venerdì, Maggio 7

Chi ha paura di Steve Bannon? La sua credibilità rispetto alla vicenda Russiagate ha implicazioni che vanno ben oltre le sue ricadute immediate

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L’audizione di Steve Bannon di fronte alla Commissione intelligence della Camera dei Rappresentanti non è servita a dissipare i molti dubbi esistenti sulle presunte ingerenze russe nella scorsa campagna presidenziale statunitense. Al contrario, la decisione di non rispondere alle domande dei commissari appellandosi al c.d. ‘privilegio esecutivo’ ha alimentato le speculazioni di quanti dalle parole del Chief stategist si attendevano, se non la soluzione alle domande di questi mesi, almeno un po’ di chiarezza su una vicenda che appare di giorno in giorno più complessa. Ciò anche sull’onda delle rivelazioni presenti nel libro di Michael Wolff sul primo anno di Trump alla Casa Bianca (Fire and Fury: Inside the Trump White House), che riporta le accuse di Bannon a figure-chiave dell’entourage presidenziale, primo fra tutti il primogenito del tycoon, Donald jr. Il fatto che – attraverso i suoi legali – Bannon si sia detto invece pronto a rendere dichiarazioni informali alla commissione speciale presieduta dall’ex capo dell’FBI, Robert Mueller, che indaga sulle stessi vicende contribuisce a sua volta a intorbidire le acque, ponendo diversi interrogativi sia sulla posizione dell’ex collaboratore del Presidente, sia su quella della Casa Bianca rispetto all’intera vicenda.

 

Come ovvio, la posizione di Bannon ha sollevato le critiche dei congressmen, in primo luogo di quelli democratici, che nella scelta di appellarsi al ‘privilegio esecutivo’ hanno voluto vedere un segnale delle intenzioni dilatorie dell’amministrazione. Il fatto che i legali di Bannon abbiano escluso la possibilità di una nuova audizione in tempi brevi a causa degli impegni professionali del loro assistito è stato interpretato come la conferma di tali intenzioni. D’altra parte, quella che coinvolge l’ex chairman di Brietbart non è la sola linea d’indagine seguita dalle commissioni del Congresso che – parallelamente alla commissione speciale di Mueller – si interessano al c.d. ‘Russiagate’.

 

Negli scorsi mesi, varie figure legate all’amministrazione sono state chiamate e testimoniare, rilevando, in taluni casi, situazioni penalmente rilevati, la più nota delle quali è forse quella di Paul Manafort, già responsabile della campagna elettorale di Trump, e del suo socio, Rick Gates, accusati di una lunga serie di reati federali. Nemmeno in questo caso, tuttavia, è stato possibile individuare una relazione diretta fra le contestazioni mosse a Manafort e Gates (che includono, fra l’altro, la cospirazione contro gli Stati Uniti) e la campagna che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca.

 

L’audizione di Bannon di fronte alla commissione Mueller potrebbe, quindi, condurre a una svolta nella vicenda. Non è, però, la sola possibilità. Bannon si è già scusato per le affermazioni contenute in Fire and Fury, ridimensionandone la portata e ribadendo il suo ‘sostegno incrollabile al Presidente e alla sua agenda’; una volta di più, tuttavia, la sua credibilità è apparsa discutibile. Egualmente, dopo il suo allontanamento dalla Casa Bianca, fra lui e Trump è emersa una ruggine che si è manifestata in più occasioni e che si è sommata a crescenti differenze sul piano politico. Gli attacchi di Bannon ai figli e al genero di Trump (anch’essi largamente riportati in Fire and Fury) s’inquadrano nella stessa ottica. Sono tutti elementi che contribuiscono a indebolire la sua posizione come testimone, considerata anche la soddisfazione con cui diversi leader repubblicani (primo fra tutti il capo della maggioranza in Senato, Mitch McConnell, più volte oggetto degli strali di Bannon) guardano alle sue attuali difficoltà.

 

Dato il carattere ‘politico’ delle inchieste in corso, sono vulnerabilità importanti, che rischiano, prima che di mettere in difficoltà il Presidente, di favorire la distensione dei rapporti che sembra essersi avviata fra Trump e i rappresentanti del GOP al Congresso. La posta in gioco è rilevante. Dopo la sconfitta nelle elezioni suppletive in Alabama, altri appuntamenti elettorali attendono la fragile maggioranza repubblicana, messa alle corde, in queste ore, anche della questione dello shutdown. In vari Stati, Bannon ha già lanciato una dura campagna contro i candidati espressi dai vertici del partito, campagna che in alcuni casi (ad esempio per il voto in Wyoming, Nebraska e Mississipi) ha spinto lo stesso Presidente a scendere in campo contro il suo ex consulente. In questo contesto, la credibilità di Bannon rispetto alla vicenda ‘Russiagate’ ha implicazioni che vanno ben oltre le sue ricadute immediate, e che mettono in gioco gli equilibri interni a un Partito repubblicano che sembra fare sempre più fatica a tenere insieme le sue diverse anime. Non è forse un caso che la posizione tenuta dell’ex Chief strategist della Casa Bianca in Commissione intelligence abbia sollevato un’irritazione bipartisan e che la decisione di emettere a suo carico un mandato di comparizione formale (‘subpoena’) sia stata presa con voto egualmente bipartisan. Più che per Trump, i silenzi e le ambiguità di Bannon sono oggi un pericolo per il Grand Old Party; un pericolo che non è reso minore dalla fragilità uguale e contraria del Partito democratico.

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