Cheratocono: nuovo protocollo di cura Un nuovo studio presenta dati molto incoraggianti: intervista all’autore, Marco Abbondanza

Del più recente tra questo tipo di studi clinici ne abbiamo parlato direttamente con Marco Abbondanza, in questa intervista.

 

Dottor Abbondanza, come spiega ai pazienti con cheratocono da quale patologia sono affetti?

Dunque, per prima cosa cerco di spiegare, con l’aiuto di alcuni modelli, quale sia l’anatomia dell’occhio. In questo modo le persone comprendono meglio quale struttura oculare è interessata dal cheratocono. Una volta compreso che questa malattia colpisce la cornea, e che questa sia la lente oculare di maggiore potere, diviene semplice comprendere come mai tale patologia riduca, in modo progressivo, la capacità visiva e che non esistono occhiali in grado di ripristinare la vista precedentemente posseduta. Infatti questo disordine deforma la lente corneale in modo assolutamente irregolare creando, inoltre, un assottigliamento nel tessuto corneale. La combinazione di questi due fenomeni porta, in una certa percentuale di casi, alla necessità di un intervento che sostituisca la cornea danneggiata con una proveniente da donatore, un intervento noto come cheratoplastica, o trapianto di cornea. Questo, ovviamente, se non si interviene in tempi precoci in modo tale da arrestare la naturale evoluzione della malattia.

 

Chi è più colpito da questa malattia?

Il cheratocono solitamente si manifesta dopo la pubertà, dico “solitamente” perché in medicina la certezza assoluta non è contemplata. Non esistono sostanziali differenze legate al sesso del paziente. Più è precoce l’insorgenza e più, in genere, è aggressiva la patologia.

 

Quand’è che bisogna insospettirsi ed effettuare una visita dal medico oculista?

Al di là delle visite che devono essere effettuate regolarmente, mediamente ogni anno, si deve cominciare a sospettare qualcosa di anomalo quando si riscontra un peggioramento dell’astigmatismo  -dunque un astigmatismo irregolare che si evolve nel tempo-  ed una incapacità di raggiungere i 10/10 nonostante la correzione adeguata.

 

Da dove deriva la necessità del ‘Protocollo di Roma’ per il trattamento del cheratocono?

Il ‘Protocollo di Roma’, ossia la combinazione di Cross-linking corneale, abbreviato come CXL, e Mini Cheratotomia Radiale Asimmetrica, abbreviata come MARK, ha come fine il raggiungimento della stabilizzazione del cheratocono, altrimenti progressivo, unitamente al raggiungimento di una capacità visiva adeguata alla vita quotidiana. Spesso, infatti, il cheratocono viene diagnosticato quando la deformazione ha raggiunto livelli tali da essere incompatibile con una vista utile al soggetto colpito.

 

Come è arrivato a combinare la tecnica MARK con quella del Cross-linking?

Il solo Cross-linking è certamente molto utile per stabilizzare la malattia, ma del tutto inadeguato a fornire una vista adeguata alla vita quotidiana, sia essa di studio, vista la giovane età di insorgenza, sia essa lavorativa. La mia esperienza in questo tipo di micro-chirurgia incisionale, da me ideata oltre 20 anni fa, mi ha suggerito questa combinazione. Perché non unire la capacità di modellare la cornea su profili definiti dal chirurgo, come si ottiene con la MARK, alla capacità di stabilizzazione della malattia, universalmente riconosciuta, propria del Cross-linking?