giovedì, Maggio 6

Chi governa la Crimea? field_506ffb1d3dbe2

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L’Ucraina ha un nuovo Primo Ministro: è Arsenij Jacenjuk, economista e capogruppo parlamentare del partito Unione Pan-Ucraina ‘Patria’ dell’ex Primo Ministro Julija Tymošenko. A deciderlo, il voto unanime dei 371 deputati presenti alla Verchovna Rada, il Parlamento ucraino. Con la nomina di Jacenjuk e la fuga dell’ex Presidente Viktor Janukovyč si potrebbe pensare all’ideale conclusione delle vicende avvenute nel Paese dal 21 novembre, con la richiesta di dimissioni dell’allora Primo Ministro Mykola Azarov, soddisfatta il 28 gennaio senza però ottenere, per un mese, alcun successore. Tuttavia, la situazione ucraina rimane difficile e l’attenzione, oggi, si è spostata dalla capitale Kiev al capoluogo della Crimea, Sinferopoli.

In mattinata, infatti, le sedi del Parlamento e del Governo della Crimea, unica regione ucraina con una popolazione in maggioranza russofona, sono state teatro di un blitz da parte di uomini armati ed in divisa, che hanno infine sostituito ai pennoni il vessillo russo a quello ucraino. Successivamente, attorno ai palazzi sono state create barricate con materiali di scarto. L’obiettivo degli insorti è un referendum per chiedere la scissione della Crimea dall’Ucraina a seguito della destituzione di Janukovyč. Gli eventi vanno ad aggiungersi alle recenti frizioni con la Russia, che ha già posto in allerta 150.000 unità militari prossime al confine. Il Ministero degli Interni ucraino ha d’altronde già dato disposizione a tutte le forze di polizia di mantenersi in stato d’allerta, annunciando inoltre di aver fatto bloccare alcuni blindati russi alle porte del capoluogo. Né si è fatto attendere l’avvertimento del Presidente provvisorio ucraino, Oleksandr Turčinov: «Faccio appello ai dirigenti militari della flotta russa nel Mar Nero: qualunque movimento militare, a maggior ragione se armato, oltre i confini di questo territorio saranno da noi considerati come un’aggressione militare».

L’atteggiamento russo preoccupa peraltro anche i leader occidentali. Il Segretario alla Difesa russo Chuck Hagel ha richiesto a Mosca la massima trasparenza per evitare fraintendimenti sui movimenti militari alla frontiera, similmente al Segretario Generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, per cui è da evitare ogni azione che possa accrescere la tensione nell’area. Il Cremlino, intanto, si mantiene aperta ogni possibile tattica. Da un lato, accorda protezione sul proprio territorio a Viktor Janukovyč; dall’altro, annuncia di voler prendere parte ai negoziati del Fondo Monetario Internazionale sul pesante debito ucraino. La direttrice dell’organizzazione, Christine Lagarde, ha infatti annunciate l’invio – richiesto fin dall’insediamento delle nuove autorità nazionali – di una missione del FMI nel Paese.

Quelle russe non sono le uniche forze armate al centro di critiche oggi. La pubblicazione di un rapporto di Amnesty ha infatti posto – o dovrebbe porre – in serio imbarazzo il Governo di Israele, accusato a chiare lettere del «crescente spargimento di sangue e delle violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, a seguito di un utilizzo dell’esercito israeliano, dal gennaio 2011, di forza inutile, arbitraria e brutale contro i palestinesi». Solo alcuni giorni fa, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, Richard Falk, aveva indicato come i diritti dei palestinesi in detti territori fossero violati dall’occupazione israeliana e dalla «pulizia etnica» a Gerusalemme Est: un quadro che spingeva Falk a sostenere la necessità da parte dei Paesi membri dell’ONU di boicottare le merci israeliane prodotte nei Territori occupati in quanto connessi con «atti potenzialmente al livello di segregazione ed apartheid». O a «crimini di guerra», come nota appunto Amnesty in relazione alle prove emerse di uccisioni arbitrarie.

Ed è sui diritti umani che si consuma la rottura della cooperazione giudiziaria tra Francia e Marocco. Intollerabili, per il Governo di Rabat, le critiche ricevute da organizzazioni di difesa dei diritti sugli abusi della polizia, sulla libertà di stampa e l’indipendenza giudiziaria nel Paese maghrebino. Dirimente, in particolare, la visita della polizia francese all’ambasciata marocchina di Parigi per le denunce di tortura da parte di attivisti marocchini al capo dei servizi segreti interni di Rabat: dopo la convocazione dell’ambasciatore francese, sono risultati inutili i tentativi effettuati dal Ministro degli Esteri Laurent Fabius e dallo stesso Presidente François Hollande.

Il Presidente transalpino deve affrontare inoltre il crollo di fiducia interna: si annuncia perciò un rimpasto di Governo con alcuni nomi ‘forti’, fra cui quello di Marie-Ségolène Royal: attualmente Presidente del consiglio di Poitou-Charentes, già più volte Ministro ed esponente di spicco del Partito Socialista, non può sfuggire il fatto che sia stata in passato compagna di Hollande, avendo con lui quattro figli. Ma i movimenti al vertice dell’hexagone non finiscono qui: è infatti confermata per domani a Berlino l’annunciata riunione tra la Cancelliera Angela Merkel e l’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy. Nessun incontro segreto, ma una presenza ufficiale ad una conferenza organizzata dalla Konrad-Adenauer-Stiftung, vicina alla CDU di Merkel. Rimane il sospetto che Sarkozy stia cercando di mantenere i contatti internazionali in vista di una prossima ricandidatura all’Eliseo.

Proprio in Germania è stato oggi assolto dalle accuse di corruzione l’ex Presidente federale Christian Wulff. Eletto nel 2010 su spinta di Angela Merkel, Wulff aveva dovuto dimettersi dopo un anno e mezzo per l’accusa di aver ricevuto finanziamenti illeciti nel 2008, quando era ancora Ministro Presidente della Bassa Sassonia. Oggi, intanto, la Cancelliera Merkel ha reso visita a Westminster, dichiarando che l’Unione Europea farà quanto possibile per andare incontro alle richieste di Londra, ma che, non sarà possibile «soddisfare ogni genere di desideri, veri o supposti, da parte britannica per una riforma fondamentale dell’architettura europea».

Proprio il Regno Unito è però alle prese con un rilevante scandalo interno: dai documenti di Edward Snowden emerge infatti che l’agenzia di sorveglianza britannica GCHQ(Government Communications Headquartiers) avrebbe utilizzato le webcam di quasi due milioni di utenti della compagnia statunitense Yahoo per l’intercettazione e la registrazione di immagini nell’ambito di un programma definito ‘Optic Nerve’, attivo almeno tra il 2008 e il 2012. Yahoo ha negato di essere a conoscenza dell’operazione, ribattendo anzi che sarebbe stato raggiunto «un nuovo intero livello di violazione della privacy dei nostri utenti».

Altre intercettazioni avrebbero invece ampliato il quadro della corruzione all’interno del Governo di Recep Tayyip Erdoğan, in Turchia. Sarebbe infatti la voce del Primo Ministro quella che si sente nella telefonata riportata da un video di YouTube: secondo il filmato, pubblicato sotto pseudonimo, Erdoğan consiglierebbe al figlio di non accettare un’ingente somma di denaro ai margini di una commessa, nella possibilità di un’offerta superiore. «Completamente fasullo e prodotto di montaggio immorale» è stato il commento rilasciato dallo staff del Primo Ministro, attualmente impegnato a sostenere il suo partito nella campagna per le elezioni amministrative che si terranno alla fine di marzo. Al momento, non è comunque possibile affermare con sicurezza che la voce sia effettivamente quella di Erdoğan.

Un altro filmato testimonia invece il nuovo deterioramento dei rapporti tra Corea del Nord e Corea del Sud a pochi giorni da quel che era parso un momento di distensione, vale a dire la riunione delle famiglie separate fra i due Stati. L’agenzia di stampa di Pyongyang ha infatti diffuso immagini di un missionario sudcoreano, identificato come Kim Jong-uk, accusato dalle autorità nordcoreane di aver commesso crimini contro lo Stato nel tentativo di fondare una chiesa clandestina. Sempre oggi, fra l’altro, il Ministero della Difesa sudcoreano ha comunicato che dalle zone montuose a nord del confine sarebbero stati lanciati quattro missili di corta gittata, diretti verso il mare. Benché non si tratti di un’attività insolita, va in questo caso inserita nel contesto delle attualmente altalenanti relazioni tra le due Coree e delle critiche di Pyongyang alle esercitazioni congiunte fra Seul e gli Stati Uniti. Appare perciò marginale che, a due anni dagli ultimi negoziati, funzionari della Croce Rossa di Giappone e Corea del Nord abbiano ripreso a discutere sul ritorno in patria degli ultimi cittadini giapponesi rimasti nel Paese. Nei fatti, le nuove trattative dovrebbero avere luogo in Cina lunedì, alla presenza di funzionari dei Ministeri degli Esteri di entrambi gli Stati.

Ancora violenza in Somalia: sono dieci i morti a seguito di un’autobomba esplosa a Mogadiscio. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo islamista di al-Shabaab, il cui portavoce ha sostenuto inoltre che «l’esplosione di oggi era parte delle nostre operazioni a Mogadiscio e continueremo». Alleata di al Qa’eda, al-Shabaab era stata allontanata dai maggiori centri urbani, tra cui appunto la capitale, nel 2011, quando intervennero nel Paese le forze dell’Unione Africana, il cui contingente di peacekeeping, AMISOM, dovrebbe lanciare presto una nuova operazione contro il gruppo islamista col recente innesto di truppe etiopi.

Sono invece pronti a considerare anche il ritiro dall’Afghanistan nel corso dell’anno i Ministri della Difesa dei Paesi della NATO. È questo quanto comunicato dal Segretario Generale Rasmussen. In realtà, l’organizzazione atlantica rimane formalmente aperta a tutte le possibilità, ma il rifiuto del Presidente Hamid Karzai di firmare l’accordo di sicurezza con gli Stati Uniti renderebbe concreta proprio «la possibilità di non essere in grado di operare in Afghanistan dopo il 2014 a causa dei persistenti ritardi osservati», come dichiarato dallo stesso Rasmussen.

 

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