venerdì, Luglio 1

Che Guevara Marino sfida Renzi ‘l’amerikano’

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Eventualità, queste ultime due, che per il tentennante commissario del Pd nella Capitale, Matteo Orfini, rappresentano una iattura, come l’aglio per Dracula o la kriptonite per Superman.  Per questo il piccolo Orfini si è peritato di far pubblicare questa mattina al quotidiano ‘Repubblica’ la sua secca chiusura alle ambizioni mariniane. «Quanta gente c’era in piazza per Ignazio? Massimo rispetto, per carità, ma non mi è sembrata una rivolta popolare. Né mi sembra che Marino sia vissuto dalla città come un martire», ha dichiarato Orfini con la lingua intinta nel curaro, «spero che non ritiri le dimissioni. Che faccia prevalere l’interesse dei romani e suo. Che non scelga una strada incomprensibile. E sì, che eviti questo tritacarne al suo partito e preferisca l’amore per la città». Una minaccia travestita da amorevole consiglio, condita da un emblematico e perentorio «vorrà dire che lo sfiduceremo», se il sindaco ribelle si rifiuterà di chinare il capo di fronte alla volontà del ‘Re Sole’ Matteo Renzi (ancora impegnato a piazzare prodotti made in Italy in Sudamerica). Il premier, infatti, ha già deciso di schierare un dream team (così lo chiama lui) di commissari governativi per gestire il Giubileo e prendersi gli eventuali meriti della sua buona riuscita, ma deve comunque fare i conti con i sostenitori di Marino che, ora che il loro Ignazio ha avuto la certezza di non essere indagato, gli chiedono conto degli scontrini delle presunte spese pazze sostenute da Matteuccio quando era sindaco di Firenze.

Renzi ha una paura matta che un eventuale colpo di testa del ‘marziano’ possa mandare definitivamente a fondo il Pd romano, già martoriato da una continua guerra per bande. Per questo, proprio nel giorno dell’ennesimo stop alla linea B della metropolitana, un renziano di ferro come Stefano Esposito (senatore e ‘quasi ex’ fallimentare assessore ai Trasporti di groviera-Capitale) ci ha tenuto a far sapere che quella di Marino «è un’esperienza finita. La posizione del partito è chiara». A delineare il tragico quadro della tragedia capitolina ci prova Alessandro Di Battista del M5S. «Mentre il forse-ex-sindaco e il Pd giocano a fare maggioranza e opposizione», posta ‘Dibba’ su twitter, «Roma sprofonda nel degrado. Non so quando ma votiamoli via». Anche Renato Brunetta di FI, pur bocciando in toto l’amministrazione Marino, dà ragione al ‘marziano’ che vuole «istituzionalizzare la crisi» con il voto in aula, perché «era troppo facile farlo dimettere senza spiegare perché».

Dopo un percorso che definire accidentato sembra un eufemismo, il testo della legge di Stabilità è stato finalmente depositato a Palazzo Madama. Il primo ad avventarsi sulla facile ed indifesa preda è il ‘falco pellegrino’ di Forza Italia, il gettonatissimo Renato Brunetta. «Sono passati 10 giorni, 10 giorni di un grande imbroglio di Renzi», attacca il capogruppo forzista alla Camera, «perché lui in tutte le televisioni, in tutte le interviste, in tutti i giornali ha dato gli elementi positivi:‘tagliamo le tasse, tagliamo le tasse, tagliamo le tasse’». Un mantra menzognero a cui il ‘terrore dei fannulloni’ non abbocca perché, aggiunge, «da una prima analisi si vede che non è vero, perché le tasse non le taglia ma le aumenta». Secondo l’(extra)parlamentare Brunetta, poi, «pagheremo caro, pagheremo tutto, pagheremo questo imbroglio di Renzi nei prossimi mesi e nei prossimi anni. Lui con le sue chiacchiere mette la polvere sotto il tappeto. Ma ne vedremo anche delle altre: i ticket che aumenteranno, le tasse locali, comunali aumenteranno, le tasse regionali aumenteranno». Uccello del malaugurio o inascoltata Cassandra?

 

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