domenica, Dicembre 5

Che futuro per la musica sacra? Intervista a Mario Bassani, direttore artistico di ‘Festival di Musica Sacra delle Basiliche del Celio’

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Mario Bassani, lei ha intrapreso all’inizio l’attività di tenore. Come si trova un musicista attualmente a fare musica sacra e barocca, e come si è visti dagli altri colleghi?

La musica barocca è una musica di nicchia nel panorama odierno italiano, soprattutto se si guardano le grandi istituzioni musicali, di Roma e del resto d’Italia. È quindi necessario formarsi all’estero, spesso e volentieri, oppure muovendosi molto per andare a trovare le persone che sanno in luoghi lontani. Questo comporta che le relazioni musicali, di amicizia musicale, si creino soprattutto fuori dalla propria città, e si è ammirati per la nostra capacità tutta italiana di essere musicalmente drammatici, vivi, diversamente interpretativi rispetto ai colleghi amici francesi, inglesi, tedeschi e via dicendo. Il nostro ardore italiano è il ‘surplus’ che ci permette di dar vita alla musica barocca come altri non sanno fare. E non potrebbe essere diversamente, visto che la musica barocca è totalmente italiana, sia come lingua che come impostazione musicale. A Roma inoltre abbiamo il vantaggio, come dicevo prima, di poter far rivivere questa musica nei luoghi per i quali era stata pensata. È sterminata la quantità di materiale musicale inedito ancora a disposizione delle diverse basiliche, oppure delle biblioteche romane e del resto del mondo, riguardante musica sacra scritta per le basiliche della nostra città. I colleghi, che sono specialisti di altre epoche, vedono il barocco come un qualcosa di particolare, nel panorama della musica, che rispettano e ammirano, perché sanno che occorre una forte specializzazione e uno studio ulteriore per poterla affrontare nella maniera dovuta. Se si volesse fare una sintesi di tutto questo, posso dire che ho sempre avuto molto rispetto per la carriera di studi e professionale avuta finora, proprio per la preparazione che poi necessariamente si deve dimostrare per poter interpretare questa musica in modo corretto e intellettualmente onesto con il pubblico che poi ti viene ad ascoltare.

 

Quanto si fa all’estero per la musica sacra? E per avere finanziamenti all’estero? Quanto aiuta avere una formazione fatta all’estero per fare bene tale musica in Italia?

La musica sacra, nel periodo barocco, era uno dei tre modi di scrivere musica, oltre al teatro e la musica da camera, e molta attenzione viene riposta anche verso le composizioni musicali di autori contemporanei. All’estero è particolarmente diffusa quella per teatro e da camera; qui a Roma, altra particolarità per la quale il festival è stato creato, con la tradizione cattolico romana che si sente in ogni singolo mattone della città, abbiamo un po’ rapporto inverso, e la musica sacra è molto eseguita. Non che all’estero non si facciano concerti di musica sacra, ma è più raro. Inoltre in città esistono istituzioni secolari come la Cappella Giulia, la Sistina, che mantengono la tradizione in vita da sempre oserei dire. Sul lato dei finanziamenti all’estero sono molto più fortunati, lì la musica è sostenuta in ogni sua forma, e si vede soprattutto nella longevità che hanno molte formazioni e istituzioni musicali. Questo fa sì che la formazione, se la si vuole acquisire in modo serio, bisogna andare a farla all’estero, perché lì le cose funzionano in modo organizzato, grazie a questa prospettiva di crescita che dà il poter progettare su periodi lunghi. Resta il fatto che, per la musica tardo-rinascimentale e barocca, l’italianità resta un tratto fondamentale. Basti pensare alla lingua, soprattutto all’italiano antico: sono montagne enormi da scalare per altri, perché non si tratta di imparare una lingua ma di apprenderla in un’accezione antica.

 

Lei si è laureato all’Accademia di S. Cecilia con il Prof. C. Desideri: come ricorda quel periodo? La scelta di fare musica sacra deriva da quell’esperienza?

L’esperienza con Desideri è stata una cosa che mi ha completato nella mia formazione di musicista, ma purtroppo a Roma è da poco che si è aperta la specializzazione per il barocco, e quando ho frequentato io il conservatorio di Santa Cecilia il controtenore era visto come un qualcosa di strano. Debbo ringraziare il maestro che mi ha accolto nella sua classe e ha fatto in modo di farmi studiare in Italia. La scelta di fare studi anche in Italia è stata per conoscere da vicino il tipo di emissione sonora che si insegna nei nostri conservatori, dopo aver compreso quello inglese, con la Kirkby, quello francese con Lesner, quello tedesco con la signora Meister, e quello italiano ma barocco con l’Invernizzi e Claudio Cavina, un vero maestro non solo di canto. Mi mancava la parte Romantica, e quella solo qui in Italia, a Roma, la potevo apprendere da vicino. L’esperienza della musica sacra è invece derivata al poter sfruttare quei luoghi magici che sono le basiliche romane, scrigni sonori che ci invidiano in tutto il mondo, e che in molti Paesi tentano di copiare nelle proporzioni, per poter eseguire concerti di musica sacra degni di questo nome, ma non sempre ci riescono. In Canada mi è capitato di cantare in copia di una chiesa italiana, dove, nell’ambito dell’esecuzione non riuscivo più a comprendere dove ero.

 

Quante difficoltà si incontrano a fare ‘bene’ musica sacra? Quanto aiuta la scelta di localizzarla in alcune chiese invece che in altre, e qual è il pubblico che la segue?

La risposta penso che sia insita nelle risposte sopra dette: a Roma ci sono alcune basiliche di periodi diversi, e bisogna farci musica del periodo in cui sono state costruite. Vanno scelte con questo criterio, oltre a tanti altri fattori di ordine pratico; cosa non di secondo piano, il pubblico è il più vario possibile, compresi i turisti, che il giorno dopo vengono in basilica a San Clemente, la base della nostra cappella musica, per chiedere di me o del coro, oppure mi scrivono da lontanissimo dopo una settimana per sapere se possiamo andare a svolgere concerti anche da loro. E poi le persone che sono qui a Roma, molte sono dei veri intenditori.

 

Quanto il suo perfezionamento alla Sapienza ha influito sulla scelta della musica sacra e quali maestri furono importanti per la tale scelta?

La laurea in Storia della musica, conseguita con un luminare come Petrobelli, è stata fondamentale per organizzare tutta la mia attività musicale. È stata fondante per comprendere, e in base a questo prendere delle decisioni. Ancora oggi, pur non ritenendomi un vero e proprio musicologo, beneficio della possibilità di poter fare ricerca e creare progettare o scovare compositori musicali da portare in scena. Impensabile senza gli studi accademici.

 

Quanto repertorio di musica barocca abbiamo per la parte sacra, e quali maestri possiamo citare tra i sommi?

A questa domanda mi risulta difficile rispondere, perché la produzione musicale barocca, non essendo legata ai diritti di alcun genere, era basata sulla produttività. Il musicista componeva legato a un testo o un autore letterario, dopo di che la musica gli veniva pagata e lui doveva scriverne ancora se voleva avere altro denaro per sopravvivere. La vera scommessa di ogni musicista in ogni periodo dell’era dell’uomo. Di musica scritta quindi nel periodo barocco, molto vasto visto che va dal ‘600 al 1750, e a livello di tecnica compositiva, sonora e di tecnica vocale fino al 1840-50, ce n’è praticamente un’infinità. Autori maggiori come Vivaldi, Bach, Handel, Pergolesi, Scarlatti, sono solo la punta dell’iceberg. In particolar modo io amo un mio omonimo, Giovan Battista Bassani. Un vero e proprio riformatore musicale, che lavorò a Bologna e scrisse pagine mirabili di musica sacra, in forme così ancora non catalogabili da farne un vero e proprio studioso di forme. Ma tanti sono coloro che hanno scritto, che ancora non conosciamo interamente nella loro opera completa, e che aspettano solo di essere riscoperti e tirati fuori dagli archivi delle basiliche e biblioteche di Roma e d’Italia.

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