domenica, Maggio 16

Chi lavora contro la cultura? Riflessioni a margine della vicenda del Teatro dell’Opera di Roma

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«La musica affina l’intelligenza, il gusto, la sensibilità». Parola di Uto Ughi, che lo ha dichiarato in una recente intervista. Naturalmente non è solo l’opinione del celebre violinista, ma una realtà suffragata da innumerevoli studi scientifici facilmente reperibili.

Si possono, infatti, enumerare tutta una serie di abilità che la musica sviluppa, quali la capacità di coordinazione, di memorizzazione, di relazione con gli altri, come pure la velocità di lettura, la capacità di pensare contemporaneamente a cose diverse e via dicendo, includendo tutta quella serie di cose che non richiedono studi scientifici per essere accreditate, tanto sono evidenti.

Lo studio, la pratica e lo spettacolo musicale dovrebbero, quindi, essere favoriti, stimolati, incrementati, tutelati dalle Istituzioni perché, in sostanza, determinano una crescita sociale, vale a dire cittadini più sensibili, più coscienti, più motivati, in una parola migliori, e realizzano un importante “servizio culturale”. Questo è quanto dovrebbe avvenire in un Paese normale laddove il bene comune venisse tenuto nella giusta considerazione.

Ed è quanto avviene in tutte le nazioni del mondo civile, dove la cultura e, segnatamente la cultura musicale, è considerata, protetta, incoraggiata e dove vengono erogate risorse in misura di gran lunga superiore a quelle destinate per le stesse finalità in Italia. Del resto i dati sulla quota di Pil che i vari paesi accordano alla cultura parlano chiaro: l’Italia spende la metà della media Ue (e circa il 20% in meno della media Ue per l’istruzione)!

Sempre nella stessa intervista di cui sopra, Ughi, ricorda la latitanza della scuola italiana nell’avviamento allo studio della musica e della pratica musicale, così come sottolinea la presenza, in stragrande maggioranza, di musicisti stranieri nelle nostre stagioni di concerti, denunciando ancora una volta la mancanza di spazi per i giovani italiani costretti a cercare opportunità all’estero.

Più volte abbiamo sollevato questi problemi e qualche sprovveduto ha ribattuto che se c’è la qualità non conta la nazionalità, come se oggi l’eccellenza, cioè la verità, fosse veramente il criterio di scelta: è una selezione basata realmente sul merito quella utilizzata nelle attività musicali? O come dice ancora Ughi nella sua intervista: «è che si pensa, per il solito provincialismo italico, che chi viene dall’ estero sia più bravo degli autoctoni.»

In Italia, in realtà, abbiamo smarrito l’idea del bene comune ed il particolarismo impera, per cui più nulla risponde al criterio della verità e l’opinione, contrapposta platonicamente a tale criterio regna sovrana.

Al riguardo è eclatante la vicenda del Teatro dell’Opera di Roma, dove in anni ed anni di gestioni diverse i vertici del Teatro “non sono stati in grado” di rimettere sulla strada giusta la struttura, anzi l’hanno progressivamente affossata. Nel teatro della capitale, oggi, invece di trovare una soluzione condivisa, vera e giusta, si poteva tranquillamente percorrere la via della ridefinizione degli accordi sindacali, dell’aumento della produzione per determinare maggiori incassi, del risparmio sulle spese di produzione con l’utilizzo di materiali esistenti nei magazzini: ci sono ben 80.000 costumi di proprietà del teatro, si è preferito licenziare orchestra e coro seguendo le omogenee “opinioni” di Ministro, Governatore, Sindaco, Cda, Sovrintendente. Come dire la macchina è senza benzina per cui smontiamo il motore per renderla più leggera: si muoverà a spinta, vedrete che la velocità sarà la stessa.

Tutto ciò è stato un colpo tremendo non solo per una struttura storica, per i suoi dipendenti, per la verità, per i suoi frequentatori, ma si è rivelato un vulnus per tutta la Cultura musicale italiana in quanto è un segnale di totale destabilizzazione: da quanti giovani studenti di musica ho già sentito chiedere quali motivazioni possano ancora avere a dedicarsi a tale impegnativo studio, quando le orchestre si chiudono (a Roma in pochi mesi con quella dell’Opera ne sono state chiuse tre), quando le prospettive di lavoro si riducono vieppiù, quando la precarizzazione del lavoro musicale parte proprio dalle istituzioni che dovrebbero garantire il proseguimento di una tradizione antica ed unica?

Il licenziamento dell’orchestra e coro dell’Opera di Roma ha creato sconcerto anche all’estero. Tra le tante, anche la nota emanata dai Berliner Philarmoniker che, nell’esprimere solidarietà ai musicisti licenziati, rimarca come la scelta di esternalizzare orchestra e coro sia una iniziativa che porta ad un abbassamento della qualità, ed aggiungiamo noi, inaccettabile per la capitale d’Italia che è il paese dove l’opera lirica è nata.

Purtroppo certe decisioni non sono state dettate da ragioni di sana amministrazione,quindi di verità, bensì rispondono alla solita logica del particolarismo, e nascono unicamente dall’ interesse di chi le prende: ad esempio, risparmiare sul contributo che un Comune versa al proprio teatro d’opera significherà per quello di poter disporre di ulteriori risorse da distribuire altrove, tipo in  ambiti che possano garantire un accrescimento del consenso elettorale.

Questa del risparmio, inoltre, è un’ottima scusa per pescare consensi tra chi è pronto ad abboccare al richiamo di questa magica parola, credendo che essa sia espressione di “sana amministrazione”. La realtà cela altro: l’incapacità, di una classe dirigente, di riuscire a tenere in piedi un impianto che aveva una sua solidità, rimasta, però, intaccata negli anni da questo continuo “assalto alla diligenza” finalizzato al raggiungimento di interessi personali o di gruppi: il particolarismo, come ovvio, determina un’azione disgregatrice sull’organismo. Siamo dunque arrivati alla risoluzione finale!

La vicenda del teatro romano è rilevante, infine, perché rappresenta un comportamento che potrebbe, a breve, essere imitato anche in altri settori. Significa anche che qualsiasi operatore in ambito pubblico è a rischio: si salveranno i professori dei conservatori? In fondo la musica si può studiare anche su internet.E i professori di tutti gli altri ordini di studi? Se ne può ridurre il numero aumentando il numero degli allievi per classe o addirittura esternalizzando (cioè precarizzando) tutto il corpo insegnante con dei bei contratti a termine o addirittura abbreviando i corsi di studio?E se si verificasse qualcosa di analogo anche nella sanità? Perché non esternalizzare l’attività di tutto il personale sanitario? Immaginate che risparmio!

 

 

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