sabato, Ottobre 23

Charlotte Elizabeth Diana, l’importanza di un nome

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Cara, minuscola Charlotte Elizabeth Diana, sei nata da pochi giorni e le polemiche già tracimano, soprattutto nella piazza virtuale dei social media, dove chiunque passa, apre bocca e gli dà fiato.
Con quella cuffietta retrò che mi pareva di aver già visto  -poi ho fatto mente locale e m’è venuto in mente di averne dotato di una identica il mio erede al battesimo, in un freddo fine marzo del 1982-  hai un’aria sdegnosa e assomigli in maniera impressionante alla bisnonna Elisabetta regina.
Mi lancio ora anch’io nell’agone del dibattito ozioso che, come un’epidemia, ha serpeggiato per il volgo e l’inclita, anche virtualmente: molte mie amiche di FB si sono abbandonate a scommesse sul tuo nome e a commenti sulle tue piccole, deliziose sembianze.
Alla fine di un interessantissimo incontro sull’esperienza di Ars Electronica a Linz in Austria, svoltosi ieri a Roma, nel salone dell’Agenzia Giornalistica Italia, ho trascinato a parlare della Royal Girl e del fenomeno mediatico a te legato persino intellettuali togati, come il sociologo della comunicazione Derrick de Kerckhove e il direttore artistico di Ars Electronica, Gerfried Stocker.
Come resisterti, piccola Charlotte?
E visto che tutti ci stanno mettendo il becco, e a ‘Studio Aperto‘ saranno caduti in un’estasi laica ora che è stato svelato anche il tuo nome, dirò la mia sulla scelta del nome che, nella mia visione da superstiziosa meridionale, non mi pare granché bene augurante.
Il fatto è, Charlottina cara, che se ne fa una questione dinastica e, quindi, si fa risalire la preferenza verso questo particolare nome al fatto che riflette quello di nonno Carlo, un personaggio che te lo raccomando, andato in isposo alla bella nonna Diana con la riserva mentale di un’attrazione indecorosamente incurabile per la tua nonnastra Camilla.
Tu, dall’innocenza dei tuoi quattro giorni, non darai troppa importanza alla circostanza, ma noi che siamo ‘grandi’ ed amavamo la ‘Principessa triste’, quest’omaggio ad un nonno passato alla storia per certe telefonate erotiche dalle fantasie morbose proprio un po’ disturba. Ma, d’altronde, è comprensibile che abbiano voluto omaggiare il nonno, con una tecnica che a Napoli si chiama ‘a suppontica, ovvero la zeppa: ovvero, di generazione in generazione, il primogenito viene battezzato col nome del nonno. Nel tuo caso, è toccato a te gratificare il nonno, con la beffa di trovarsi nella nipotina accostato il proprio nome anche a quello della ex moglie Diana. Una beffa della sorte?
Se, però, i tuoi genitori hanno invece voluto riferirsi ad una Charlotte in carne ed ossa, appartenente alla famiglia, il pensiero di chi, come me, ha una passione sfrenata per i romanzi Regency  –Alessandra Bazardi, amica di sempre, somma esperta in materia, può testimoniare: intanto votatela, voi di Voghera… –  va alla Principessa Charlotte Augusta, figlia del matrimonio infelice fra lo scialacquatore George, prima Principe Reggente di un padre omonimo, impazzito durante il proprio Regno, e di Carolina di Brunswick, con la quale fu odio a prima vista. Questa povera creatura crebbe in un’atmosfera di estrema tensione fra i due genitori, che avevano un disprezzo reciproco a lunga gittata. Charlotte era l’erede al trono, visto che suo padre non aveva altri figli  -già era un miracolo che fosse nata lei- e, dunque, era la predestinata, altro che la cuginetta Vittoria. Senonché, il destino si accanì su di lei e, pur avendo un matrimonio felice con Leopoldo di Sassonia-Coburgo, morì di parto dando alla luce il loro primogenito. Senza questo tragico destino, permetti che te lo dica, Charlotte, tu saresti stata una titolata qualsiasi e probabilmente la tua maman non avrebbe tanto manovrato per sposare il tuo bel Papà. Ma tante cose non sarebbero andate come, invece, sono andate, giacché la linea di discendenza sarebbe stata del tutto differente, dal 1817, anno della morte della principessa Charlotte, in poi.
Risalendo alla generazione precedente ancora, poi, quel Giorgio III di Hannover, radice impazzita della vostra discendenza reale, aveva una moglie che si chiamava Charlotte di Meclemburgo Strelitz, dunque la coppia riunisce i due nomi di George e Charlotte che sono il tuo e quello del tuo fratellino, il quale assomiglia sempre di più ad un Peanuts, con quel faccino patatoso dall’espressione assonnata.
Quanto agli altri due nomi, poi, del terzo, Diana abbiamo già detto. Quanto al secondo, Elizabeth, in onore alla bisnonna coronata, io lo avrei preferito fra tutti: ha un che di forza e decisione che mi sembrano proprio delle belle virtù.
Infine, mi pareva di aver sentito che, nelle Case Reali o nelle famiglie nobili, s’imponessero sempre una caterva di nomi; tanto, c’era l’obbligo di gratificare i padrini potenti o di evocare antenati suggestivi. Posso assicurarti, cara Charlotte, fattelo dire da una che ‘sta zavorra di nomi ce l’ha, da una insignificante virgola mancata possono scaturire un sacco di seccatura. I miei prudenti genitori la virgola dopo Annamaria (e già era un nome in offerta speciale, due in uno) ce la misero, ma so di persone che mi sono state vicine che, per la mancanza di una virgola fra i primi due nomi, hanno corso il rischio di dover ripetere dall’asilo fino alla tesi di laurea in ingegneria.
Infine, due parole sul caso delle signore russe che hanno lanciato un’indiscreta indagine sulla data della tua nascita, perché, a loro dire, le foto della tua mamma radiosa e in uscita a 24 ore dal parto sapevano tanto di bufala.
A loro dire, tu saresti nata tre giorni prima, e l’annuncio è stato ritardato, per consentire a Maman di presentarsi al pubblico senza tracce di travaglio ed a te di essere meno ‘mostruosetta’, avendo recuperato anche tu i segni fisici della conquista del tunnel d’uscita. Prima principessa i cui iniziali atti pubblici sono stati scanditi a suon di tweet, dopo un simile pistolotto dinastico che paio la vestale del Debrett’s (altra reminiscenza di letture sul mio adorato periodo Regency, è il libro che intreccia tutti i rami della nobiltà inglese), ti auguro buona vita e di non seguire i destini pesanti delle ave di cui porti i nomi.
Sì, anche di Elisabetta: pensate che vivere accanto ad un utilizzatore finale maniacale come Filippo sia stata una passeggiata di salute? Pare che, persino quando l’attuale regina era giovane sposa ed ancora Principessa, il marito avesse preso una sbandata per la scrittrice di successo Daphne du Maurier. Secondo una biografia non autorizzata della regina, roba di vent’anni fa, scritta da Sarah Bradford, viscontessa di Bangor, «A Elisabetta non è stato insegnato ad aspettarsi la fedeltà, ma la lealtà». Una sottigliezza, giacché saremmo d’accordo, noi della tribù delle mogli, che i due termini dovrebbero coincidere. E che una tale analisi così cinica è la tomba di qualsiasi affetto. Lo insegneranno anche a te, piccola Charlotte?

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