lunedì, Giugno 21

Catalogna ed Europa: il ‘termometro’ dell’autonomia regionale Intervista al Senatore Francesco Palermo, Direttore dell’Istituto per lo Studio del Federalismo e del Regionalismo dell’EURAC di Bolzano

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Ciò varrebbe anche nonostante le differenze storiche tra una grande regione come la Catalogna e le nostre realtà regionali (lungi dall’intendere, con questo, un appiattimento della Storia per i piccoli territori)?

È proprio il motivo per cui non succede da noi: non esiste una analoga storia e un’analoga cultura dell’autogoverno in Veneto come esiste in Catalogna. Diversamente, succederebbe anche in Italia, perché le dinamiche sono esattamente le stesse. Visto che quelle propugnate dai fautori del quesito del 22 ottobre sono autonomie finte e culture regionali molto deboli, allora non succede.

In Alto Adige, invece, succede eccome: è piccolo, irrilevante e… molto benestante! Tra qualche anno, potrebbero esserci sorprese, soprattutto in base a come si formerà il governo in Austria. In altre parole, nulla è così pacificamente scontato. Dove ci sono realtà molto forti e differenziate a livello culturale e linguistico, la situazione si presta all’analogia. Ovviamente è molto più gestibile una situazione piccola come quella dell’Alto Adige, anche sotto il profilo economico, di quanto lo sia la Catalogna. L’Alto Adige non rappresenta neanche l’1% della popolazione italiana; mentre la Catalogna determina il 20 % del PIL spagnolo.

La previsione del 116, terzo comma, della Costituzione italiana, che apre le porte a un’autonomia regionale differenziata, è una risposta istituzionale troppo debole rispetto alle istanze pluralistiche realmente presenti sul nostro territorio?

Per il momento, no: è una risposta assolutamente valida, con il ‘piccolo’ problema dato dal fatto che fino adesso questa possibilità non si è materializzata per nessuna Regione ordinaria. Questo fa un po’ pensare che vi sia una sorta di deficit, sia da parte delle Regioni che dello Stato. Peraltro direi che, per adesso, è uno strumento più che sufficiente.

Nel momento in cui dovessero esaurirsi le possibilità di autonomia differenziata garantite da quell’articolo, si potrebbe ragionare su uno strumento più forte. Visto che, finora, non siamo stati ancora capaci di utilizzarlo, il 116 mi sembra una risposta più che buona.

Le domande restano lì: perché non si è mai fatto fino adesso? C’è davvero bisogno di un referendum per mettere in moto questo processo? Giuridicamente, non c’è bisogno di ricorrere a nessun referendum: basterebbe una lettera indirizzata al Governo. Sul piano politico è chiaro che, con una semplice lettera, non ci sarebbe nessuna risonanza. Per ovviare al problema, si cerca allora di anticipare un consenso politico. Ormai, si mettono sempre in contrapposizione – Catalogna docet! – la legittimazione democratica/plebiscitaria e quella costituzionale, cercando di ottenere un consenso politico preventivo rispetto a una negoziazione eventuale.

Ci sono aperture o, quantomeno, una maggiore sensibilità da parte della giurisprudenza nazionale a questo discorso?

A dire la verità, la giurisprudenza costituzionale post-riforma del Titolo V (2001), è andata in senso abbastanza accentratore e ha quasi sempre privilegiato le istanze dello Stato e le interpretazioni fornite da quest’ultimo rispetto alle letture regionali. Paradossalmente, prima della riforma, quando si trattava di allargare i poteri, la Corte Costituzionale è sempre stata un ottimo alleato delle Regioni. Poi il pendolo si è sposato: ritenendosi forse che il nuovo quadro costituzionale desse troppo spazio agli enti territoriali, la Corte ha stretto le maglie non poco.

Quindi, per il momento, risponderei negativamente. Certo, la giurisprudenza costituzionale è anche molto sensibile al clima politico, per cui attualmente è anche abbastanza facile ‘dare addosso’ alle Regioni, ma non escluderei, col tempo, inversioni di tendenza.

Quindi chi è che spinge verso un’apertura? Una parte della dottrina?

Neanche tanto, anzi: la dottrina giuridica dominante è molto centralista. Quelle che dovrebbero spingere di più sono le stesse Regioni.

In che modo?

Dovrebbero osare con la legislazione per arrivare al limite della propria capacità di gestione autonoma, senza naturalmente sfondare i limiti costituzionali, ma sfruttandoli fino in fondo. Cosa che, invece, finora le Regioni non hanno fatto. Non ci si può aspettare che sia lo Stato a mutare radicalmente atteggiamento.

I Ministeri, ossia coloro che in realtà scrivono le leggi – non certo il Parlamento -, fanno il loro lavoro e lo fanno come da consuetudine. Se qualcuno ha un interesse a utilizzare maggiormente gli spazi di autonomia regionale, allora che venga avanti. Le Regioni avrebbero, sulla carta, delle competenze abbastanza estensive, che non vengono quasi mai utilizzate, anche a costo di perdere dei conflitti davanti alla Corte Costituzionale. In fin dei conti, ritengo che l’unico soggetto da cui si può attendere una rinascita ‘sana’ del regionalismo, che peraltro è indispensabile perché un Paese complesso come l’Italia non è governabile dal centro, siano le Regioni. Che, però, dovranno aiutarsi un po’ da sole.

Non ci sono esempi di controtendenze in Europa rispetto all’attuale linea centralista?

Occorre qui rilevare che, tendenzialmente, questo accentramento è stato un fenomeno comune degli ultimi 10 – 15 anni. Ed è stato così perché ci sono state emergenze di natura globale (la crisi economica, il terrorismo, l’immigrazione) che, si è ritenuto, meritavano risposte complessive di ordine generale, che ‘togliessero senso’ ai governi sub-statali.

La cosa paradossale è che, se ciò fosse stato vero, si sarebbero dovuti aumentare i poteri delle organizzazioni internazionali, perché i fenomeni globali avrebbero bisogno di risposte da parte di attori globali. Invece, anche i soggetti internazionali si sono indeboliti, mentre si sono rafforzati gli Stati centrali.

Mutatis mutandis, questo è accaduto un po’ ovunque ed è per la stessa ragione che, anziché a uno sviluppo delle autonomie, assistiamo in questa fase a una forte richiesta di indipendenza, dove sia possibile: perché oggi conviene essere uno Stato.

Le motivazioni ideali (storiche, etniche, nazionalistiche, basate sul sangue) non esistono nella realtà sociale. Perché si sono formati gli stati nazionali, tutti in quel periodo? Perché conveniva. Perché si è formata l’UE? Per lo stesso motivo. Parimenti, all’ora attuale, essere una Regione conviene molto poco, mentre conviene di più essere uno Stato – magari anche piccolo!

Nel momento in cui dovesse cambiare nuovamente l’aria, penso dagli Stati dovrebbe provenire una consapevolezza: se si producono dei fenomeni globali, allora si dovranno risolvere davvero a livello globale e non, semplicemente, togliendo funzioni agli enti sub-statali senza trasferire niente a livello sovranazionale.

In quel momento, verrà meno anche il forte interesse all’indipendenza in quanto Stati e, quindi, si ritornerà a pensare più in termini di decentramento e di ‘federalismo’.

Gli Anni Novanta erano il massimo di questa fase, in cui si parlava in maniera utopica di «Europa delle Regioni», che ‘suonava’ molto bene… Ma esisteva il tentativo, anche dal punto di vista istituzionale, di andare incontro alle istanze delle autonomie. Poi il progetto è fallito. Adesso siamo nel tempo di un «Europa degli Stati», pertanto ciascuno si adopera a ‘fare lo Stato’. Tale è il ragionamento che muove queste logiche.

«Cherchez la femme», si leggeva una volta, nei romanzi criminali: per indagare la fenomenologia di cui ho appena parlato, muterei l’espressione con «Cherchez l’intérêt».

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