giovedì, Luglio 29

Chi è l’agente letterario?

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Libro

L’industrializzazione dell’attività editoriale, con il relativo aumento di dimensioni di alcune case editrici e l’inevitabile parcellizzazione delle attività al loro interno, ha portato al progressivo distanziamento tra le due figure capitali del mondo editoriale: l’Autore e l’Editore. Inoltre è venuto a cadere il rapporto ad personam tra i due, rendendosi necessaria la costituzione di una figura, quella dell’agente letterario e dell’agenzia,  che fungesse da mediatore tra loro.

Erich Linder è considerato «il padre di tutti gli agenti letterari italiani». Linder a sua volta dice: «Io avevo idea che lo scrittore anche in Italia, soprattutto in Italia, aveva bisogno di uno che ne curasse gli interessi: e che questo bisogno si sarebbe accentuato con gli anni. Tuttavia riconoscevo che per il momento non c’era nulla da fare. Parlo degli anni attorno al 1950. Poi le cose cambiarono: cominciò l’espansione economica, anche in Italia nacque qualcosa che assomigliava all’industria editoriale. Allora furono gli scrittori che si rivolsero a me perché li difendessi», e in una testimonianza comparsa su ‘Sette’, Inge Feltrinelli racconta chi era l’uomo che ha importato in Italia il mestiere dell’agente letterario: «Quando sono arrivata a Milano, nel 1960, esisteva nel mondo editoriale solo un unico grande agente, Erich Linder. Era un uomo molto rispettato e anche un po’ temuto. Incuteva una certa soggezione: perdere la sua simpatia poteva significare perdere anche la possibilità di pubblicare autori cui si teneva molto. Abituati a fare da soli, sia nella fase di scouting sia in quella, più delicata, delle trattative contrattuali, gli editori italiani nel dopoguerra dovettero fare i conti con Linder e accettarlo come interlocutore». Anche Marco Vigevani è d’accordo nell’attribuire la paternità di questo mestiere a Erich Linder: «Fino a quando è morto, nel 1983, ha avuto il monopolio di questa professione. Poi sull’onda della sua esperienza sono nate molte agenzie letterarie. Il nostro mestiere? Negli Stati Uniti e in Gran Bretagna è impensabile che un autore si muova senza un agente letterario. È come se in un processo ci si volesse difendere da soli, senza un avvocato. Da noi è una professione in crescita. In genere gli agenti letterari vengono dall’editoria, dalle piccole o grandi case editrici, ma non hanno ancora il potere e l’autorevolezza che hanno nei paesi anglosassoni».

L’agenzia letteraria si occupa di seguire l’Autore nelle varie fasi della realizzazione dell’opera, dal manoscritto al volume, rappresentando gli interessi del proprio assistito nei confronti dell’editore. Le agenzie letterarie, nate prima negli Stati Uniti, poi in Gran Bretagna, dove comparvero intorno alla metà dell’Ottocento, hanno faticato a imporsi nell’Europa continentale, a causa di un’industria editoriale che ha impiegato per svilupparsi circa un secolo in più rispetto alla sua omologa anglofona: ancora alla fine degli anni Sessanta del Novecento Linder ricordava che «in Francia l’agente che tutela gli interessi dello scrittore non esiste. I contratti sono onerosissimi per l’autore. (…) In Germania la situazione è più complessa. Non ci sono agenti e i contratti sono da osservare col massimo rispetto».

Tuttavia ci fu bisogno di attendere ancora tre decenni perché si potesse parlare di agenzie letterarie nel senso moderno e contemporaneo del termine. È l’inglese A.P. Watt il primo agente che, aprendo un’agenzia nel 1875, stabilisce le regole basilari del mestiere, tra cui le percentuali percepite sulle vendite, con l’idea che l’agenzia sia arbitra del valore letterario e, allo stesso tempo, delle tendenze dell’epoca in cui opera: la professione di agente si pone da subito come ago della bilancia nei rapporti tra scrittori e case editrici, orientando le scelte degli uni come delle altre. Alla fine dell’Ottocento le agenzie letterarie britanniche sono ormai delle realtà in grado di valutare la vendibilità dei manoscritti e controllare la vendita di diritti di pubblicazioni seriali e delle traduzioni. Gli editori inglesi, come gli autori, diventano sostanzialmente clienti delle agenzie – le uniche realtà che godono di una visione globale sul mondo delle lettere, detenendo una sorta di magistero su tutto ciò che ruota attorno all’oggetto libro, dal valore artistico ed estetico, a quello economico, passando per le spinose questioni legate ai diritti e ai compensi.

Commentando il suo lavoro, Linder sosteneva invece che la mansione dell’agente fosse quella di occuparsi di tutti i possibili rapporti tra autore ed editore all’infuori di quelli letterari. In generale, l’agenzia letteraria svolge oggi per conto dell’autore la ricerca dell’editore tra tutte le case editrici che per caratteristiche meglio si confanno all’opera da pubblicare; una volta trovato l’editore, l’agenzia segue le fasi contrattuali, la promozione, la tutela dei diritti (nazionali ed eventualmente esteri), i pagamenti, l’invio dei rendiconti sulle vendite e le trattative tra agente ed editore, comprese anche le discussioni sulla copertina, l’impaginazione, la collana, la veste, la durata del contratto. Il lavoro dell’agenzia letteraria è complesso e stratificato ed essa percepisce una percentuale, quantificabile in circa il 10%, sui ricavi delle vendite del libro; vi sono però casi in cui gli editori versano dei compensi direttamente nelle casse delle agenzie. Questo accade quando una casa editrice usa un agente per lavori di ‘scouting’, o per servizi di traduzione, editing, ricerche bibliografiche, progettazione di libri, impostazione delle strategie di marketing, oppure semplicemente di ufficio stampa. Tali agenzie offrono anche servizi di consulenza altamente professionali che, oltre a segnalare le eventuali debolezze stilistiche o strutturali dell’opera, si premurano di fornire un orientamento nel mondo editoriale per indirizzare l’autore verso l’editore che meglio di altri può valorizzarne il testo. La maggior parte dei testi che arrivano a un agente letterario non soltanto contengono a volte anche errori grossolani, perfino in campo grammaticale, ma il più delle volte di tecnica interna al testo (in un giallo, oppure in un thriller, ad esempio, può capitare che magari mancasse totalmente la suspence all’interno del racconto, o contenesse situazioni al limite dell’assurdo e illogiche per la trama stessa, come la maggior parte delle spy-story, anche di stampo americano). Per gli autori che non hanno esperienza editoriale, si tende ad ingigantire le situazioni, che talvolta fanno anche sorridere l’agente letterario per la loro esagerazione, e spesso tali testi per la maggior parte non verranno pubblicati. Il guadagno di un agente letterario è relativo alla persona che opera in quel campo. Un autore emergente non ha spesso idea dei risvolti connessi alla pubblicazione del suo libro. Il grosso deficit di tutte le grandi case editrici, eccezion fatta per i maggiori cinque marchi in questo campo che di fatto detengono il mercato del libro d’autore, è che producono il libro, ma non fanno altro che pubblicare un prodotto di qualità esteticamente ben curato e con buon editing, ma poi non lo promuovono e così il libro viene lasciato in qualche scaffale della libreria per un paio di mesi, per morire poi nel magazzino aziendale. Il grosso lavoro che fa un agente letterario è legato essenzialmente alla figura dell’autore, che deve essere attivo per partecipare alle presentazioni e manifestazioni relative al suo volume, previste in tutta Italia, perché l’attività dello scrittore non è più solamente sul testo, a causa della spietata concorrenza con altri libri pubblicati, ma offre anche un sostegno morale allo scrittore stesso.

Il mercato internazionale dell’agente letterario è completamente diverso da quello che si ha in Italia, dove si tende ad acquistare abbastanza facilmente titoli di narrativa che hanno già avuto successo all’estero, e non soltanto nei paesi anglosassoni, ma anche nei Paesi Bassi, in quelli dell’Est dell’Europa e anche in quelli fuori dall’UE stessa, puntando soltanto su autori con un margine di vendita all’estero molto alto. E qui deriva il problema di come importare questo titolo nel nostro Paese, non tanto in termini di diritti (per i quali sono previste fiere apposite, come quelle di Torino, Francoforte, e in Spagna, dove ci si accorda sull’acquisto di tali diritti), ma per la sua traduzione, che si avvale di tantissimi professionisti, più o meno sottopagati e più o meno di qualità. Così il volume straniero deve necessariamente contrarsi, con una limitatezza di utenza finale di circa 4.000.000 lettori in Italia, e con una ridotta possibilità di distribuzione che appare quanto mai drammatica, anche per chi è ad un tempo distributore e venditore, come Mondadori e Feltrinelli.

In Italia pare sia più facile introdurre un titolo sul mercato editoriale e stamparne 2.000 o 3.000 copie, vedere come vende senza effettuare prima ricerche di mercato, e se non va, ritirare tutte le copie mandandole al macero nel giro di sei mesi. Questo è uno dei fattori che provoca la saturazione del mercato editoriale, creando un’offerta di 100 volumi a fronte di una richiesta da parte del pubblico di soli 10 libri in totale.

Intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento l’industria editoriale anglosassone conobbe uno sviluppo eccezionale: l’editoria fu in grado di concentrarsi su produzioni di larga scala e quindi industrializzate. La figura di un mediatore editoriale si rivelò a poco a poco sempre più necessaria e bisognò attuare un passaggio verso una forma più professionale, con formule legali efficaci, nella quale si inserivano gli agenti e le agenzie, con una vita affatto semplice nei primi decenni, perché gli editori vedevano in loro dei ‘parassiti’ che, lavorando con cognizione di causa sugli aspetti anche economici del libro, permettevano agli autori di far valere maggiormente la loro voce nelle contrattazioni.

Linder in risposta a una domanda sui suoi inizi ha dichiarato: «All’inizio mi detestavano, come un industriale può detestare un sindacalista che semina la ribellione fra degli operai prima rassegnati e distratti. Ma oggi i nostri rapporti sono migliorati. L’editore oggi tende a mandare l’autore dall’agente; per evitare equivoci, malintesi, recriminazioni e piagnistei preferisce ch’egli si faccia rappresentare da un professionista»

Con il passare del tempo, uno dei motivi per i quali gli editori arrivarono ad accettare la figura del mediatore fu legato al fatto che essi non erano in grado di far fronte alle richieste degli autori, e che quella svolgeva ormai un ruolo chiave nella filiera editoriale tra autore ed editore, introducendo anche elementi di flessibilità nella contrattazione. È raro che un autore accetti di sottoscrivere un contratto standard con una casa editrice e generalmente l’agenzia discute delle modifiche legate agli anticipi, alle percentuali sulle vendite, ai diritti e al marketing, il più possibile mirate al tipo di libro e alle personali esigenze dell’autore, sebbene conformi alla strategia commerciale che si intende intraprendere.

Gli agenti letterari devono avere una formazione eclettica: competenze editoriali, ma anche contrattuali e legali, oltre naturalmente a una grande passione per i libri. Nei paesi anglosassoni l’agente letterario è fondamentale, in Italia questa figura rappresenta ancora un mercato di nicchia, ma negli ultimi vent’anni la professione si è affermata: tra quelle più antiche e riconosciute c’è l’ALI, (ovvero l’Agenzia Letteraria Italiana),  di Luigi Bernabò, oltre a moltissime altre di nuova creazione.

Come un agente letterario riesca a trovare un autore bestseller abbastanza valido non è facilmente intuibile, nel senso che la scelta del testo è abbastanza schematizzata: il volume è valutato secondo determinati parametri, sia interni al testo (come coerenza, congruenza, stile, ritmo, grammatica) che esterni ad esso, considerati validi per qualsiasi genere. Un’altra cosa che si valuta è il messaggio, oppure l’obiettivo che il testo scritto o l’autore vogliono dare (cosa che spesso risulta assente nei volumi).

Se si naviga su Internet alla ricerca dei più importanti agenti letterari italiani, si possono reperire ben 53 agenzie e studi editoriali diversificati: ci sono quelli ben accreditati, come Roberto Santachiara (agente letterario tra gli altri di James Ellroy e Stephen King) o Marco Vigevani (per Giorgio Bocca, Arrigo Petacco, Ottiero Ottieri). Ci sono poi decine di piccole agenzie, alla ricerca di una nicchia negli angusti spazi reperibili tra la folla di aspiranti scrittori, i saloni della letteratura e l’esiguo numero di editori importanti.

Se un esordiente vuole mettere un manoscritto nelle loro mani, deve sborsare dai 400 ai 500 euro e, soltanto dopo un’attenta lettura fatta dall’agenzia, saprà se quei soldi sono stati spesi bene. Se dopo la lettura l’agente letterario è interessato al manoscritto, propone all’autore un contratto e fissa una percentuale che va dal 15% al 20%. Una delle persone più accreditate nell’editing di un testo si dice che sia Laura Lepri.

In America la figura dell’editor free lance è molto diffusa: ricordiamo Maxwell Perkins, Albert Erskine, Joe Fox, e Ledig Rowholt. In Italia la professione dell’agente letterario è stata importata dall’uomo-leggenda di cui parlavamo prima, Erich Linder. Vicki Satlow, definita nell’ambiente la ‘rossa americana’, è forse l’unica agente letteraria straniera donna. Susanna Tamaro e la signora del giallo, come Anne Perry, si affidano a Vicki Satlow che ha ben presente le differenze tra gli Stati Uniti e l’Italia: «In America gli editori non comprano un libro se non c’ è un agente letterario, da noi in Italia c’è ancora molta diffidenza verso questa professione. L’editore in Italia è per il vecchio stile, preferisce lavorare direttamente con l’autore. Lei si chiederà come mai negli Stati Uniti l’agente letterario è così importante. Io mi sono fatta un’idea di questo fenomeno: negli Usa il business del libro è ben più grosso che nei paesi europei. Come avrà sentito attorno agli autori americani girano cifre da capogiro, d’altronde il mercato americano è molto più grande».

Il lavoro dell’agente è presentare, anche mettendo mano all’editing del testo, un lavoro che appaia diverso dagli altri in commercio: per fare ciò, deve conoscere il mercato editoriale, con continue ricerche, anche lavorando a volte on-line e guardando le ultime uscite di libri in commercio, acquistando volumi, anche in formato digitale come gli e-book. In Italia le pubblicazioni di libri sono stimabili su una cifra di circa 60.000 volumi soltanto in un anno e quindi è difficile per l’agente acquistarli tutti, a meno che non si tratti di una grande agenzia letteraria. L’agente deve leggere i volumi con cognizione di causa, perciò un’agenzia o un agente letterario devono specializzarsi in un determinato settore, come dovrebbe fare anche l’autore stesso di libri.

L’intuito per l’opera di un autore, che diventerà un bestseller o sarà comunque abbastanza dotata in campo editoriale, è la caratteristica principale dell’agente letterario, e non riguarda soltanto il fattore commerciale, cosa che si sviluppa principalmente partecipando alle fiere dell’editoria e parlando con gli editor, gli editori, i redattori e anche con gli stessi autori, ma deve andare oltre lo stile e il testo stesso di un volume, e lo si sviluppa anche colloquiando a fondo con gli autori di un libro. Tale talento era riconosciuto come enormemente sviluppato in personaggi come Luigi Bernabò, morto il 24 novembre scorso e che aveva rappresentato autori come Scott Turow, Michael Connelly, Jonathan Franzen e Dan Brown, quello per intenderci del ‘Codice da Vinci’. Tra gli italiani ha contribuito a far conoscere Tiziano Terzani, Aldo Nove e Donato Carrisi.

Nato a Torino, dopo un’infanzia trascorsa in Argentina e una laurea in Filosofia a Roma, aveva cominciato a lavorare a Milano presso Erich Linder nell’ALI. Una pausa come responsabile della narrativa Rizzoli e poi la fondazione, nel 1989, dell’Agenzia letteraria Luigi Bernabò Associates, insieme alla moglie Daniela, scomparsa nel 2012. Bernabò non era un agente letterario che si limitava a promuovere i suoi scrittori. Era anche un attento osservatore delle dinamiche del mercato editoriale, spesso da lui definito ‘imprevedibile’. Da quando la moglie era scomparsa, si faceva accompagnare dal suo cane di nome Guinness.

Abbiamo intervistato Francesca Costantino, agente letterario e promotrice editoriale che ha scelto preferibilmente di operare sui testi per bambini e per ragazzi, con una forte componente pedagogica e da un contenuto che presenti un messaggio chiaro rivolto ai lettori, da promuovere in vari festival e manifestazioni editoriali in Italia. Francesca Costantino è inoltre scrittrice fantasy di fiabe per bambini, ma anche per ragazzi.

Quanto ha oggi senso l’agente letterario per un autore di libri nell’era tecnologica di Internet?

Sono molto favorevole alla nuova tecnologia e all’auto-pubblicazione, tuttavia bisogna rendersi conto che il mercato digitale non è meno saturo rispetto al librario, intendendo con questa parola le librerie e i grossi e medi editori che riescono a distribuire i volumi nelle librerie. Tutto questo, a parte la grossa democratizzazione nella possibilità di pubblicare anche ‘la mia lista della spesa’, termine usato in gergo editoriale e che include nei testi autorevoli anche una scemenza, da pubblicare on-line fino a pretendere che tale lavoro venga letto. Essendo Internet uno strumento molto democratico, può creare delusioni anche molto forti, perché uno scritto scientifico, o un libro, una volta pubblicato, può anche non leggerlo nessuno e non avere un click da parte di nessun utente. Secondo me, anche se si auto-pubblica uno scritto scientifico, oppure un libro, bisognerebbe farsi un esame di coscienza sul perché lo si fa e quale messaggio si vuole arrivi al pubblico. Se ciò è fatto soltanto per compiacere se stessi, non si deve pretendere che tale produzione venga poi letta; ma se lo si fa per divulgare un concetto, o per farsi conoscere, forse si ha qualche chance in più. Sono nata tendenzialmente come editor, e quindi sento di dover per forza sistemare il testo che mi viene presentato, per rendere il lavoro professionale. Se ti sei auto-pubblicato come autore e soprattutto dal momento che hai optato per questa scelta, dovresti puntare come scrittore sulla qualità del tuo testo e del tuo concetto. Qualunque scrittore, anche il meno famoso, si fa almeno rileggere le bozze e ha un team dietro di lui. Non credo che Umberto Eco si faccia fare editing sui suoi libri, ma avrà qualcuno super partes che glieli leggerà. Un’altra fase che io metto in pratica è la promozione, cosa difficilissima anche in rete. Facebook, per citare a caso uno dei social network più usati, è diventato un calderone di materiale infinito di cui non importa più niente a nessuno. Bisogna quindi trovare nuovi sistemi per esaltare il libro attraverso le tematiche in esso trattate, anche se è un prodotto digitale. Se in un domani si vuole provare a trovare un editore per alcuni libri (come i cosiddetti romanzi rosa), forse conviene tenerli soltanto on-line, perché si ottengono migliori guadagni economici e non è detto che arrivando in libreria non ci siano libri concorrenti e migliori che facciano andare al macero il tuo.

Come è cambiato il mondo dell’agente letterario da A.P. Watt nel 1875 ad oggi?

Secondo me è proprio cambiato il sistema di fare cultura: abbiamo tante possibilità di esprimere la nostra opinione e questo da una parte è il massimo di democratizzazione, perché nell’Ottocento avevamo come una delle possibilità di dissenso solo lo Speakers’ Corner a Hyde Park a Londra, dove uno poteva sbraitare quanto voleva contro il re e la regina di turno senza nessuna obiezione, poi scendeva dal piedistallo e toccava a un altro. All’epoca fare cultura era un’operazione destinata a una ristretta élite di persone, mentre il popolo, inteso come plebe, non veniva mai coinvolto in queste manifestazioni, poiché a volte non sapeva né leggere né scrivere, o quasi. Oggi ciò non è più pensabile, ma credo che non bisognerebbe mai lasciare in disparte l’etica: se sto pubblicando un testo che inneggia al nazismo, al fascismo, o che spergiura contro tutte le religioni esistenti, è giusto che venga perseguito dalla legge, perché sto commettendo una serie di reati punibili dalla giustizia a livello etico. Ciò non esiste in Italia, o avviene dopo aver sporto regolare denuncia e dopo parecchi mesi o anni. Amazon ha dei filtri per questo genere di cose: i testi troppo pornografici che diventano violenti e disumani vengono, credo, filtrati, così come quelli fortemente politicizzati. Continuano però a essere inseriti testi a mio avviso molto vicini a un uso etico sbagliato.

E come è cambiato il modo di lavorare da ieri ad adesso?

Ovviamente è più facile pubblicare un libro, perché prima non so quanto il povero Gutenberg tempo impiegò per stampare la sua Bibbia, ma grazie al suo contributo siamo arrivati al mondo di oggi. Realizzare e stampare un libro con le tecnologie digitali è un’operazione velocissima: si impagina il testo nel giro di tre giorni, in 6 o 7 giorni viene stampato e nel giro di altri 5 giorni può essere distribuito attraverso i propri canali. Un libro si stampa in 15 giorni e con potenzialità per diffondere il messaggio estremamente molto più estese e molto più democratiche: con richiesta on demand, o su semplice richiesta, si fanno tirature bassissime in digitale. Non si pensa però al modo in cui si scrive e all’utente finale, e non parlo del libraio tenuto a lavorare con l’utente finale, ma a grandi distributori, con i quali lavorano gli editori per il b2b, business to business, che utilizzano per la maggior parte commessi che non fanno selezione e non sanno consigliare sulla scelta del libro. La difficoltà di un mercato estremamente diffuso e democratico è a scapito di una specializzazione e bisogna riflettere sull’utente che ti leggerà e perché lo farà.

Quali sono i motivi che hanno portato la figura del’agente letterario negli anni ad essere ostacolata da editori e addetti ai lavori in editoria?

Non sono d’accordo con questa affermazione, perché nel mio caso non è stato così. Ci possono essere forse alla base motivi economici: con il classico contratto d’agenzia prendo la percentuale dall’autore, ma anche dall’editore stesso. L’editore può chiedersi perché deve pagare un terzo, quando già paga l’autore del libro, ma spesso l’autore ha conosciuto prima l’agente letterario e poi in seguito l’editore. Non è quindi una questione di agente letterario, come figura criticata o ostacolata, lo è invece come etica professionale legata a qualsiasi mestiere. Se l’editore dice chiaramente che non lavora con gli agenti letterari, io posso replicare che non faccio soltanto questo mestiere, ma che lavoro anche sul commerciale, ossia sull’editing e sulla promozione dell’autore stesso, e che gli autori che conosco li presento a qualcun altro. La difficoltà maggiore sta proprio sulla promozione degli autori stessi. Dato che la produzione è ormai eccessiva e le vendite risultano molto basse, e ben al di sotto del 500 copie vendute per ciascun titolo, io non posso pretendere di vivere e campare come il classico agente letterario che lavora a percentuale, a meno che di non scoprire una Susanna Tamaro di turno, ma di questa ce ne sono una su un milione. A dire il vero, con il solo lavoro di agente letterario sugli autori emergenti non riuscirei a vivere.

La stampa nazionale perfino nel 1996 definiva tale figura «antipatica, esosa, ingombrante, ma necessaria». Oggi è ancora così necessaria questa professione anche in tempo di self-publishing?

Niente appare strettamente necessario, e allo stesso tempo lo è tutto ciò che si fa in ogni ambito. Dipende dalla persona con cui si lavora: io quando ho iniziato a fare la scrittrice quattro anni fa, arrivando oggi al terzo libro, se qualcuno mi avesse detto che non era finita lì, ma che appena uscito il libro dovevo partecipare a eventi in tutta Italia, stare ore al computer per farmi conoscere, parlare anche di cose banali e stupide sul mio libro pur di promuoverlo, gli avrei srotolato tappeti rossi sul suo cammino.

Quanto questa forma di editoria (self-publishing) ha ostacolato l’agente letterario e ha senso parlare di questa figura per questa forma di editoria?

In realtà non penso che questa forma abbia ostacolato il lavoro dell’agente letterario, anzi è facile fare scouting in rete ormai. Navigo spesso su ‘ilmiolibro.it’ su Amazon, vedo le classifiche e mi informo; soltanto un paio di volte mi è capitato di contattare due autori, ma poi si è fatto l’accordo ed è andata bene. Credo che questa ampia democrazia, di cui abbiamo già parlato, presente anche nel self-publishing, sia utile anche all’agente letterario con un grosso bacino di utenza. Io ho lavorato per promuovere anche una ragazza che si è per sua scelta auto-pubblicata con copertina a pagamento ed è riuscita a guadagnare moltissimo con il suo e-book. Ella è straconvinta che il mercato cartaceo classico dell’editoria sia superato e per certi versi sono d’accordo con lei.

Come lavora in sostanza un agente o un’agenzia letteraria?

Si valuta innanzitutto il testo, perché può essere pieno di cose ovvie, oppure errori eclatanti, o essere sgrammaticato, e l’autore deve fare la sua parte.

Quale è il ruolo di un agente letterario nel campo culturale: mediatore di business o ha un senso o un ruolo nel percorso culturale dell’autore?

L’agente letterario è una figura simile al sindacalista puro nelle sue intenzioni, ovvero deve fare da tramite. Io per metà faccio gli interessi dell’autore, e per metà quelli dell’editore che distribuirà il libro (oltre ai miei personali), ma allo stesso tempo mi piace lavorare sulle persone. Se capisco che in quell’autore che sto trattando c’è una potenzialità umana da fare emergere, lavorerò su quella. Ciò non ha prezzo, ma rappresenta un valore enorme e la gente si affida a me proprio per questo fatto. Rappresento un consulente, più che un vero e proprio agente letterario: in base alla mia esperienza e a ciò che vedo e sento dagli altri, do consigli, ma non rappresento la verità al 100%. Proprio per questo sono diventata un’amica e una persona su cui contare per molti autori. Ho fatto molta fatica a far conoscere i miei libri e non smetterò di promuoverli finché sarò in vita. Proprio quando ero sul punto di mollare, mi sarebbe servito un consiglio utile di qualcuno e perciò intervengo in questa forma quando mi viene richiesto.

Come considera la figura di Luigi Bernabò?

L’Italia e la sua cultura, grazie a queste figure di intellettuali, è diventata quella di oggi. È un po’ come quando sono morti i grandi attori italiani: crea molto dispiacere perché rappresentavano la Cultura con la c maiuscola. Oltre al fattore determinante della loro età biologica, d’altro canto è anche giusto in questo modo: oggi quel tipo di cultura, di cui essi facevano parte, non è più percepita come necessaria, anzi ne viene richiesta una differente, che però deve riscoprire a mio avviso i valori di un tempo.

Nella sua mente cosa associa alla figura di Luigi Bernabò?

Lo considero un grande professionista in questo campo, anche se non l’ho conosciuto personalmente. Penso a lui e a grosse librerie piene di libri di qualità. Egli aveva una grande educazione e cortesia nei confronti degli altri; ha fatto una serie di scelte e, lavorando anche con Dan Brown e altri grandissimi autori, ha diffuso un nuovo modo di pensare e percepire il libro. Chi fa cultura o lavora nella comunicazione, dall’agente letterario allo scrittore, dall’editore al libraio, oppure al giornalista, deve pensare al perché diffonde un messaggio, oppure un libro, e a cosa effettivamente questi lasciano all’utente finale. Il fatto che Dan Brown sia stato diffuso in Europa anche grazie agli sforzi di Luigi Bernabò, rappresenta un grosso passo avanti ed è quello che, invece di vendere il bestseller e guadagnarci, vorrei arrivare a fare io stessa: trovare l’etica e l’autore che possa anche far crescere e fare cultura al di là delle leggi di mercato, diffondendo messaggi colti e preziosi.

 

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