lunedì, Aprile 12

Che fotografo era Cy Twombly?

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Il 7 ottobre prossimo ci sarà la prima retrospettiva in Italia all’American Academy of Rome intitolataCy Twombly Photographer’, curata dal direttore artistico dell’Istituzione americano-romana, Peter Miller, in occasione di ‘Fotografia, Festival Internazionale di Roma’.
L’introduzione alla mostra sarà una conversazione tra Peter Miller e Sally Mann, un’acclamata fotografa d’America e amica di Twombly, con la lettura di ‘Hold Still’ dello stessa Mann, edito nel maggio 2015, un ‘istant classic’ dell’artista e fotografo Twombly e del suo amore per l’America Meridionale e i paesaggi della città natale Lexington in Virginia.
Si crea un nuovo punto di osservazione artistica per l’opera di CY Twomby, la fotografia, diversa stilisticamente dalle sue opere pittoriche e scultoree ma di ispirazione e ricerca per esse.
Le sue composizioni poetiche ed evocative offrono informazioni preziose per capire la sua mente creativa e per la sfera privata, ricca di ricerche e di spunti per la propria dell’attività di artista moderno: dettagli di sculture classiche da un’inedita prospettiva, pezzi di altri artisti contemporanei, still life come per esempio i frutti e fiori dei Giardini di Gaeta, paesaggi e ritratti di amici e della sua famiglia.
Le sue composizioni richiamano artisti come Henry Fox Talbot, fotografo di paesaggi dei luoghi più ameni, una sorta di souvenir moderno, con la camera oscura o con quella lucida (inventata da Hyde Wollaston), non essendo abile negli schizzi a matita o china, insoddisfatto dei disegni creati in questo ultimo modo, come egli stesso riconobbe nel suo ‘The Pencil of Nature’.
Tale intellettuale, sempre in viaggio per studio, aveva creato la tecnica del calotype process (bella impronta) perfezionando il suo photogenic drawing (disegno fotogenico) che risaliva come origine al 1834, ma ufficiale dal 1839.
Il suo vero scopo di vita fu quello di far permanere a lungo la sua immagine sul foglio, pur non utilizzando nessun agente fissatore (l’iposolfito di sodio), poi rivelato a lui dallo scienziato John Herschel il 1 febbraio 1839.
Talbot fu anche il primo che fece ingrandimenti dai suoi negativi calotipici e organizzò il primo laboratorio (Reading Tabotype Establishment) per la stampa fotografica e i primi libri fotografici veri e propri.
Un’altra fonte di ispirazione è Julia Margaret Cameron che per prima parlò di fotografia nel 1828, come vera e propria forma d’arte e non mero lavoro tecnico o tecnica meccanica, definendo il suo lavoro ‘pictorialism’.
La sua passione per la fotografia nacque a causa della sua depressione post-matrimoniale e la sorella con il cognato le regalò un apparecchio fotografico con lastre di grande formato che lei usò con la tecnica del collodio e stampa con carta all’albumina e cloruro d’argento che sviluppava nel pollaio attiguo alla casa, chiamato ‘Glass House’. Questo hobby le riempì la sua buia vita, creando entusiasmi che si concentrarono nei ritratti con molta vicinanza al soggetto e rilievo psicologico del personaggio, sempre in primo piano, evocato anche dal titolo stesso della fotografia. Questo caratterizza il suo lavoro ed è trasgressivo rispetto alla moda del tempo, portando allo sfocamento voluto dell’immagine stessa.
Altra fonte per le sue fotografie è stato Alfred Stieglitz che nonostante sia uno dei maggiori fotografi a partire dal 1883 è il manager di eventi fotografici e associativi (come il famoso ‘Armory Show’), come Photo Secession, emblema del consorzio di fotografi, pittori e scultori americani della nuova era fotografica e di arte in genere. Fu fotografo di strada, con fredde istantanee di vita pittoresca, prese da scorci anche italiani, specie a Venezia, durante un viaggio del 1887. Usava lastre ortocromatiche di Vogel e apparecchi di grande formato (4×5 e 8×10 pollici) e carta di platino, con ottenimento di 4 copie di negativo, poi gomma bicromatata e quella di carbone. Era amico e sodale d Peter Henry Emerson, saggista della fotografia naturalistica. Stieglitz amava fotografie dirette, senza sorta di manipolazioni dopo il rodaggio avuto con le fotografie di luci della città, considerate difficili da realizzare perché notturne e dalla grande abilità tecnica. La sua sfida è al pittorialismo, allora molto in voga.
Altra ispirazione e mentore per Twomby fu Aaron Siskind, fotografo americano ampiamente considerato come strettamente associato il movimento dell’espressionismo astratto, tanto che egli scrive che ha iniziato la sua incursione nella fotografia con una macchina fotografica, regalo di nozze e ha iniziato a scattare foto in luna di miele. Ha lavorato sia a New York e Chicago, concentrandosi sui dettagli di natura e architettura, quali superfici piane come per creare una nuova immagine da loro, indipendente dal soggetto originale, attraversando il confine tra fotografia e pittura. All’inizio della sua carriera Siskind era un membro del ‘New York Photo League’ e questo significativa essere socialmente consapevole delle immagini nel 1930. Il ‘Document of Harlem’ rimane il lavoro più famoso per lui che in origine era insegnante di inglese al ‘New York Public School System’.
Un altro suo mentore era Hazel Archer è stato un significativo fotografo americano del Novecento femminile che hanno partecipato e poi ha insegnato al ‘Black Mountain College’. Le sue immagini e le stampe catturate la vita del ‘Black Mountain’ e la sua teoria artistica e didattica hanno influenzato i grandi artisti e personaggi del XX secolo. L’era in cui Hazel Archer era al ‘Black Mountain College’ è riconosciuta dagli studiosi come una delle vette del collegio in termini di attività intellettuale e artistica e sinergica, croce innovazione disciplinare. Il collegio (nato dalla tradizione del ‘Bauhaus’) è stato la transizione da una sensibilità prevalentemente europea a uno che era decisamente americano. Questi anni al College americano erano la genesi per gran parte della cultura locale della seconda metà del ventesimo secolo. Ha insegnato molti studenti significativi al college tra cui Robert Rauschenberg. Archer ha fotografato la vita al college e catturato i momenti quotidiani delle scuole famosi insegnanti e studenti.

 

Abbiamo intervistato Peter Benson Miller, il curatore della mostra all’Accademia Americana, per capire meglio gli scopi della mostra stessa.

 

Che cosa vuol dire un percorso retrospettivo, lungo oltre cinquant’anni, sulla fotografia di Cy Twombly?

In primo luogo, questa è la prima retrospettiva dedicata a questo grande artista, più conosciuto come pittore, scultore, disegnatore, ma fino ad ora le fotografie sono state considerate un modo per capire il suo pensiero espresso in altri medium. Questa mostra vuole insistere sulla logica fotografica delle sue opere, mettendole nel contesto della storia dell’arte. Considerando le foto in quanto tali e non come accessorio alla scultura, o alla pittura, medium per i quali Twombly è molto più conosciuto.

 

Quale fu la relazione tra Twombly e l’amore condiviso per l’America meridionale e i paesaggi della loro città natale, Lexington, in Virginia?

In una intervista con David Silvester al momento della grande retrospettiva alla carriera realizzata dal MoMa di New York, Cy Twombly ha detto in modo molto conciso che il sud degli Stati Uniti era un buon punto per cominciare a capire l’Italia, cioè questa mentalità meridionale nella quale era stato cresciuto gli offriva un buon approccio, una via d’ingresso per comprendere le complessità dell’Italia e il patrimonio artistico classico.

 

Perché Twombly è principalmente conosciuto per la pittura e scultura, invece ha trovato nella fotografia, con la Polaroid SX.70, un medium adatto al suo profondo sguardo d’artista?

Twombly ha cominciato a fare fotografia negli anni ’50 quando era ancora studente al Black Mountain Collage, in North Carolina. La fotografia comincia con il bianco e nero, ma piano piano l’artista comincia a fare foto anche a colori, soprattutto dopo il 1972, quando è stata introdotta la Polaroid. Twombly amava molto i risultati immediati che poteva offrire questo tipo di camera e vedere l’immagine che piano piano prendeva forma davanti agli occhi. Amava la Polaroid per le sfumature del colore, i toni soffusi, erano molto coerenti con il suo modo di esprimersi.

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