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'Cervelli' italiani: ancora a spasso per il mondo field_506ffb1d3dbe2

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Oltre due milioni di giovani italiani tentano di recarsi all’estero in cerca di successo o semplicemente di un’occupazione. É quanto emerge dagli ultimi dati Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) e dal rapporto Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) sul mercato del lavoro 2012/13. Sono circa 106mila gli under 35 che, nell’ultimo decennio, hanno lasciato l’Italia, il 35% di loro hanno meno di 35 anni e il picco assoluto è stato riscontrato nel 2012 con un più 28,8% rispetto all’anno precedente.

«Le informazioni che provengono dai Rapporti nazionali» commenta Marcello Pacifico, Presidente Anief (Associazione Professionale Sindacale) «confermano che l’Italia sta diventando un Paese sempre meno adatto ai giovani. Anche il crollo al 20,5% del tasso di occupazione dei 15-24enni, rilevato dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ndr), è un dato che parla da solo. Solo Grecia e Turchia, tra i 34 Paesi dell’area, hanno una quota di Neet (acronimo inglese che indica individui non impegnati né in formazione, né in un impiego, né in altre attività quali stage o lavori domestici ndr) più elevata. C’è anche il rischio fondato che le proiezioni sulla disoccupazione italiana continuino ad aumentare pure nel 2014. Con le fasce giovanili, per vari motivi indifese, che saranno anche stavolta le prime ad essere colpite» si legge in un comunicato stampa dell’Anief.

Questi i dati generali, ma vediamo ora in dettaglio quanti giovani talenti italiani lasciano il Paese, dove si recano e a svolgere quali tipi di professione. “Le analisi dell’Ocse rivelano come l’Italia è l’unico grande Paese europeo a presentare un valore negativo del tasso di scambio di individui altamente qualificati” spiega il Professor Alessandro Rosina, Presidente dell’associazione Italents e Direttore del Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico-aziendali dell’Università Cattolica di Milano “Secondo i dati Istat, nel primo decennio di questo secolo sono stati oltre 300 mila i cittadini che hanno cancellato la propria residenza in Italia. Molti però, non formalizzano il cambio di residenza e quindi questi valori sono fortemente sottostimati, soprattutto relativamente alla parte più giovane e recente del fenomeno. Ma oltre al dato quantitativo è soprattutto da notare che la componente di emigrati maggiormente cresciuta nel tempo è stata proprio quella dei giovani più qualificati. L’incidenza dei cittadini laureati sul totale dei trasferimenti di residenza per l’estero è infatti più che raddoppiata” continua il Professore “salendo dal’11,9% del 2002 al 27,6% del 2011. Le destinazioni principali nel 2011, anno più recente disponibile, sono state nell’ordine: Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia, Stati Uniti. Ma rilevante è anche il flusso verso i Paesi emergenti in forte crescita, come Brasile, Cina, Sudafrica. Anche lo spettro delle professioni è molto ampio, si va dai camerieri ai ricercatori, dai liberi professionisti ai giovani che avviano start up”.

Non solo talenti quindi, ma emigrazione diffusa a tutte le categorie. Dati che dimostrano quanto le politiche intraprese dall’Italia negli ultimi anni non siano riuscite a garantire occupazione alla maggior parte dei giovani, ma soprattutto che la famigerata ‘fuga dei cervelli’ è ancora in atto e che, molto probabilmente, lo sarà anche nel prossimo futuro.

I Governi che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno cercato innanzitutto di far rientrare in Italia i talenti fuggiti e per farlo hanno attuato svariati programmi, dal primo, firmato nel 2001 da Ortensio Zecchino, allora Ministro dell’Università e della Ricerca, sino al progetto ‘Giovani ricercatori Rita Levi Montalcini’ promosso nel 2009 dal Governo Berlusconi IV e tutt’ora in corso. “Una delle leggi più recenti e interessanti è la legge ‘Controesodo’ (n. 238/2010)” spiega il docente della Cattolica “entrata in vigore ad inizio 2011, che prevede incentivi fiscali ai lavoratori under 40 che rientrano in Italia dopo un periodo di occupazione di almeno due anni all’estero. Secondo l’agenzia delle entrate, nel 2011 a beneficiare di tale incentivi sono stati circa 4000 laureati. Un risultato senz’altro incoraggiante. Rimane però da vedere quanti di costoro decideranno di rimanere in Italia trovando reali opportunità di valorizzazione. Il punto debole è il fatto di agire solo sul versante economico. Ma grazie allo stimolo prodotto dalla legge, varie regioni stanno attivando iniziative ulteriori per potenziare le capacità attrattive del proprio territorio. Sta partendo un’indagine di monitoraggio e valutazione degli effetti della legge che consentirà di dire se sta favorendo una reale attrazione o meno”.

Burocrazia, mancanza di fondi, indecisione, molte le cause che hanno portato ad un flop quasi totale dei diversi programmi ideati per il rientro dei nostri talenti. In più, i pochi ricercatori tornati (circa 23) tra il 2010 e il 2011 hanno denunciato che, a distanza di pochi anni dal rimpatrio, le incertezze sul futuro dei loro contratti risultano essere sempre di più e che, se il Governo non riuscirà a offrirgli garanzie a lungo termine, saranno costretti a ripartire.

Ma qual è il problema? Mancano i fondi necessari per farli restare in Italia? Che cosa dovrebbe e potrebbe fare il Governo per trattenerli?Se consideriamo solo il ritorno di ricercatori, i risultati sono stati molto limitati” continua Rosina “Le condizioni per farli rientrare dovrebbero diventare più favorevoli. Non c’è solo una questione di remunerazione, ma, come conferma un’indagine svolta dall’associazione Italents, anche di carenza di strumenti e fondi per svolgere bene il proprio lavoro, oltre che di carriere lente e poco trasparenti. Ma la direzione è quella giusta. Molti Atenei italiani stanno cercando di aprirsi al mondo, per diventare più competitivi nella ricerca e attrattivi nell’offerta didattica, premiando nel reclutamento e nei finanziamenti chi ha esperienze all’estero. E’ però un cambiamento ancora troppo lento”.

Lentezza nei cambiamenti quindi, un problema storico dell’Italia che in questo caso specifico sta creando non pochi problemi. Il Paese infatti, non riesce a trattenere né i nuovi talenti, né quelli che con molti sforzi è riuscito a riattrarre in patria, né ancor meno riesce ad essere allettante per i giovani stranieri.

Bisogna distinguere i ricercatori d’eccellenza, dagli skilled (persone che per istruzione o per esperienza possono garantire o creare produzione) e dagli imprenditori” spiega Pierpaolo Giannocolo, Ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università degli Studi di Bologna “Prima di tutto, il Governo dovrebbe capire a chi vuole rivolgersi e sviluppare delle politiche mirate ad ognuna di queste tre categorie. I giovani si muovono per diversi motivi, o per desiderio di esplorare e intraprendere esperienze nuove, o per necessità. Ci sono coloro che sono costretti ad andarsene e quelli che vogliono andarsene. Lo Stato dovrebbe muoversi in tre diverse direzioni, creare delle opportunità concrete per coloro che vogliono restare in Italia, rendere fattibile il rientro per coloro che lo desiderano e che dimostrano di essere particolarmente talentuosi e rendere appetibile l’Italia anche per gli stranieri” continua Giannocolo “Il problema non sta nel fatto che i talenti si muovono anche al di fuori del Paese, ma piuttosto nell’incapacità dell’Italia di accaparrarsi più talenti possibili tra italiani e stranieri. L’Italia dovrebbe senz’altro fare di più, magari investendo meno fondi nell’immediato, ma ideando progetti più a lungo termine. Una cosa è certa, non si può accontentare tutti”.

Progetti più duraturi che prevedano un impiego di risorse realista e concreto. Ma le procedure per individuare le strategie di rientro dei nostri talenti sono state ben elaborate come spiega il ricercatore dell’ateneo bolognese: “Prima di tutto, lo Stato ha tentato di comprende dov’erano ubicati questi famigerati ‘cervelli’ italiani, che tipo di professione stavano svolgendo e perché se ne erano andati, in secondo luogo ha cercato di agevolarli dal punto di vista fiscale per indurli a prendere in considerazione un ipotetico rientro in patria. Successivamente, si è pensato a dove e come inserire queste persone nel tessuto lavorativo italiano. Purtroppo, col passare del tempo i fondi sono diminuiti e gli anni di contratto garantito ai ricercatori rientrati in Italia sono scesi da sei a tre”.

Pare proprio che negli ultimi dodici anni i Governi che si sono susseguiti si siano principalmente preoccupati di far rientrare i ‘cervelli’ fuggiti all’estero e che non abbiano invece adottato particolari provvedimenti per far restare coloro che ancora non erano espatriati. Ma che cosa potrebbe e dovrebbe fare il Governo per fermare l’esodo dei giovani?

I talenti sono come dei semi che vengono portati dal vento nel terreno in cui possono dare i loro migliori frutti. Muoversi senza confini ha ricadute positive anche per il Paese di origine” continua Rosina “se gran parte di chi se ne va poi ritorna o, a fronte dei molti talenti che se ne vanno, altrettanti ne vengono attratti da altri Paesi. In caso contrario, si ottiene per il luogo di partenza un impoverimento netto di capitale umano. I Paesi più dinamici e competitivi considerano strategiche le politiche di attrazione di giovani di qualità e riconosco come veri e propri investimenti tutte le opportunità ad essi fornite. La questione vera quindi, non è tanto frenare la fuoriuscita, ma agevolare la possibilità di tornare, arricchiti di esperienze e competenze, rendendo il sistema Italia più attrattivo.

Se in Italia ci fosse un’occupazione degna per la maggior parte dei giovani ‘cervelli’ che partono per l’estero, questi deciderebbero di restare o se ne andrebbero comunque in cerca di una maggior meritocrazia e competitività del mondo del lavoro? “Le persone che decidono di andarsene spesso sono scontente a causa del sistema lavorativo italiano (raccomandazioni, clientelismi)” afferma Giannocolo, che in prima persona ha lavorato in Belgio, Francia, Spagna e Inghilterra per poi riapprodare in Italia “ma la migrazione è un male solo quando non si fornisce la possibilità a chi parte di rientrare, ma non è un male in generale, anzi”.

La differenza con gli altri Paesi avanzati, come abbiamo detto, più che sulla quantità di laureati che se ne vanno è sui pochi che tornano e di altrettanti qualificati che non attraiamo dal resto del mondo. I talenti se ne vanno anche dai Paesi nei quali le opportunità di lavoro ci sono” conclude il Professore della Cattolica “per confrontarsi con altre culture e fare esperienze nuove e formative. Nei Paesi però più meritocratici e più competitivi i flussi di uscita sono più che compensati da quelli di entrata. Il capitale umano delle nuove generazioni è infatti la risorsa più preziosa per alimentare i processi di sviluppo delle economie più avanzate di questo secolo”.

In definitiva lo Stato dovrebbe ideare dei programmi di rientro che prevedano investimenti nel lungo periodo, “programmi credibili” rilancia Giannocolo “che si basino su cifre probabilmente più basse di quelle stanziate in passato, ma che possano essere garantite negli anni. Non esiste la bacchetta magica, ma non sono più rimandabili alcuni provvedimenti in merito all’occupazione, bisogna far passare il messaggio che i giovani se vogliono possono restare e di certo non ci si riuscirà se ci continuerà a trasmette un pessimismo cronico come quello che attualmente si percepisce dalle istituzioni”.

Un popolo di emigranti lo siamo sempre stato ma forse questa volta, a differenza del passato, l’addio al Bel Paese potrebbe essere davvero solo un arrivederci. Abbandonando la demagogia e politiche d’effetto che non concretizzano risultati duraturi ma privilegiando politiche forse impopolari ma che a lungo termine portino risultati credibili.

 

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