sabato, Luglio 24

Cheratocono: nuovo protocollo di cura Un nuovo studio presenta dati molto incoraggianti: intervista all’autore, Marco Abbondanza

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Negli ultimi anni abbiamo assistito a progressi continui nel campo della medicina oculistica, supportata da una costante ricerca scientifica e dal progresso tecnologico. Non fa eccezione, fortunatamente, la ricerca di trattamenti per alcune delle malattie più insidiose per l’occhio umano. E’ questo il caso del cheratocono (dal greco keratos, cornea, e konos, cono), una patologia degenerativa che colpisce spesso i giovani e che porta progressivamente la cornea ad assottigliarsi e ad assumere una forma conica. La cornea è la più potente delle due lenti dell’occhio ed è quindi fondamentale che abbia una forma il più possibile sferica, per poter proiettare le immagini sul cristallino e, da lì, sulla retina, grazie alla quale raggiungono il nostro cervello.

Nonostante sia classificata come ‘malattia rara’ dal nostro Sistema Sanitario Nazionale, il cheratocono è una delle patologie più studiate della storia della medicina oculistica, il che rende ancora più significativo che non sia stata ancora trovata la causa che porta alla sua insorgenza. Gli studi effettuati indicano che il cheratocono può insorgere per una o più delle seguenti cause: una anomalia congenita della cornea dovuta ad una alterazione genetica; un trauma oculare anche lieve ma ripetuto nel tempo (come ad esempio sfregarsi eccessivamente gli occhi oppure usare lenti a contatto per cheratocono per troppe ore consecutivamente e per troppi anni); alcune malattie oculari o alcune malattie sistemiche.

In circa il 20-25% dei casi diventa necessario un trapianto di cornea, un intervento non privo di rischi, primi fra tutti il rigetto e la limitata durata della cornea impiantata, in media 17 anni. Negli ultimi anni, tuttavia, il ricorso al trapianto è sempre meno necessario grazie alla cosiddetta chirurgia conservativadel cheratocono, che mira a mantenere la cornea originale intatta. Un pioniere di tale tipo di chirurgia è Marco Abbondanza, microchirurgo oculista che ha ideato, nel 1993, la tecnica ‘Mini Cheratotomia Radiale Asimmetrica‘ (Mini Asymmetric Radial Keratotomy – MARK) e che, nel 2005, ha introdotto in Italia il ‘Cross-linking corneale‘ (CXL), oggi considerato dalla comunità scientifica come l’intervento più efficace nel trattamento della malattia.

A tal proposito, è appena uscito un nuovo studio clinico a firma di Abbondanza, assistito dai dottori Barmak Abdolrahimzadeh Margherita Guidobaldi, pubblicato su ‘Acta Medica International‘ (volume 3, n. 1, pp. 63-68), rivista scientifica indicizzata dalla National Library of Medicine (NLM) americana e da Embase (Elsevier). Lo studio presenta un nuovo protocollo di cura per il cheratocono, chiamato ‘Protocollo di Roma‘, in cui si fa un utilizzo combinato sia della tecnica MARK che del Cross-linking, la prima trattandosi di una metodica refrattiva incisionale mini-invasiva, il secondo in quanto trattamento para-chirurgico che si pone a cavallo tra microchirurgia e farmacologia.

I risultati sono molto incoraggianti: la cornea deformata risulta appiattita in media di 3,7 diottrie, si riducono considerevolmente le aberrazioni corneali‘ responsabili della scarsa qualità della nostra vista e, al contempo, si blocca l’evoluzione della malattia. Tali dati sono stati verificati dopo un minimo di 4 anni dall’ultimo intervento.

Questa ricerca si allinea, dunque, col sempre più diffuso approccio che unisce la tecnica Cross-linking con la chirurgia refrattiva, ovvero quell’insieme di interventi volti a correggere i difetti della vista. E’ in tale contesto che sono stati sviluppati anche altri protocolli combinati, in cui Cross-linking è stato utilizzato, di volta in volta, assieme alle tecniche PRK, LASIK, ICRS o con l’Impianto di Lenti Fachiche.

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