sabato, Maggio 15

Che sarà del Museo Richard Ginori? I pareri di Olivia Rucellai e Sandro Quagliotti sul Museo ormai chiuso e che sembrerebbe non avere futuro

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Un unicum nel suo genere in Italia, con un ruolo internazionale di tutto rispetto, eppure il Museo Richard-Ginori della Manifattura di Doccia s.r.l. è chiuso dal 16 maggio 2014 a seguito del fallimento della società omonima, e il futuro promette male.
La società fallita è la Richard Ginori 1735 S.p.a. (cioè la società operativa), mentre il Museo Richard Ginori è di proprietà di un’altra società, non fallita (la Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia s.r.l.), la quale non ha debiti commerciali di rilievo. Tuttavia la Museo Richard Ginori della Manifattura di Doccia s.r.l. è posseduta al 100% dalla Richard Ginori 1735 S.p.a. e quindi detta partecipazione è caduta fra le attività fallimentari”, ci spiega il curatore fallimentare Sandro Quagliotti. Dunque, il museo potrebbe funzionare, ma essendo un asset della società operativa, è finito nel fallimento e per questo è bloccato.

Il Museo, costituito dall’edificio progettato dall’architetto Pier Nicolò Berardi, con i relativi arredi di allestimento, e dalla collezione delle porcellane esposte o depositate nel museo e pertinenti alla Manifattura di Doccia che vanta 300 anni di storia, era stato dichiarato ‘di particolare interesse culturale dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo anche per «un archivio di documenti risalenti soprattutto all’Ottocento e in parte al Novecento, con lettere autografe appunto di Gio Ponti, direttore artistico della Ginori negli anni Venti e Trenta del Novecento, considerato uno dei grandi momenti di gloria di tale produzione». Il Museo è quindi sottoposto a tutte le disposizioni di tutela contenute nel Codice dei Beni culturali e del paesaggio. Al 12 novembre 2014 era ancora in buone condizioni conservative per quanto riguardava l’allestimento e i manufatti relativi, mentre l’edificio mostrava di aver bisogno di lavori di manutenzione e di adeguamento.

Il Museo ora è chiuso al pubblico, compresi l’archivio e la fototeca ad esso collegati, e tutte le relative attività ludico-ricreative, il che provoca un grave danno per la cittadinanza e per il pubblico, anche internazionale.
Il Comune di Sesto Fiorentino aveva emanato, il 27 novembre 2014, una mozione, inviata ai curatori fallimentari della Manifattura di Doccia, per sollecitare la riapertura del Museo in concomitanza dell’Expo 2015, con l’obiettivo (condiviso dalla Soprintendenza) che l’affluenza di persone, legata a tale evento, possa offrire un contributo utile al restauro. Nulla di tutto ciò è accaduto, malgrado vi siano state anche interrogazioni parlamentari, il Ministero si sta limitando a prendere atto della chiusura e dello stallo.
Di “interesse riscontrato da parte della comunità e di tutto il territorio di Sesto Fiorentino per questa raccolta, che è sempre stata della stessa azienda produttrice delle porcellane, e che mantiene un forte legame con il territorio, perché lavorare nell’azienda Ginori, voleva dire lavorare in un’impresa di livello internazionale” parla Olivia Rucellai, fino ad un anno fa curatrice del Museo, e storica dell’arte specializzata in Storia della Ceramica, la quale continua a collaborare saltuariamente, come libera professionista, con il curatore fallimentare.

Dal primo Settecento esistevano quattro manifatture di porcellane in Europa, che erano dislocate a Meissen, in Sassonia, poi vi era quella di Vienna, che oggi non esiste più, e una era a Venezia, fondata nel 1720, ma anch’essa non esiste più, essendo stata acquistata da una ditta privata che ha terminato la sua attività nel 1727. La Ginori è, dunque, dopo Meissen, la più antica manifattura attiva in Europa.

Il Museo, ci spiega Rucellai, conteneva: “la collezione storica della manifattura di Doccia, così come è andata stratificandosi nel tempo, a cominciare dalle origini nel 1787 -periodo cui risalgono i primi oggetti, che sono stati fondamentalmente conservati per motivi sperimentali, e che hanno costituito nel tempo una sorta di sala espositiva del meglio della produzione”. La collezione si è costituita come una specie di archivio all’interno della fabbrica stessa, e non ha avuto acquisti successivi alla fondazione di tale museo, se non molto limitati. “Oltre agli oggetti in porcellana, vi sono modelli scultorei in gesso, terracotta, ecc., compreso un nucleo molto raro di cere del Settecento”. Nella collezione museale erano presenti anche statue antiche e del Rinascimento fiorentino, ovvero “traduzioni in porcellana, quindi sempre prodotte dalla manifattura stessa, che replicano, con delle modifiche e aggiustamenti dovuti a motivi tecnici e di gusto, modelli antichi noti o famosi nel Settecento, che la Ginori aveva deciso di produrre sia in scala a grandezza quasi naturale (1:1), sia in versioni molto ridotte, perché si riteneva che attirassero mercato per la passione verso l’antichità diffusa nel Settecento”.

Aggiunge, ancora, la professoressa Rucellai: “Il fondatore della manifattura, Carlo Ginori, era un gentiluomo, proveniente da un’antica famiglia fiorentina, che si distingueva, però, per la grande vivacità intellettuale e la molteplicità di interessi, anche per le scienze e la tecnica, oltre che per la sua cultura antiquaria e artistica, e dallo spirito imprenditoriale assolutamente insolito in quel periodo tra i suoi contemporanei toscani. Egli volle intraprendere la produzione della porcellana, che all’epoca era molto difficile, rischiosa, e costosa sul piano economico”. All’inizio del Settecento non si sapeva esattamente come ottenere questo materiale così nuovo, importato già almeno da un secolo in Europa in grandi quantità, ma mai prodotto sul posto: dapprima vi si riuscì in Germania a Meissen e poi via via in altre manifatture, e Carlo Ginori fu tra i pionieri di questa tecnica chiamata oro bianco‘: la sua manifattura era la quarta creata in ordine di tempo allora. Fu, dunque, un personaggio assolutamente di spicco, non soltanto in ambito imprenditoriale e artistico, ma anche come uomo politico nella Firenze del suo tempo che, con la fine della dinastia dei Medici durata per molti secoli, attraversava un momento storico particolare, con i Granduchi di Lorena”.

Secondo Olivia Rucellai, le porcellane Richard Ginori per l’Italia e per l’estero sono: “un’espressione del gusto italiano, un po’ in tutti i campi, soprattutto in quello artistico”, e “da Ginori a Caputo nei loro momenti migliori si affermano con caratteristiche proprie uniche. Registrano infatti fasi di eccellenza, da individuare nel Settecento, nel periodo in cui Carlo Ginori era in vita, e poi più recentemente nel Novecento, con la direzione artistica di Gio Ponti, quando la fabbrica, con il nome mutato e diventata Richard-Ginori, segnò un’altra importante tappa nella storia delle porcellane”.

La professoressa menziona tantissime opere notevoli di Gio Ponti, designer ed artista dalla produzione copiosa: “più di 400 oggetti soltanto nella collezione del Museo, anche se non comprende tutto il suo repertorio Ricordiamo la coppia di vasi esposti a Parigi nel 1925, all’Esposizione nazionale di Arti Decorative, alti più di un metro e dipinti a mano, con due soggetti molto ricchi: una Conversazione classica e la Casa degli Empi, ove si confondono elementi classici insieme ad elementi architettonici, con una maestria esecutiva straordinaria. Essi rappresentano oggetti unici e irripetibili. Ve ne sono invece altri minuscoli, come gli alberelli portafiori, ovvero piccoli vasi a forma di albero, ramificati e rivestiti completamente o dipinti in oro, concepiti come un nuovo centrotavola, da presentare sparsi e con dei fiori all’interno. Esistevano, anche, dei ferma-carte a forma di libro, forma ironica di arredo, curiosi perché il carattere tipico del design di Gio Ponti è costituito dalla capacità di rendere geniale, pratica e vitale la tradizione con estrema leggerezza e giocosità”.

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