giovedì, Settembre 23

Chernobyl: ecco come e perché Incompetenze, silenzi, errori alla base del peggior incidente nucleare conosciuto

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Alle ore 1.23 del 26 aprile 1986 la centrale Lenin, a 18 km dalla città di Chernobyl, nell’Ucraina settentrionale subiva un grave incidente. La prima avvisaglia fu una nuvola di materiale radioattivo fuoriuscita da uno dei reattori che ricadde su vaste aree intorno alla centrale, raggiungendo velocemente l’Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia sfiorando, poi, l’Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l’Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del.Nord America. Chi ha vissuto quei momenti non potrà mai dimenticare le immagini rubate dalle telecamere occidentali degli sguardi disorientati e rassegnati di 350.000 persone che furono costrette a lasciare le proprie case, il proprio universo. Ma per molti fu anche la fine della propria vita.
In realtà oggi noi uomini della Terra abbiamo assistito anche a un altro incidente, quello che dal marzo 2011 ha avvelenato il cielo e il mare di Fukushima che pure continua a rappresentare una profonda tragedia per il nostro pianeta.

Ma quello che accadde nell’ex Unione Sovietica fu molto grave per una serie di incompetenze che si verificarono, addebitate in parte al personale tecnico e a quello che avrebbe dovuto governare la centrale, ma furono anche i problemi relativi alla struttura e alla progettazione dell’impianto che contribuirono al disastro e poi ne ebbe parte anche la cattiva gestione economica ed amministrativa. Insomma, la dimostrazione che non si possono mettere in certe strutture degli incapaci, bravi solo a saper lucidare un fucile o a essere ossequiosi nei riguardi di un dirigente politico. Così, durante un test definito di sicurezza appena eseguito sul reattore n. 3 della centrale, il personale addetto alla manovra intendeva verificare che la turbina accoppiata all’alternatore potesse continuare a produrre energia elettrica sfruttando l’inerzia del gruppo turbo-alternatore anche quando il circuito di raffreddamento non produceva più vapore. Per consentire l’esperimento vennero disabilitati alcuni circuiti di emergenza e fu innalzata in modo brusco e incontrollato la potenza del nocciolo del reattore n. 4. L’acqua di refrigerazione subì una reazione sequenziale scindendosi in idrogeno e ossigeno a elevata pressione, tale da provocare la rottura delle tubazioni del sistema di raffreddamento del reattore. A questo punto l’idrogeno libero venne a contatto con la grafite delle barre di controllo e l’aria circolante innescò una fortissima esplosione, che provocò lo scoperchiamento del reattore -mille tonnellate- che a sua volta innescò un vasto incendio.

Sembra semplice da raccontare ma così non fu. La catena degli errori, in questo caso, deve essere assai lunga per poter generare un sinistro significativo perché gli impianti di sicurezza sono ridondanti e progettati per impedire il danno, ma è la mano dell’uomo a governare il processo e non sempre chi stringe le leve è capace di comprendere cosa possa accadere. L’idea stessa di un incidente nucleare era, peraltro, inconcepibile per gli operatori sovietici, e durante la notte non vi era in sala controllo un ingegnere che avesse piena conoscenza di tutte le caratteristiche specifiche di questa tipologia di reattore.

Secondo l’operatore Anatolij Djatlov che doveva eseguire il test, i progettisti erano a conoscenza che il reattore fosse pericoloso in certe condizioni, ma avevano nascosto intenzionalmente tale informazione ai tecnici perché le caratteristiche dei reattori non dovevano essere rese note al pubblico e agli operatori civili, essendo trattate dalle autorità come questioni militari. Per giunta il personale dell’impianto era composto per la maggior parte da gente non qualificata: la conoscenza di impianti a carbone e di turbine a gas non si dimostrò sufficiente alla gestione di una vecchia centrale atomica e nemmeno le cognizioni dei reattori nucleari per i sottomarini sovietici furono sufficienti a mantenere il controllo dell’incidente. Ci sono alcune controversie sulla sequenza degli eventi, a causa di incongruenze fra i testimoni oculari e le registrazioni. Secondo la ricostruzione più credibile, la prima esplosione avvenne intorno alle 1:23, sette secondi dopo la manovra manuale, ma poi si è parlato anche di un debole evento sismico di magnitudo 2,5 avvenuto in quei frangenti: che sia stato causa o effetto è difficile accertarlo. Si sa che si distrusse il solaio e gran parte del tetto dell’edificio crollò danneggiando il tetto dell’adiacente locale turbine per cui i frammenti di grafite si sparsero nella sala principale e intorno all’edificio. Il nocciolo del reattore si trovò così scoperchiato e all’aperto, a contatto con l’atmosfera, pronto a spargere le sue maledette contaminazioni nell’aria di tutti.

Dalle esplosioni si sollevò un’alta colonna di vapore ionizzato. Al contatto con l’ossigeno dell’aria, per le altissime temperature dei materiali del nocciolo, nel reattore divampò un violento incendio di grafite che coinvolse anche i materiali bituminosi di copertura del tetto e altre sostanze chimiche presenti. A causa dell’altezza complessiva di circa 70 metri dell’impianto, si decise di realizzare solo un contenimento parziale, che escludeva la sommità del reattore. Questa scelta contribuì alla dispersione dei contaminanti radioattivi nell’atmosfera.

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