giovedì, Aprile 15

Che Guevara Marino sfida Renzi ‘l’amerikano’

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Ieri il sindaco ancora in carica di Roma, Ignazio Marino, nei panni di un improbabile e grottesco Che Guevara («Siamo realisti, chiediamo l’impossibile»), ha ripreso possesso della piazza del Campidoglio, promettendo ai suoi sparuti ma accalorati sostenitori di pensare seriamente al ritiro delle dimissioni fissate per legge al 2 novembre. Oggi, il commissario romano del Pd Matteo Orfini chiama a raccolta i 19 consiglieri capitolini e ribadisce che il partito renziano è pronto a sfiduciarlo se il ‘marziano’ non confermerà il passo indietro. Ma è lui il primo a rischiare la poltrona. E, a questo proposito, l’ex segretario del Pd capitolino Marco Miccoli, scomodo autore di una proposta di mediazione tra partito e sindaco, accusa Orfini di volerlo «intimorire» perché, intervistato da ‘L’Unità’, avrebbe scaricato su di lui la responsabilità del dissesto economico della Federazione romana. Anche il renzianissimo Stefano Esposito, invece di andarsi a nascondere per i pesanti disagi subiti anche oggi dalla linea B della metropolitana (tecnicamente lui è ancora assessore ai Trasporti), si perita di dare il benservito allo scomodo, per Matteo Renzi, primo cittadino romano.

Una quindicina di Corti d’Appello di tutta Italia, tra cui quelle di Roma, Milano e Napoli, sono state letteralmente sommerse da una valanga di ricorsi contro l’Italicum. La nuova legge elettorale è stata impugnata  da giuristi, associazioni, sigle sindacali, dal M5S e anche da alcuni parlamentari della sinistra Pd come Vannino Chiti, Felice Casson, Corradino Mineo, Walter Tocci, Alfredo D’Attorre e l’ex Stefano Fassina.

Renato Brunetta commenta in modo colorato (di rosso) la legge di Stabilità partorita dal governo Renzi riadattando uno slogan molto di moda negli anni ’70 del secolo scorso tra quelli di Lotta Continua: «Pagheremo caro, pagheremo tutto». Il capogruppo di FI getta anche benzina sul fuoco del caso Chiamparino dicendosi convinto che le sue dimissioni da presidente della Conferenza Stato-Regioni siano legate ai tagli alla sanità previsti in Finanziaria. Sugli strumenti adottati dal governo per la lotta all’evasione fiscale (contanti fino a 3mila euro, affitti in nero, fondi all’AgE), infine, è scontro aperto tra il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi che minaccia le dimissioni e il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti che le ritiene «inevitabili» (anche se il Mef nel pomeriggio conferma «immutata stima» per la Orlandi). Sui ‘3mila euro’  il ministro della Cultura Dario Franceschini dà vilmente la colpa ad Angelino Alfano: «Io contrario, questa volta ha vinto lui».

Il destino di Roma è nelle mani di Ignazio Marino. Anzi no, di Matteo Orfini. Oppure di Matteo Renzi. O, forse, direttamente in quelle più accoglienti di Mafia Capitale che, nonostante l’inizio del processo contro la banda Buzzi-Carminati previsto il 5 novembre, non ci pensa proprio a mollare il succoso osso rappresentato dal governo della Città Eterna. L’odierna cronaca dei guai romani comincia da ieri quando, in piazza del Campidoglio, l’allegro chirurgo genovese si è messo a fare il Che Guevara davanti alla piccola folla di circa un migliaio di chiassosi sostenitori, compresi molti iscritti Dem. «La democrazia non si esercita in stanze chiuse, ma nelle piazze», ha esordito Marino, «mi chiedete di ripensarci? Ci ripenso e non vi deluderò, questa piazza mi dà il coraggio e la determinazione di andare avanti». Quello recitato dal sindaco sembra un copione già scritto, finalizzato a «chiedere un confronto diretto a tutti gli eletti». Marino non lascia dunque e, anzi, sembra disposto a raddoppiare la posta chiedendo, come appunto il mitico Che, «l’impossibile», ovvero la conferma della sua Giunta con il voto dell’aula Giulio Cesare, oppure candidandosi con una lista ad personam alle prossime elezioni di primavera.

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