martedì, Maggio 17

Chi c’è dietro i missili della Corea del Nord? Bisogna domandarsi che cosa accade nell’entourage del giovane dittatore dopo che una moratoria sul lancio di vettori a lunga gittata dal novembre del 2017 avrebbe dovuto impedire esibizioni così aggressive

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Stanotte la Corea del Nord ha lanciato due sospetti missili balistici a corto raggio verso est dall’aeroporto Sunan di Pyongyang, secondo l’Ansa. E questa è la quarta dimostrazione di forza dall’inizio dell’anno. Il Comando di Stato Maggiore congiunto sudcoreano, nel dare l’aggiornamento sul numero dei “proiettili non meglio identificati”, ha spiegato che«attualmente, il nostro esercito sta monitorando e controllando i movimenti correlati nordcoreani, mantenendo una posizione di prontezza», nel resoconto della Yonhap. Gli osservatori affermano che i militari nord coreani puntano a sottolineare le capacità di Pyongyang di lanciare missili da varie piattaforme, inclusi treni, mare e strutture terrestri. La scorsa settimana gli Usa erano stati avvertiti di una «reazione più forte e decisa» dopo l’imposizione di nuove sanzioni da parte del Tesoro americano a carico di sei nordcoreani coinvolti nelle armi di distruzione di massa del regime e nei programmi di missili balistici.

Abbiamo provato a fare qualche riflessione su una serie di eventi che si sembrano concatenati e a nostro modo di vedere, indicativi di un accaparramento sempre più aggressivo dello spazio e delle sue potenzialità. E partiamo da un Paese a noi lontano, ma come l’Italia, appoggiato sul 38° parallelo.

Prima di quest’ultima esibizione, pochi giorni fa la stazione di Sohae ha attuato un nuovo lancio di missile ipersonico; sarebbe il secondo test in meno di una settimana effettuato dal regime dittatoriale di Kim Jong-un.

Non possiamo entrare nei dettagli del tiro, perché i dati sono ancora sotto esame degli esperti ma, questo è certo, è finito nel mare antistante il Giappone dopo un volo di 700 chilometri alla velocità di circa Mach 10. Più o meno 12.000 km/h. seguendo una traiettoria molto evoluta rispetto ai missili balistici tradizionali: piatta e bassa secondo il parere di chi ha seguito le tracce rilevate dai radar della Nanyang Technological University di Singapore. Un’altra caratteristica individuata è la testata, planante e staccata dal suo vettore che ha manovrato autonomamente 120 km. pronta a colpire esattamente un ipotetico bersaglio scelto. Una tecnologia altamente sofisticata difficilmente concepita e realizzata in una regione che non ha nessuna possibilità di allineamento scientifico e industriale con le grandi potenze. E allora bisogna domandarsi che cosa accade nell’entourage del giovane dittatore dopo che una moratoria sul lancio di vettori a lunga gittata dal novembre del 2017 avrebbe dovuto impedire esibizioni così aggressive.

Ora, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute nei silos di Kim Jong-un sarebbero conservati 15 o 60 ordigni: Stati Uniti e Russia, per dare un’unità di misura, hanno tra 6.000 e 8.000 ordigni ciascuno negli arsenali disseminati nelle zone più protette dei loro territori. Meno di 800 per la Cina.

La Corea del Nord occupa la parte settentrionale di una penisola che confina con Cina e Russia, dominata dal 1948 dalla dinastia Kim con un sistema economico pianificato e dittatorio. Quale sia la condizione dello stato e dei suoi 25 milioni di abitanti, con l’isolamento politico del mondo occidentale e la corruzione, è rintracciabile nei report delle Nazioni Unite, che raccontano carestie, malnutrizioni e una spropositata struttura di forze armate, quarta al mondo dopo Cina, Stati Uniti e India. Eppure, già il 9 ottobre 2006 la Corea del Nord condusse il suo primo test nucleare, disponendo del reattore ad acqua leggera di Yongbyon della potenza di 5 MW, nella città di Kaechon dove furono costruiti i motori per i razzi siriani distrutti in un oscuro incidente ferroviario a Ryongchon il 22 aprile 2004. Al momento sembra che nei laboratori vengono trattate le 8.000 barre di combustibile esausto che ogni due anni vengono estratte dal reattore per ricavare il plutonio-239 necessario alla produzione degli ordigni nucleari. Poco distante, un altro edificio ospita l’impianto di arricchimento di uranio, costruito alla metà degli anni Novanta con l’arrivo dal Pakistan di 2.000 centrifughe e poi potenziato nella sua capacità per realizzare bombe a cuore composito, che utilizzano plutonio e uranio come prodotti di fissione. Poco dopo queste costruzioni, a Hamhung, città vicino la costa orientale della penisola, fu attivato un dipartimento per la produzione di trizio, isotopo essenziale per la fusione; in sostanza per realizzare materiale assimilabile a bombe a idrogeno.

Kim Jong-un non è stupido né ignorante. La sua probabile educazione nei college occidentali fugherebbe pregiudizi scontati. E dunque non saremo noi a dovergli spiegare il rischio a cui corre nel provocare con tanta superficialità gli Stati Uniti e i suoi alleati. Escludiamo pertanto una vera minaccia militare.

Una mosca può anche essere fastidiosa per un elefante ma prima o poi una zampata metterebbe fine alle esibizioni dell’insetto.

Ci sono dunque delle concomitanze che in questo momento ci hanno fatto rimandare sulla non causalità degli eventi.

William Broad e David Sanger hanno pubblicato sul New York Times un articolo in cui vengono approfondite le fasi dello sviluppo del programma missilistico coreano. Secondo l’analista dell’International Institute for Strategic Studies Michael Elleman, i motori ad alte prestazioni forniti alla Corea provengono dalla Yuzhmash, una facility usata per costruire i missili dell’arsenale sovietico e anche dopo l’indipendenza dell’Ucraina, la fabbrica è rimasta uno dei principali siti di produzione degli armamenti russi. Oleksandr Turchynov, segretario del Consiglio della difesa e della sicurezza nazionale ha negato qualsiasi coinvolgimento dell’Ucraina nella vicenda.

E veniamo alla contemporaneità. Lo scorso novembre un missile anti-satellite ad ascesa diretta sparato dalla Russia su uno dei suoi satelliti in un test sulle armi ha generato un campo di migliaia di detriti orbitali che ha messo in pericolo la Stazione Spaziale Internazionale, tanto che i sette membri dell’equipaggio –gli americani Mark Vande Hei, Raja Chari, Thomas Marshburn e Kayla Barron, il tedesco Matthias Maurer e i russi Anton Shkaplerov e Pyotr Dubrov– sono stati invitati a rifugiarsi nelle capsule attraccate della loro astronave, consentendo una rapida fuga se fosse stato necessario, secondo i protocolli della NASA. 

Si è detto con leggerezza che la Russia abbia voluto provare una propria arma senza preoccuparsi delle conseguenze. Qualcuno più attento invece ha ritenuto che la Russia volesse creare conseguenze proprio per gli effetti che ha causato il suo test. Perché in questo momento l’orbita bassa è diventata una preda per l’ultima generazione di imprenditori che stanno lanciando costellazioni a tutt’andare. È di pochi giorni –guarda caso- la protesta della Cina all’Onu contro Elon Musk: «I satelliti di SpaceX mettono a rischio la nostra stazione spaziale» perché il costruttore sudafricano ha lanciato 1.500 satelliti di circa 250 kg. ciascuno, come parte della rete Starlink Internet Services e prevede di mandarne in orbita altre migliaia per completare il servizio. Il portavoce del ministero degli esteri Zhao Lijian ha affermato che la Cina sta esortando gli Stati Uniti ad agire in modo responsabile perché al momento Washington sta ignorando gli obblighi previsti dai trattati sullo spazio esterno. Trattati che probabilmente vengono continuamente travisati, visto che anche la Cina nel 2007 ha ha effettuato un test missilistico, distruggendo con un razzo ipersonico un proprio satellite meteo in disuso in orbita attorno alla Terra a 500 miglia e suscitando le ire di Gordon Johndroe, portavoce del Consiglio nazionale di Sicurezza americano e del numero due del governo di Tokyo, Yasuhisa Shiozaki. «Questa è la prima vera esclation nella militarizzazione dello spazio degli ultimi vent’anni», commentò su The Guardian l’astronomo dell’Harvard Smithsonian Center for Astrophysics Jonathan McDowell. Le considerazioni dello scienziato non rispondevano del tutto al vero, la storia era già vecchia, dal momento che gli americani già nel 1985 iniziarono queste campagne di prova utilizzando la piattaforma di un caccia F-15 invece di una base terrestre. Quello che però vogliamo dire, dopo questa lunga esposizione, è che sono sempre le grandi potenze a essere artefici di guerre così tecnologiche e non ci meraviglierebbe che il piccolo gnomo di una casata quasi regnante assai suggestiva sia stato manovrato proprio dai suoi vicini per emettere un allarme assai malizioso. I progetti privati di cui parliamo stanno letteralmente invadendo l’esocampo impadronendosi della capacità di connessione globale. Il fatto è che nello spazio c’è ormai un forte affollamento di strumenti. Gli scienziati hanno espresso preoccupazione per i rischi di collisioni e hanno invitato i governi di tutto il mondo a condividere informazioni sui circa 30.000 satelliti e altri detriti spaziali che orbitano attorno alla Terra.

Sul piano strettamente pratico, gli strumenti sotto accusa stanno generando dei monopoli incontrollabili che potranno esercitare la propria forza sull’osservazione della terra, sulla geolocalizzazione e sulle telecomunicazioni con pericolosi controlli su comparti strategici come gli armamenti, la borsa, i giacimenti petroliferi, i depositi di cibo e le scorte energetiche compiendo potenziali o reali azioni di intervento e di controllo.

Qualcuno l’ha definita un’arma asimmetrica. Resta inteso che sarà sempre generata da potenze che dispongono della capacità di lancio e delle possibilità di fornirne alle potenze amiche.

Il sospetto è lecito: Carlo Palanda in un suo saggio recente così ha scritto: «Le esibizioni di potenziale servono a potenze minori quali la Russia per farsi riconoscere, se messe alle strette, come importanti e per ottenere vantaggi dalla dissuasione. Lo stesso può dirsi, in misura minore, per la Corea del Nord o per l’Iran».

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