martedì, Ottobre 19

Chi ha paura del boicottaggio? field_506ffb1d3dbe2

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L'attivista israeliano Ronnie Barkan durante una manifestazione

L’attivista israeliano Ronnie Barkan durante una manifestazione

Le prime crepe iniziano a formarsi nel solido muro dell’immagine esterna che lo Stato israeliano ha saputo costruirsi negli anni. A provocarle, la campagna di boicottaggio internazionale lanciata nel 2005 e che oggi preoccupa ministri, stampa e imprenditori. Le tante battaglie lanciate su scala globale dal BDS (Boycott, Divestment and Sactions) contro istituzioni e compagnie israeliane toccano le corde più sensibili del Paese. La paura di un isolamento sempre maggiore all’interno della comunità internazionale serpeggia nelle stanze dei bottoni e in quelle degli affari, dopo gli ultimi colpi subiti dal sistema bancario israeliano: pochi giorni fa tre importanti fondi pensionistici europei – Dutch ABP, Nordea Investment Management e DNB Asset Management – hanno annunciato l’intenzione di rivedere le proprie partecipazioni nelle maggiori banche israeliane, a causa del loro finanziamento agli insediamenti illegali israeliani nei Territori Occupati Palestinesi.

Un colpo duro – 500 miliardi di dollari l’anno che scomparirebbero dalle casse di più grandi istituti bancari del Paese – e che giunge a pochi giorni dalla presa di posizione di uno dei colossi del sistema pensionistico privato olandese, PGGM, che all’inizio di gennaio ha reso nota la decisione di ritirare i propri investimenti nelle banche israeliane. Il timore, che sta contagiando un numero sempre maggiore di multinazionali e compagnie private europee, è di essere accusati di collaborazione e complicità nella violazione dei diritti umani e della Quarta Convenzione di Ginevra.

La PGGM, come altre compagnie prima di lei, è stata chiara: stop alla cooperazione sulla base del parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che nel 2004 ha stabilito l’illegalità delle colonie israeliane. E se da una parte simili decisioni derivano dall’impatto crescente della campagna di boicottaggio internazionale, dall’altro sono frutto di calcoli interni alle stesse compagnie internazionali che preferiscono perdere qualche milione di dollari piuttosto che vedersi trascinate di fronte ad un tribunale o perdere credibilità agli occhi di consumatori e istituzioni.

Difficile ad oggi quantificare le perdite per il sistema economico israeliano, ma a seguito della pubblicazione delle nuove linee guida dell’Unione Europea – che vietano a privati e istituzioni di finanziare progetti o compagnie attive nei territori occupati da Israele nel 1967, ovvero Gerusalemme Est, Gaza, Cisgiordania e Alture del Golan – il danno potrebbe raggiungere cifre stellari. Miliardi di dollari che spaventano sia gli imprenditori israeliani che la politica.

Il grido di allarme è stato lanciato dal gruppo “Breaking the Impasse”, iniziativa partita lo scorso maggio da 200 imprenditori palestinesi e israeliani che vogliono usare l’economia come chiave di volta del negoziato: fare affari per fare la pace. Pochi giorni fa, i businessman israeliani hanno scritto al governo Netanyahu per chiedere un intervento immediato a favore del dialogo, pena il crollo dell’economia israeliana. Ovviamente, a parlare è l’interesse privato, il portafogli, a cui poco importa del rispetto dei diritti del popolo palestinese e la necessità di individuare soluzioni politiche giuste.

Dal mondo politico, l’attacco più duro giunge dal ministro della Giustizia e capo negoziatrice, Tzipi Livni, che pochi giorni fa ha avvisato il governo: se il processo di pace con la controparte palestinese fallirà anche stavolta, Israele si trasformerà in uno Stato-pariah, isolato dal resto della comunità internazionale e quindi destinato alla scomparsa come accaduto al regime di apartheid sudafricano (anch’esso target di una vasta campagna di boicottaggio globale). «Il mondo non comprende il perché delle colonie – ha detto la Livni – I negoziati sono il muro che ferma l’onda della pressione del boicottaggio internazionale. Al contrario, ogni nuovo annuncio di costruzione di altre colonie è un mattone nel muro dell’isolamento che si sta innalzando intorno a noi». Dello stesso avviso il collega di governo Yair Lapid, ministro delle Finanze e leader del partito nazionalista di centro Yesh Atid: «Il mondo sta perdendo la pazienza con noi. Se non faremo progressi con i palestinesi, perderemo il supporto mondiale e la nostra legittimità».

Parliamo del movimento del boicottaggio con Ronnie Barkan, cofondatore del gruppo “Boycott from Within”, ala israeliana della campagna BDS. Dopo l’appello al boicottaggio lanciato nel 2005 dalla società civile palestinese, un gruppo di attivisti israeliani ha aderito. Tra loro, Ronnie. “La reazione alla campagna BDS è visibile, non c’è dubbio – ci spiega Barkan – La scorsa settimana su Channel 2, emittente tv israeliana, si discuteva del boicottaggio e come un crescente numero di compagnie percepisce il pericolo di proseguire le loro attività (illegali) nei Territori Occupati. Uno dei politici che ha parlato del significato del movimento di boicottaggio è la persona che ha orchestrato il massacro a Gaza nel 2008-2009, il ministro Livni“.

Ci sono due forme di sionismo: una esplicitamente razzista e che non prova vergogna nel promuovere l’ideologia e le pratiche di supremazia, mentre l’altra è implicitamente razzista e usa il linguaggio della pace e dei diritti umani per proteggere la supremazia etnica. Questa seconda forma è più cauta e reattiva verso il boicottaggio e ha davvero paura che Israele possa perdere la sua attuale legittimità nel mondo. Per questo, questo ‘sionismo liberale’ vuole trasformare l’occupazione del 1967 normalizzandola, dando ai palestinesi il meno possibile all’interno dei Territori Occupati e mantenendo la maggioranza di loro sotto la legge israeliana o in esilio“.

Per questo, il debole boicottaggio che arriva dalle istituzioni europee contro chi fa affari nei Territori Occupati non è abbastanza per il riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese, diritti che saranno rispettati non quando finirà la brutale occupazione del 1967, ma quando finirà il progetto colonialista in tutta la Palestina storica“.

Dalla nostra esperienza vediamo che compagnie europee cominciano a reagire alla pressione combinata delle nuove direttive europee e della campagna di boicottaggio, portata avanti dai cittadini e da chi lavora negli enti locali e nei Comuni – prosegue Ronnie – Molte compagnie europee hanno sospeso i rapporti con i prodotti israeliani o delle colonie e molti Comuni europei hanno deciso di non rinnovare i contratti con società che violano le linee guida della UE“.

Ad oggi ritengo che la campagna di boicottaggio sia l’unico strumento concreto per modificare le forze in campo – ci spiega Barkan – Lo dico da privilegiato: in quanto ebreo e cittadino israeliano, la mia è la posizione di una persona che gode di pieni diritti a causa della negazione dei diritti basilari del popolo nativo di questa terra, a causa dell’apartheid e della segregazione razziale. Perché il boicottaggio? Perché il negoziato di pace e la finta riconciliazione non porteranno ad alcuna soluzione. Fino a quando non cesseranno i crimini e le violazioni nei confronti del popolo palestinese, fino a quando diritti fondamentali e internazionalmente riconosciuti come il diritto al ritorno non saranno realizzati, non ci sarà alcuna pace“.

La campagna di boicottaggio punta a questo, alla lotta contro la normalizzazione del conflitto, ovvero a nascondere l’anormalità dello Stato di Israele dietro una riconciliazione superficiale e fittizia, in un’interazione tra parti non uguali, con diverso potere contrattuale, dove una è l’oppresso e l’altra è l’oppressore. Combattere la normalizzazione del conflitto significa rendere giustizia, significa avviare una reale decolonizzazione“.

Il nostro gruppo, ‘Boycott from Within’, è piccolo ma attivo – continua Ronnie – Con il nostro lavoro, soprattutto all’estero, cerchiamo di dare sostegno e solidarietà alla campagna BDS, forti del nostro status di privilegiati. Anche noi ebrei israeliani viviamo sotto occupazione, un’occupazione diversa ma che opera con gli stessi mezzi coloniali“. 

 

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