mercoledì, Settembre 22

Chi è Ebrahim Raisi? il vero avversario di Rouhani

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A due giorni dalle elezioni in Iran il numero dei candidati sta diminuendo  lentamente. Ormai la rosa dei nomi in lizza per il ruolo di Presidente si è ridotta a tre: Hassan Rouhani, il Presidente moderato dell’ala riformista del Parlamento, che ha governato per quattro anni portando avanti una linea diplomatica di apertura verso l’Occidente; Ebrahim Raisi, uno dei massimi esponenti dell’establishment religiosa, allievo della Guida Suprema ed esponente di una politica  di stampo conservatrice; infine Mostafa Mir-Salim, anch’egli conservatore ma molto meno popolare di Raisi, quindi con poche possibilità di riuscita in queste elezioni.

Dunque, i veri due sfidanti il 19 maggio saranno il Presidente uscente Rouhani e il popolare Raisi, che può contare sulla spalla dell’ Ayatollah Ali Khamenei. Se molte idee politiche ed economiche dividono i due candidati c’è un aspetto assolutamente non secondario che li accomuna: entrambi portano il turbante, simbolo di quell’establishment religiosa che nella Repubblica Islamica ha un potere immenso, sia a livello sociale che politico. Ma se molto è stato detto a proposito del programma del Presidente uscente, su quali linee politiche si muove lo sfidante Ebrahim Raisi?

Innanzitutto, come la carriera di Rouhani, anche quella di Raisi è iniziata molto presto: all’età di venti anni entra nel sistema giudiziario come procuratore nella città di Karaj, nel 1984 sarà successivamente nominato procuratore aggiunto della città di Teheran. Una delle macchie che si porta dietro nel suo passato risale proprio durante il suo mandato di procuratore della capitale: è accusato di aver approvato nel 1988 la fucilazione di 5000 prigionieri politici; accusa che non ha mai riconosciuto in pubblico. La sua esperienza come procuratore generale dell’Iran è continuata fino al 2014.

Sicuramente non può essere messo in secondo piano il potere religioso di cui gode Raisi: egli è il Capo della fondazione del santuario dell’Imam Reza e (ottavo Imam sciita), in Mashhad, dove si trova la moschea più grande al mondo per dimensioni; inoltre il santuario contiene un museo, una libreria, quattro seminari, un cimitero e la ʹRazavi Universityʹ di scienze islamiche. Per i musulmani il Santuario dell’Imam Raza rappresenta una delle associazioni religiose più ricche dell’Iran, da cui deriva un prestigio e una popolarità enorme da parte della popolazione, soprattutto fra le classi più povere di cui spesso le fondazioni si fanno carico. Non a caso il programma di Raisi è di stampo populista e durante la campagna elettorale ha cercato di far leva sul bisogno delle persone più indigenti; i suoi slogan hanno cercato di puntare l’attenzione sulla lenta ripresa economica del Paese e sulla distanza sempre più ampia che separa le classi sociali povere da quelle più ricche. Secondo i conservatori, rappresentati da Raisi, l’aumento della povertà è dovuto dall’apertura del commercio iraniano al panorama internazionale sostenuto dal Presidente uscente Rouhani che, promuovendo un’economia di stampo liberista, ha reso più povero lo strato sociale economicamente più debole.

Insomma, mentre Rouhani ha fatto dell’apertura e della diplomazia il suo cavallo di battaglia in queste elezioni, Raisi sta cercando di porre un freno alla sua politica filo-occidentale mobilizzando sia i conservatori sciiti sia lo strato della popolazione più povera ad andare al voto per eleggere lui, il vero rappresentante dell’ala conservatrice. Il programma di Raisi punta ad un sistema economico autosufficiente, chiamato economia della ʹresistenzaʹ, che prevede la chiusura ermetica dell’Iran.

Un altro aspetto che bisogna ricordare è l’ambiguità rilevata nella candidatura alle presidenziali di Raisi; quest’ultimo, infatti, non ha mai ricoperto una carica politica prima di candidarsi a queste elezioni: questo è un aspetto fondamentale che va contro le linee generali che il Consiglio dei Guardiani – l’organo costituzionale che seleziona i candidati – dovrebbe seguire durante la nomina dei possibili pretendenti alle presidenziali, i quali dovrebbero avere nel proprio curriculum una pregressa attività politica.
Non a caso Massimo Campanini, uno dei massimi esperti del Medio Oriente, ha definito la scelta di Raisi “una candidatura di ʹbandieraʹ da parte del Consiglio dei Guardiani e della Guida Suprema. Non credo che Raisi si sia candidato con l’intenzione di concorrere veramente al potere: la sua è stata una candidatura che non ha potenzialità di vittoria. Il consiglio degli Esperti, di cui Raisi fa parte, è un organismo deputato a eleggere la Guida Suprema; sarebbe ʹanti-democraticoʹ eleggere come Presidente un membro del Consiglio degli Esperti, perché, a quel punto, non ci sarebbe più una linea di confine fra potere religioso e politico”.

Al momento, nei sondaggi condotti dall’Irna , Rouhani risulta in vantaggio con il 41,8% – quota non sufficiente per evitare il ballottaggio fissato il 26 maggio-; mentre Raisi vede raggiungere solo il 23,3%. Questo studio, condotto in città capoluogo di 31 province iraniane, ha preso in esame anche l’astensionismo: il 67% degli aventi diritto andrà a votare, mentre il 16,2% ha dichiarato di non aver deciso se andare a votare o astenersi completamente.

Dunque, sarà su questo 16,2 % che il primo turno delle elezioni deciderà le sorti dell’Iran e ieri, fra i due candidati, lo scontro si è fatto accesissimo: mentre Rouhani, presso lo stadio Azadi di Teheran, ha fatto un discorso incitando i presenti a votare per lui, affermando che queste elezioni determineranno una scelta tra ‘la pace e la tensione’; dalla città di Shahrekord, capoluogo della regione di Chahar Mahaal-e Bakhtiari, Raisi ha risposto al suo avversario affermando che «gli attuali governanti sentiranno presto il grido del popolo per la giustizia». Raisi, inoltre, è tornato ad attaccare l’accordo sul nucleare poiché, secondo l’esponente dei conservatori, «è’ stata la potente presenza sulla scena della gioventù a togliere l’ombra della guerra e non un contratto che questi signori hanno firmato».

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