venerdì, Settembre 17

Cesare Battisti: storia di un terrorista

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Iscritto in gioventù alla Federazione Giovanile Comunista, Cesare Battisti finì in carcere per la prima volta nel 1977, arrestato per rapina, dove conobbe Arrigo Cavallina, ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac). Aderì al movimento e iniziò a partecipare alle azioni di ‘esproprio proletario’, con rapine a banche e supermercati.

Nel 1979, nell’ambito di un’operazione antiterrorismo di vaste proporzioni, venne arrestato e condannato a 13 anni e 5 mesi per l’omicidio del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani.

Durante l’irruzione del commando nella gioielleria, il titolare, Pierluigi Torregiani, tentò di reagire tirando fuori una pistola. Riuscì a colpire uno dei terroristi ma, rimasto colpito a morte, cadendo fece partire un colpo che raggiunse il figlio quindicenne che da quel giorno rimase paraplegico. L’azione venne rivendicata dai Pac e anche se Battisti non era presente all’attacco, venne indicato come mandante.

Nel 1981 riuscì ad evadere dal carcere di Frosinone e a fuggire in Francia, dove rimase fino al 2004 grazie alla dottrina Mitterand (Il presidente socialista Francois Mitterand il 10 novembre del 1982 con una famosa dichiarazione, iniziò una politica di opposizione alla legislazione anti-terrorismo italiana che nello specificò creò il ‘collaboratore di giustizia’). Essendo stato Battisti accusato dai cosiddetti ‘pentiti’, la Francia dichiarò di non volerlo estradare perché il nostro sistema «non corrispondeva all’idea che Parigi ha delle libertà».

In Italia, nonostante le sue continue dichiarazioni di innocenza, sarà comunque condannato in contumacia in via definitiva perché giudicato responsabile di quattro omicidi e vari altri reati. Durante gli anni successivi ci sarà anche una parentesi messicana per Battisti, dove si darà alla scrittura, fondando una rivista culturale.

Il caso tornò alla ribalta nel 2004 dopo che il ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli (II governo Berlusconi) riuscì a firmare il patto con il ministro francese Perben, che limitava l’estradizione solo per i casi di eccezionale gravità per reati commessi prima del 1982.

La magistratura italiana chiese nuovamente l’estradizione per Battisti che la Francia concesse, ma Battisti ancora una volta riuscì a fuggire in Messico per raggiungere poi il Brasile.

Gli anni di detenzione e poi latitanza brasiliana di Cesare Battisti, sono stati seguiti dal Procuratore Italo Ormanni, arrivato a capo della Direzione dell’amministrazione della giustizia (DAG) di via Arenula nel 2009 con Angelino Alfano.

Quando ha iniziato ad occuparsi del caso Battisti?

Nel 2009, in qualità di capo del Dipartimento per gli Affari di Giustizia (Dag). All’epoca Battisti era detenuto per essere entrato clandestinamente in Brasile con documenti falsi; in seguito lo stesso Battisti dichiarò che erano stati i servizi segreti francesi a fornirglieli. Oltre a questo su di lui pendeva la richiesta di estradizione italiana in seguito alle condanne per omicidio.

Cosa successe quell’anno?

Contemporaneamente al suo periodo di detenzione, nel 2009 il ministro della giustizia brasiliano, Tarso Genro, rilasciò a Battisti lo status di rifugiato politico, con la motivazione di avere il fondato timore che Battisti in Italia potesse essere perseguitato per le sue idee politiche. Noi intervenimmo come ministero della Giustizia impugnando la validità della decisione del ministro, ricordando che c’era una richiesta di estradizione nei suoi confronti (nel frattempo l’ufficio per le richieste di asilo aveva dato il suo parere contrario alla concessione dello status di rifugiato, ndr). A questo punto sul caso Battisti pendeva una richiesta di estradizione e una richiesta di nullità dell’atto del ministro della giustizia brasiliano; di entrambe le questioni si occupò il Tribunale Supremo Federale brasiliano che ha sia le prerogative della nostra Cassazione, che della nostra Corte costituzionale. Avendo entrambi i poteri, agisce di volta in volta esercitandone o l’uno o l’altro. Ci fu un lunga serie di udienze alle quali io partecipai con preventive riunioni presso il legale brasiliano che ci assisteva. La Corte suprema accolse in pieno la nostra richiesta e annullò lo status di rifugiato ordinandone l’estradizione.

Perché l’estradizione non è stata attuata?

Per la Costituzione brasiliana, il decreto che segue l’atto di estradizione, deve essere firmato dal Presidente della Repubblica. Lula la mandò per le lunghe ma alla fine decise per rifiutare l’estradizione. Noi chiedemmo anche al successore, la presidente Dilma Rousseff, di dare esecuzione all’estradizione sottolineando come il Tribunale Superiore avesse accolto in pieno le nostre motivazioni. L’esecutività dell’atto di estradizione, però, è di esclusiva competenza del presidente della Repubblica, per questo contro la decisione noi facemmo ricorso sempre al Tribunale Federale Superiore in questo caso però come Corte costituzionale nella sua diversa composizione (insieme a noi fece ricorso la Procura Brasiliana, mantenendo l’accusa in accordo con noi e rigettando lo status di rifugiato di Battisti). Si arrivò così al novembre 2010, in seguito dovemmo aspettare tutta la parte burocratica, perché la procedura doveva essere firmata dalla presidenza della Repubblica, quindi arrivammo al 2011 (quando il Supremo Tribunale Federale confermò la decisione del presidente Lula di non estradare Cesare Battisti, votando al contempo la sua liberazione, ndr)

Come mai si è arrivati alla pronuncia di ieri

Siccome l’atto di concessione di status di rifugiato era stato annullato dal Tribunale Federale, si poneva il problema di come tenerlo in Brasile; gli fu concesso allora il permesso di residenza permanente. Contro questa concessione arrivò l’impugnazione del Procuratore generale federale al quale ha dato ragione il giudice federale statale. Secondo questi, la residenza permanente era illegittima, perché non poteva essere concessa a persona che aveva commesso crimini particolarmente odiosi nel suo paese di origine. Non potendo allora concedere l’estradizione (proprio perché atto del presidente), ne ha disposto l’espulsione rispetto alla quale la Presidenza della Repubblica non può pronunciarsi.

Cosa succederà adesso?

La difesa adesso può fare ricorso al Tribunale Supremo Federale, che valuterà con calma e poi si vedrà. Non credo saranno tempi veloci.

Se non ci fosse stato Lula presidente?

Credo che se ci fosse stato un altro Presidente della Repubblica avrebbe reso esecutiva l’estradizione decisa dal Tribunale Superiore Federale.

Battisti tornerà in Messico o in Francia?

In Francia c’è una corrente politico-intellettuale a lui vicina, ma si tratta di ipotesi.

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