giovedì, Luglio 29

Chernobyl: trent'anni fa la paura nucleare

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Il 26 aprile 1986 nella centrale di Chernobyl, uno dei grandi impianti elettronucleari dell’Unione Sovietica, situato a sessanta chilometri da Kiev, si verifica un incidente. La notizia, però, viene tenuta segreta.
Le prime notizie certe sulla possibilità che sia accaduto un grave incidente nucleare arrivano non da fonti sovietiche ma dalla Svezia dove il 27 aprile sugli indumenti di addetti della centrale nucleare di Forsmark vengono rilevato un anomalo aumento delle particelle radioattive. Dopo avere constatato che nel loro impianto non ci siano perdite tali da giustificare quelle rilevazioni, gli svedesi si mettono sulle tracce della possibile fonte di radioattività segnalando al mondo che probabilmente si è verificato qualche problema in una centrale nucleare della vicina Unione Sovietica.
Il 29 aprile i satelliti che sorvolano la terra segnalano che in quella zona ci sono anomalie tali da far pensare a un incidente di notevoli proporzioni. Mentre mancano ancora notizie ufficiali viene rilevata la formazione di grandi nubi, presumibilmente radioattive che si stanno rapidamente spostando, seguendo le correnti in quota, verso i Paesi dell’Europa occidentale.

Di fronte all’allarme planetario l’atteggiamento delle autorità sovietiche cambia, e, per la prima volta, confermano che è accaduto un grave incidente a uno dei reattori di Chernobyl.
Mentre gran parte dei Paesi europei si attrezza per evitare i rischi connessi all’aumento della radioattività, sulla zona gli esperti sovietici inviano squadre ‘di pulizia’, composte da operatori generici e vigili del fuoco.
In particolare i vigili del fuoco vengono mandati sul luogo dell’incidente per provare a estinguere l’incendio senza un’adeguata informazione sulle condizioni in cui si trovano a operare e di quanto possano essere pericolosi i fumi radioattivi che si sprigionano dal reattore esploso. Non si tratta soltanto di incuria. All’epoca, infatti, sia tra gli scienziati dell’Est che in quelli dell’Ovest è diffusa la convinzione che le centrali siano sostanzialmente sicure e che incidenti di grandi proporzioni siano soltanto frutto di teorizzazioni più ‘di scuola’ che ‘reali’.  In questo quadro vanno inserite le sottovalutazioni delle prime ore.
Nei mesi successivi molte persone, in gran parte membri dell’Esercito e altri lavoratori, vengono coinvolte nei lavori di pulizia e di messa in sicurezza del sito. Anche in questo caso, come in quello dei pompieri accorsi subito dopo l’incidente, queste persone non sono state informate sui rischi e non avevano dispositivi di sicurezza.
A ciò si aggiunge anche la scarsa disponibilità di tute protettive, fino a quel momento considerate un fastidioso ingombro da parte di molti operatori.
I detriti radioattivi più pericolosi vengono radunati dentro quello che rimaneva del reattore. Il reattore stesso viene coperto con sacchi di sabbia lanciati da elicotteri. Si calcola che siano state lanciate circa 5.000 tonnellate di sabbia soltanto durante la settimana successiva all’incidente. 135.000 abitanti vengono evacuati dalla zona, inclusi tutti i 50.000 abitanti della vicina città di Pripyat.
Un enorme sarcofago d’acciaio viene poi eretto frettolosamente per sigillare il reattore e il suo contenuto. La nube arriva sull’Italia il 2 maggio e il Governo, oltre a diffondere una serie di generiche raccomandazioni, proibisce la vendita delle verdure, in particolare di quelle ‘a foglia larga’ e la somministrazione del latte fresco ai bambini.
Si promette anche un controllo accurato sull’aumento delle forme leucemiche e cancerogene connesse alla presenza di inquinanti radioattivi, ma con il passare del tempo la promessa finisce nel dimenticatoio …

 

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