sabato, Ottobre 23

Che spazi restano per il TTIP? field_506ffbaa4a8d4

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Soprattutto negli anni del secondo mandato, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP – Transatlantic Trade and Investment Partnership) ha costituito uno dei maggiori cavalli di battaglia della presidenza Obama. Nonostante le resistenze dell’Europa che nel trattato ha voluto vedere una sorta di escamotage per garantire alle imprese statunitensi un eccesso privilegiato ai mercati del Vecchio continente, la Casa Bianca ha sostenuto con forza un negoziato che in varie occasioni è apparso vicino allo stallo. Difficilmente il Presidente riuscirà a portare a casa l’accordo firmato prima della sua uscita di scena, il prossimo gennaio. Diventa quindi importante comprendere quale sia l’atteggiamento dei suoi possibili successori rispetto a un tema che anche negli Stati Uniti – contrariamente a quella che è l’opinione comune da questa parte dell’Atlantico, solleva notevoli perplessità. Più in generale, diventa importante comprendere quale sia il futuro della politica portata avanti dall’amministrazione Obama non solo con la TTIP ma anche con il suo omologo per la regione del Pacifico – la Trans-Pacific Partnership (TPP) – che come l’accordo con l’Europa, oltre alle aperte implicazioni economiche, ha anche pesanti ricadute politiche.

Già nell’estate 2015, violente convulsioni avevano agitato la minoranza democratica al Congresso intorno all’adozione della procedura semplificata (fast track) per il negoziato della TPP. In tale occasione, più che l’esito della votazione (che ha portato all’adozione del fast track solo per una risicata maggioranza) il dato eclatante è stato l’emergere di una strana alleanza fra le componenti conservatrici del Partito repubblicano (da sempre contrarie alla concessione di particolari privilegi commerciali a Paesi terzi) e una fetta del Partito democratico, la cui ostilità nei confronti della TPP era cresciuta negli ultimi mesi. Il contenzioso riguardava anzitutto gli effetti occupazionali. Per i suoi critici, la TPP, anziché stimolare l’occupazione, avrebbe finito per accrescere il volume dei beni provenienti dai Paesi asiatici sul mercato USA e favorire i processi di delocalizzazione già avviati da tutte le maggiori imprese. Su questi punti, uno dei critici più accesi della TPP è sempre stato Bernie Sanders, secondo cui l’accordo s’inserirebbe in una ‘striscia negativa’ aperta dalla stipula del NAFTA (1992), proseguita con la normalizzazione dei rapporti commerciali con la Cina (2000) e culminata nell’accordo di libero scambio con la Corea del Sud (2012).

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