lunedì, Maggio 10

Che cosa sono i dieci comandamenti?

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Lo show record di ascolti in onda su Rai 1 ieri sera alle 21,10 e la sera precedente alla stessa ora ha mostrato la particolare visione di un attore che all’inizio della vita rischiava di entrare dapprima in un seminario fiorentino (meno male per il cinema che ciò non è avvenuto e forse ciò spiega la dimestichezza a parlare di tali tematiche), abbandonandolo dopo l’alluvione del 4 novembre 1966, per compiere gli studi secondari nell’istituto tecnico commerciale Datini di Prato, conseguendo il diploma di ragioniere, ma la sua vera grande passione è però lo spettacolo, come ha dimostrato queste sere. Anche in relazione alle recenti cronache sullo scandalo di Mafia Capitale rimarrà celebre la sua frase «Non rubare? Dio ha fatto un comandamento per noi italiani, sembra che l’abbia scritto proprio in italiano, è il comandamento che sentiamo un po’ nostro».
Roberto Benigni durante la seconda serata de ‘I dieci comandamenti’ ha fatto registrare ancora record da 10 milioni e 266 mila telespettatori che lo hanno seguito incollati alla tv nazionale, con il 38.32% di share (la prima puntata aveva raccolto 9,1 milioni di telespettatori pari al 33%). Benigni Nazionale quindi si riconferma uno show man ben riuscito  intrattenendo milioni di italiani allo schermo come non succedeva da anni su questa rete televisiva nazionale, colpa anche di un palinsesto di spettacoli che lascia al quanto a desiderare negli ultimi tempi e indice che fare una televisione di qualità e di alti concetti religiosi e culturali premia sempre.

Intrattenimento di qualità, per la realizzazione del quale Benigni si è avvalso di consulenti particolarmente qualificati, come Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia.

«Quel che Benigni ha detto su Dio e sui comandamenti è stata una vera e propria evangelizzazione», ha dichiarato Ricca oggi a ‘Nev‘. «Non semplicemente, né principalmente una alfabetizzazione biblica per chiarirne il significato, ma una evangelizzazione: nel senso che Benigni è riuscito a mettere in luce i contenuti evangelici dei comandamenti, a far capire ai telespettatori che i comandamenti – tutti quanti, anche quelli che hanno forma negativa, di divieto – sono evangelo, buona notizia per l’umanità intera e per le singole persone. Lo ha fatto delineando le due coordinate interpretative principali della libertà e dell’amore», Benigni, afferma Ricca, «ha fatto innamorare gli italiani dei comandamenti, rendendo loro un servizio che nessun teologo, pastore o funzionario ecclesiastico avrebbe mai potuto rendere. Utilizzando la leggerezza che gli è caratteristica, ha detto cose vere e profonde tanto che non avrei nulla di meglio da aggiungere, se non la sorpresa di verificare ancora una volta come Dio talvolta si serva di strumenti inattesi per far giungere la sua parola».

 

Nella religione ebraica i comandamenti rappresentano i 70 precetti, che riportano l’espressione ‘dèka lògous (‘dieci parole’), da cui deriva il termine ‘Decalogo’ oppure ‘Dieci Parole’, ma in realtà le ingiunzioni contenute sono più di dieci, con testo presente in due versioni leggermente diverse in due diversi libri della Bibbia(‘Esodo’ e ‘Deuteronomio’) e con una certa varietà d’interpretazione nelle loro suddivisioni.

L’ebraismo ricorda in occasione della festa di ‘Shavuot’ e festeggia l’evento cui gli sono state consegnate le tavole con i ‘Dieci comandamenti’, quelli dati da Dio a Mosè sul Monte Sinai prima a voce e poi trascritti per iscritto.

Sebbene l’originale testo ebraico stia alla base dei Comandamenti per le tre grandi religioni monoteiste, ogni religione li ha diversamente interpretati, con differenze anche all’interno di ciascuna religione.

Ha alcune differenze di parole e concetti utilizzati, per esempio il testo del decalogo in Esodo 20,2-17 rispetto a quello in Deuteronomio 5,6-21. Notare che il testo biblico non riporta la numerazione dei comandamenti, né, nell’originale ebraico porta la punteggiatura, né, in tale lingua, è diviso in capoversi. Qui si è inserita la punteggiatura, ma non appartiene al testo biblico.

La suddivisione in versetti non è nel testo originale, ma è stata formulata nel secondo millennio cristiano, per facilitare il lavoro di individuare le citazioni bibliche e quindi puramente redazionale. In Ebraico ogni frase,ogni lettera ha un suo senso, come ha il suo corrispondente numerico. L’ordine dei comandamenti, per alcune regole ebraiche ferree e antiche quanto moderne, non può essere cambiato(tentativo fatto da altre culture religiose non Ebraiche, e che oggi sono tornate sul testo originale antico Ebraico) e fin dalla loro nascita nulla si può cambiare nei testi religiosi Ebraici.

Nella teologia ebraica questi comandamenti si iscrivono nell’alleanza di Dio con il popolo d’Israele secondo la quale nelle due Tavole della legge scritte da Dio e presentate a Mosè sono scritti cinque in una, quella che concerne il rapporto che dell’Ebreo con Dio, e cinque nella seconda, dove sono iscritti quelli riguardanti il rapporto tra l’uomo ed il suo prossimo; l’esegesi ebraica afferma che i primi cinque corrispondono agli altri cinque spiegandone le analogie; ad esempio il quinto viene a costituire la fede in Dio poiché i genitori sono da Lui assistiti per la discendenza: secondo la Qabbalah invece sono ispirati per la scelta dei nomi dei figli. I primi due comandamenti furono ascoltati dal popolo ebraico direttamente dalla ‘bocca’ di Dio mentre gli altri vennero poi trasmessi da Mosè: infatti mentre nei primi due il comando è indirizzato, utilizzando la seconda persona nei successivi invece ci si riferisce a Dio utilizzando la terza persona proprio ad indicare la trasmissione degli stessi tramite Mosè. Come trasmessa a questo personaggio biblico, capo dei profeti, è la Torah, riportando due versioni dei ‘Dieci comandamenti’ ricevuti e impartiti a tutto il popolo d’Israele. La sintesi e l’essenza di tutti i 613 precetti è la seguente: il numero delle lettere ebraiche dei Dieci Comandamenti è infatti 620, numero che include i 613 precetti della Torah ed i Sette precetti Noachici e sia le seconde tavole che le prime, queste ultime rotte da Mosè, sono contenute nell’Arca dell’Alleanza.

Le prime due Tavole rotte da Mosè, fatto poi approvato da Dio, vennero date nel giorno celebrato dal popolo ebraico con la festività ebraica di Shavuot; le seconde Tavole, ricevute per tutti gli Ebrei di sempre, vennero invece donate durante Yom Kippur, giorno di Teshuvah, espiazione e perdono dei peccati. Le seconde tavole riportano 17 parole in più delle prime ed in Ghimatriah 17 vi è il valore di ‘tov, bene’: in ebraico טוב. Chaim Luzzatto ricorda che la parola ebraica che traduce quella italiana ‘incise’, in ebraico חרות, ‘Charut’, può essere letta come ‘Cherut’, ovvero ‘libertà’, insegnando infatti che col dono della Torah, da cui il versetto 32.16 che:”la scrittura di Dio fu incisa sulle tavolette”, gli Ebrei furono “liberi dall’angelo della morte e liberi dalla servitù alle Nazioni” (Talmud, Eruvin 54b; Zohar II 46a, 114a). Secondo Rashi invece il versetto prima della proclamazione dei Dieci Comandamenti “Dio parlò tutte queste parole dicendo” sottolinea come Dio disse tutti i Dieci Comandamenti in una sola espressione unitaria e solo in seguito, sempre nella stessa occasione, vennero rivelati uno ad uno.

La suddivisione dei ‘Dieci Comandamenti’ nelle Due Tavole è dovuta alla simbologia corrispondente del Cielo e della Terra, dello sposo e della sposa e della Torah scritta rispetto alla Torah Orale. Tali comandamenti erano incisi sulle Tavole da una parte all’altra per leggerli sia davanti sia sul retro: miracolosamente si leggevano allo stesso modo su entrambi i lati e un altro miracolo: alcune lettere dell’alfabeto ebraico presentano un vuoto al loro interno, ma la pietra all’interno delimitata dall’incisione in tutto il proprio perimetro restava sospesa miracolosamente. Le tavole vennero incise dalla luminescenza della parola divina. La pietra delle Tavole della Legge era così preziosa che se Mosè l’avesse utilizzata per denaro sarebbe divenuto l’uomo più ricco del mondo: ma è preferibile fare qualcosa in nome del Cielo per un fine religioso anziché usufruire della stessa cosa per un uso profano o materiale; secondo alcuni commentatori la pietra era infatti di zaffiro. Le prime tavole vennero forgiate da Dio, mentre Mosè intagliò le seconde. Le Tavole della Legge su cui vennero scritti i Dieci Comandamenti e la stessa scrittura sono alcune delle cose create da Dio al crepuscolo prima dello Shabbat dei primi giorni della Creazione. I Dieci Comandamenti (ebraico עשרת הדיברות) corrispondono alle Dieci Espressioni con cui venne fatta la Creazionesia luce…, ci sia un firmamento…» ecc. Ci viene insegnato infatti che anche la Creazione sorse all’esistenza tramite la Parola di Dio. Importante l’affermazione rabbica secondo la quale tutti gli Ebrei assistettero all’evento terribile del monte Sinai, anche le anime degli Ebrei che dovevano ancora nascere. Alla proclamazione di ogni comandamento l’anima degli Ebrei viventi presenti ai piedi del monte Sinai li abbandonava per la grandezza della rivelazione di Dio e della Torah, in seguito essa tornava rianimandoli: ciò successe appunto per ogni Comandamento. Nel Talmud si pone la domanda di come sia possibile che Dio abbia potuto incidere la scrittura sulla Tavole della Legge e si risponde con un racconto che afferma come Rabbi Akiva, all’inizio del suo avvicinamento alla Sapienza della Torah avvenuto all’età di quarant’anni, si disse che se l’acqua versata poco a poco, può sciogliere la pietra e formarvi una cavità, così lo studio della Torah avrebbe potuto ritemprare e cambiare completamente nel bene e nella santità il suo cuore fatto di carne e sangue.

Gli stessi comandamenti, intesi in senso cristiano, sono precetti generali che riguardano ogni singolo fedele, , cioè il decalogo;i cinque cosidetti della Chiesa, più comunemente definiti i cinque precetti. Ci si riferisce ai comandamenti, in largo senso, per tutte le leggi, promulgate dai concili generali della Chiesa, o dai sommi pontefici riguardanti il culto divino, oltre che ai costumi e alla disciplina da tenere per rispettare la legge divina, ossia quei precetti generali alla base e manifestazione esterna della vita cristiana: Udire la messa la domenica e le altre feste comandate; Non mangiar carne nel venerdì e negli altri giorni proibiti, e digiunare nei prescritti; Confessarsi almeno una volta all’anno, e comunicarsi almeno alla Pasqua; Sovvenire alle necessità della Chiesa, secondo le leggi e le usanze; Non celebrare solennemente le nozze nei tempi proibiti. Il primo dei due gruppi in cui sono divisi invece i ‘Dieci Comandamenti’ comprende i Comandamenti di Dio, o Decalogo, che nella forma catechistica comune, suonano così: «Io sono il Signore Dio tuo: 1. Non avrai altro Dio fuori di me. – 2. Non nominare il nome di Dio invano. – 3. Ricordati di santificare le feste. – 4. Onora il padre e la madre. – 5. Non ammazzare. – 6. Non fornicare (cioè: Non commettere atti impuri). – 7. Non rubare. – 8. Non dire false testimonianze. – 9. Non desiderare la donna d’altri. – 10. Non desiderare la roba d’altri». Gesù Cristo confermò e perfezionò la legge morale contenuta nei dieci comandamenti compendiando tali concetti nei due precetti «di amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi»(confronta Vangelo di Matteo, XXII, 36-40).

Nel concilio di Trento i tre dogmi che rivestono grande importanza per la fede riguardano la possibilità e l’obbligo di osservare i comandamenti di Dio (Sess. VI,de iustif.). «Se alcuno dirà che i comandamenti di Dio sono impossibili ad osservarsi anche da un uomo giustificato e nello stato di grazia, sia anatema» (can. 18). «Se alcuno dirà che nel Vangelo vi è la sola fede, la quale sia di precetto; che tutte le altre cose sono indifferenti; che non sono né comandate, né proibite, ma lasciate in libertà, ovvero che i dieci comandamenti non riguardano in verun conto i cristiani, sia anatema” (can. 19). “Se alcuno dirà che un uomo giustificato, per quanto sia perfetto, non è obbligato all’osservanza dei comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solamente a credere, come se il Vangelo non esistesse che nella semplice e assoluta promessa della vita eterna, senza nessuna condizione di osservare i comandamenti, sia anatema» (can. 20).

Sia per l’ebraismo che per la chiesa Ortodossa, per i testimoni di Geova e per le chiese evangeliche, esclusa quelle luterane, il secondo comandamento inizia dove c’è la prescrizione di non farsi immagini di Dio, di non prostrarsi di fronte ad esse e di non adorarle. Di conseguenza, il comandamento riguardante il non desiderare la moglie del prossimo è un tutt’uno con quello che riguarda il non desiderare le sue cose. Questo fatto ci fa pensare a come le donne venissero considerate nel mondo antico e forse anche in alcuni paesi più arretrati o in alcune zone prive di istruzione e che non hanno subito il cambiamento che si è venuto a creare che ha concesso tramite il femminismo e le battaglie più libertà alle donne stesse e il riconoscimento che le ha fatte passare da condizione di ‘cose’ nelle mani del marito o del padre, a veri e propri individui indipendenti.

Invece la Chiesa cattolica latina e, successivamente, il luteranesimo basata sulla tradizione agostiniana, considerano la prescrizione sull’adorazione delle immagini come parte del primo comandamento. Prendendo come base il testo del Deuteronomio, viene separata la proibizione di desiderare la moglie del prossimo da quella di desiderare le sue cose. Nella tradizione ebraica ed in quella protestante, il primo comandamento comprende anche la premessa dei comandamenti cattolici. Il secondo comandamento ebraico e protestante corrispondono al primo cattolico e luterano, ma non corrispondono al primo protestante non luterano perché in questo viene sdoppiato tale concetto.

Sebbene il testo originale ebraico compaia nelle Bibbie cristiane, in ambito cattolico ne esistono diverse versioni, tra le quali una ridotta, il cui scopo è, per il destinatario della catechesi, ossia facilitare la memorizzazione di ciò che è scritto.

In ambito cristiano non viene rispettato il giorno del sabato, ma la domenica e anche sulla proibizione delle immagini sorsero dibattiti nella Chiesa, come nel caso della controversia iconoclastica, cioè se fosse o no lecito introdurre le immagini nelle chiese e la loro venerazione. La disputa venne risolta affermativamente dalla Chiesa nell’VIII secolo (con diverse sfumature fra Oriente e Occidente), per risorgere poi nel XVI secolo con la Riforma protestante.

In ogni caso, secondo la dottrina cattolica, i ‘Dieci comandamenti’ sono vincolanti “semper et pro semper”, ovvero traducendo dal latino “sempre e in ogni occasione”: la persona con piena avvertenza e deliberato consenso che viola uno di questi comandamenti, commette quindi peccato mortale e perde la grazia di Dio.

Diverse sono state le trasposizioni musicali, teatrali e filmiche di tali disposizioni religiose ebraiche e cristiane, a volte anche cambiate, oppure travisate nei concetti stessi. Una delle più celebri per la musica è la canzoneIl testamento di Tito’, scritta dal grande cantautore Fabrizio D’Andrè, contenuta nei seguenti album: ‘La Buona novella’ (1970), ‘In direzione ostinata e contraria’ (2005) e infine ma non meno importante ‘Effedia sulla mia cattiva strada’ (2008).

Per il cinema abbiamoI Dieci Comandamenti’ (‘The Ten Commandments’), un film del 1923 diretto da Cecil B. DeMille, uno dei 36 membri fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (AMPAS) nata nel 1927, un’organizzazione per il miglioramento e la promozione mondiale del cinema. L’Accademia, nel 1929, creò il Premio Oscar ed era il fratello minore del regista e sceneggiatore William C. de Mille. Egli creò la versione muta dei ‘Dieci Comandamenti’ con Theodore Roberts nel ruolo di Mosè e Charles de Rochefort in quello di Ramses, rispetto al remake del 1956, l’edizione originale ha una seconda parte di ambientazione contemporanea di non grande interesse mentre tutta la parte storica è sorprendente e la storia segue la narrazione della vicenda biblica tradizionale, ma con una premessa storica. La seconda parte del film è di minor importanza e si svolge in ambito contemporaneo: due fratelli amano la stessa donna (sembra quasi il tema che poi porterà a De Mille l’idea del conflitto amoroso di Ramses e Mosè per Nefertari) e uno dei due, dopo aver maltrattato la giovane, muore in un naufragio. Sarà allora il fratello vivo a prendersi cura di lei. Grazie ad un budget a disposizione di più di un milione di dollari di allora, De Mille realizza un’opera rimasta famosa per la resa plastica e la grandiosità delle scene di massa (con 2.500 comparse e 4.000 animali impiegati), per l’uso sperimentale di alcune riprese in Technicolor per le inquadrature subacquee degli egiziani travolti dai flutti. De Mille userà parecchio materiale per alcune inquadrature e diversi primi piani nel remake che farà nel 1956 di tale film. Bisogna ricordare che la censura italiana impose per la versione rilasciata nel nostro Paese che nel I atto del secondo episodio dalla prima didascalia venissero eliminate le parole “inzuppato di sangue” L’effetto della partenza dal Mara Rosso venne creato posizionando due strati di gelatina blu, posti l’uno accanto all’altro, fatti riscaldare fino a farli sciogliere, quindi montando la scena girata al contrario. Julia Faye, che interpreta la moglie del faraone, verrà richiamata 33 anni dopo dallo stesso De Mille per girare il rifacimento del 1956, interpretando in quell’occasione la moglie di Aaron.

Viene poi realizzato il film omonimo con regia di Giorgio Walter Chili del 1945. Il film con un incasso accertato a tutto il 30 giugno 1958 di £ 704.936.000 e girato a Roma, tra il 1943 e il 1944, durante l’occupazione tedesca, sino alla liberazione della città. Questa pellicola è divisa in 10 episodi, uno per ogni comandamento, sceneggiati in modo da cogliere l’essenza delle tavole della legge consegnate a Mosè.

Il film fu in proiezione nelle sale nel 1945, per poi uscire dalla programmazione definitivamente e fa parte delle pellicole andate perdute forse anche per una damnatio memoria e legata al periodo storico in oggetto.

Poi fu la volta di quello ancora omonimo, diretto da Cecil B. De Mille e remake del film del 1923, prodotto nel 1956 e più lungo di un’ora e un quarto circa (dura in totale 220′) nel tempo è divenuto più celebre della prima versione. Tale pellicola cinematografica vedeva la partecipazione degli attori Charlton Heston, Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson, John Derek,Yvonne De Carlo, Vincent Price, Nina Foch e molte altre celebrità dell’epoca.

Il film narra la storia di Mosè, il bambino ebreo salvato dalla madre a seguito di un massacro voluto dal faraone, che, adottato dalla figlia di quest’ultimo, divenne principe d’Egitto e, dopo aver scoperto le sue vere origini, decise di abbandonare la sua vita di lussi e agi e, in seguito, dopo aver affrontato il faraone Ramses II, suo acerrimo nemico sin dalla gioventù, liberò il suo popolo dalla schiavitù. La trama della pellicola è desunta, oltre che dal libro dell’Esodo , anche dal Midrash, dal Corano e dai testi di Giuseppe Flavio.

Nella sceneggiatura DeMille aveva inserito anche la piaga delle rane e Bill Sapp le costruì e furono messe in scena, girando così una scena in cui Anne Baxter veniva inseguita dalle rane, anche se realizzata alla perfezione e con molta professionalità, fu cancellata dalla pellicola perché risultata comica dagli spettatori.

In quanto ai dieci comandamenti e alla loro realizzazione per ordine divino, William Sapp si trovava dietro la parete su cui vengono scolpiti dalla colonna infuocata, tenendo della polvere da sparo: ogni volta che la fiamma divina colpiva la parete Sapp faceva esplodere la polvere da sparo, dando l’effetto del fuoco come scritto nei comandamenti. Per rendere più realistica la pellicola DeMille ordinò di costruire le tavole dei dieci comandamenti con vero granito del Sinai e nella scena in cui Yochebed sta per essere schiacciata fra i due blocchi di marmo il regista aveva inserito dietro questi un trattore in moto che veniva quindi trattenuto dalle comparse, per subiredavvero uno sforzo, rendendo la scena realistica. Per la scelta dei costumi DeMille ordinò il massimo della storicità, De Mille sapeva molto bene che gli egiziani portavano un pesante trucco sugli occhi, ma non volle inserire questo elemento nella pellicola, sicuro che il pubblico degli anni Cinquanta non avrebbe mai accettato di vedere Mosè oppure il faraone stesso con gli occhi truccati e si basò per la ricostruzione delle scene sui rilievi di Abu Simbel sulla battaglia di Qadeš e le armi di Ramesse (la spada comprata dal costumista del film “Sinuhe l’egiziano”) e gli abiti di Nefertari basati sulle statue antiche del Nuovo Regno. I costumi, in seguito venduti e riutilizzati per il film “Sinuhe l’egiziano” ambientato alcuni anni prima, e precisamente nel periodo di regno di Akhenaton e nel cast figurano personaggi del set de ‘I dieci comandamenti’. Esistono molte differenze fra la storia originale dell’Esodo e quella raccontata nella pellicola. Nel film, Jocabel, la madre di Mosè, lavora come schiava durante la costruzione della città del tesoro: i leviti non erano asserviti al faraone e questo De Mille lo sapeva bene e in una scena infatti Jocabel dice: “Noi siamo Leviti, pastori scelti per Israele”. Se Mosè voleva diventare schiavo come gli altri ebrei allora doveva rinunciare ai privilegi da Levita. Sono omessi inoltre alcuni racconti presenti nel libro dell’Esodo, come la storia delle nutrici che non vollero uccidere i bambini maschi (Sifra e Pua) l’attacco degli Amaleciti, la circoncisione del figlio di Mosè da parte di Sefora, il dono della manna dal cielo, delle quaglie e dell’acqua.

La principessa etiope che entra insieme a Woody Stroode rappresenta la moglie etiope di Mosè, nominata anche nel libro dei Numeri (secondo alcuni la moglie definita ‘etiope’ nel senso di straniera era in realtà Sefora). È per questo che Nefertari non la guarda di buon occhio . Nel film si allude al fatto che Mosè, ancora Principe d’Egitto, abbia una relazione con la principessa Nefertari (poi sposa di Ramses), non menzionata nella Bibbia.

I faraoni nel film sono tre: Ramesse I, Sethi e Ramesse II, mentre nella storia dell’Esodo il faraone viene chiamato sempre e solo ‘faraone’. È da notare che ogni sovrano ha una sala del trono differente, a seconda del regime di governo utilizzato: oscura la sala di Ramesse I, luminosa quella di Seti, color seppia e senza pitture murali quella di Ramesse II.

Alcuni errori invece riguardano la struttura cronologica: durante la costruzione della città Mosè dedica a Sethi una stele per commemorare la battaglia del faraone sugli Hittiti a Qades, battaglia non fatta da Sethi ma da Ramesse II. Il Sethi fittizio diventa il Ramesse storico e Ramesse come l’erede Merenptah.  Sethi muore in età avanzata dopo un lungo regno, quando in verità il faraone se ne andò soltanto dopo soli 11 anni di governo, mentre fu Ramesse a comandare per ben 66 anni.

Nella Bibbia non viene menzionata la moglie del faraone. Nel film invece Nefertari, la moglie di Ramses, ha un ruolo dominante. Nella pellicola cinematografica Mosè, ancora principe, è un comandante militare che rende gli Etiopi suoi alleati, notizia è desunta dai testi di Giuseppe Flavio e non dalla Bibbia stessa dove nell’Esodo viene detto prima di uccidere l’egiziano e egli controllò se ci fosse qualcuno e dopo l’assassinio fuggì a Madian. Nella pellicola invece Mosè uccide l’egiziano Baka senza contare di essere visto (infatti verrà facilmente scoperto da Dathan) e non fugge via ma rimane in Egitto, dove viene catturato ed esiliato. Nella Bibbia è scritto che i madianiti sono i discendenti di Madian, figlio di Abramo e della sua concubina Chetura, ma secoldo il film discendono da Ismaele, figlio di un’altra concubina di Abramo Agar, antenato di Maometto padre della religione islamica.

Nella pellicola vi è l’arrivo di Giosuè sul monte Sinai, quando Mosè pastore sta per chiedergli di tornare in Egitto per liberare gli schiavi, evento non menzionato nella Bibbia.

Nella Bibbia, Mosè chiede a Dio di non farlo divenire liberatore perché balbetta, mentre il capo dei profeti di DeMille dice soltanto che non sa cosa dire al faraone, parla lentamente, ma in maniera fluida.

Nella Bibbia, il Faraone non ordina l’uccisione dei primogeniti ebrei, desunta dal Midrash, che spiega così l’origine della decima piaga. Nell’Esodo Miriam incita il popolo a cantare di gioia perché Dio li ha salvati dalle armate del faraone, mentre nel film gli ebrei rimangono sbalorditi all’evento e si limitano a pregare, seguendo le parole di Mosè. La rivolta di Cora avviene molto dopo la discesa di Mosè dal monte Sinai. Capo della ribellione non è Cora, un personaggio di supporto., ma Dathan nel film. Altro errore, è il fatto che Faraone sopravvive alla distruzione degli egiziani durante il riversarsi delle acque sul Mar Rosso: nel libro di Esodo non troviamo specificamente che il Faraone morì, nel Salmo 136:15 si afferma in effetti che Dio “scosse Faraone e le sue forze militari nel Mar Rosso”. Nel Salmo vi si legge del ringraziamento del popolo “a Colui che abbatté l’Egitto nei loro primogeniti, Colui che fece uscire Israele di mezzo a loro con mano forte e con braccio steso, Colui che divise il Mar Rosso in parti, e che fece passare Israele in mezzo ad esso, e che scosse Faraone e le sue forze militari nel Mar Rosso”. Perciò il libro di Salmi integra il racconto di Esodo indicando che l’orgoglioso Faraone che opprimeva gli israeliti morì nel Mar Rosso.

La televisione trasmetteva il film ogni in occasione della Domenica delle Palme e della Pasqua sia cristiana che ebraica. Morando Morandini assegna nel suo dizionario 2 stelle al film su un massimo di 5, definendolo un «Cocktail di grandiosità spettacolare» per evidenziarne i meriti tecnici e produttivi , evidenzianone i difetti, dovuti principalmente all’esagerazione stilistica e alla sua prolissità, anche se così lo definisce Laura e Morando Morandini su Telesette: «Kolossal in cui DeMille ha messo tutte le sue ambizioni culturali e le sue astuzie. Uno dei massimi incassi mondiali. Scene di massa mozzafiato, colori e costumi bellissimi, ottimo cast. Sottile e perfido il faraone di Brynner.»

Diversamente Pino Farinotti nel suo dizionario del cinema assegna al film addirittura 5 stelle, il maggior voto possibile e definisce il film come un’opera meritevolissima e troppo spesso considerata ingiustamente inferiore ai grandi capolavori di Hollywood; scrive inoltre: «Nei Dieci comandamenti tutto è perfetto: l’aspetto degli attori, i costumi, le armi, la natura, gli edifici, i trucchi, la musica, le inquadrature»

Anche Francesco Minnini si esprime favorevolmente, scrivendo sul Magazine italiano tv: «Uno dei film più visti della storia del cinema. De Mille, che ne aveva già diretto una prima versione nel 1923, si sentiva a casa propria tra le pagine della Bibbia che interpretava molto in senso spettacolare e pochissimo in quello teologico e storico. E lo spettacolo c’è; la costruzione della piramide, le piaghe d’Egitto e la divisione delle acque del mar Rosso sono episodi molto efficaci. Nel cast molto ricco spicca Charlton Heston, a quanto pare abbonato al kolossal»

Nella lista ‘AFI’s 100 Years… 100 Cheers’ il film figura alla 79° posizione, Mosè è invece il numero 43 nella lista degli eroi del cinema nell’’AFi 110 Years…100 eroes and Villains’.

Segue poi la realizzazione di quello intitolato ‘The Ten. I dieci Comandamenti come non li avete mai visti’ con la regia di David Wain nel 2007, ma è stato distribuito in Italia dalla Delta Pictures soltanto a partire dal 30 agosto 2008. È una commedia satirica nei confronti delle religioni giudaico-cristiane. Il film è composto da dieci storie, ognuna si ispira ad uno dei dieci comandamenti.

Per la resa televisiva sono andati in ondaI dieci comandamenti’ su Rai 3, ‘Il viaggiatore’ di Radio 1 Rai è andato a verificare l’efficacia odierna dei ‘Dieci Comandamenti’ della Bibbia. Per scoprire se dopo 300 anni queste istituzioni per l’uso della vita abbiano ancora qualcosa da dirci. Nella trattazione intervengono i protagonisti della cronaca, studiosi della società, scrittori, economisti, giuristi, psicologi, teologi ed esponenti delle grandi religioni, prima del già citato show di ieri sera e della sera precedente dell’attore Roberto Benigni, di cui abbiamo già parlato.

 

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