti- di massicci aiuti e investimenti economici. Anche gli investitori internazionali sarebbero molto più disponibili a intervenire se la dinastia dittatoriale venisse meno, per quanto investire in un Paese gestito da riformatori che lottano contro l’eredità di un dittatore non sia agevole. Il Paese potrebbe essere attraente per gli investimenti internazionali se le riforme fossero radicali, ben gestite, stabili e ben accolte dalla popolazione.
Riforme impossibili queste se il successore fosse Kim Yo-jong.

Al momento, riferiscono reporter le cui fonti sul terreno sono note per l’affidabilità, a Pyongyang la vita prosegue come al solito, il che non significa che Kim Jong-un stia bene, visto che il controllo sull’informazione è notoriamente molto rigido e la popolazione sarebbe informata con ritardo dal regime di quanto sta accadendo. Anche l’intelligence sudcoreana sostiene che «Non sono state rilevate tendenze speciali all’interno della Corea del Nord».
Le cancellerie, come sempre accade in queste situazioni, sono in allerta, valutando scenari di successione che comunque sarebbero molto più rischiosi di un Kim III la cui gestione, malgrado l’imprevedibilità, oramai è diventata consueta.

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