mercoledì, Settembre 22

Cervelli in fuga: prossima fermata Cina? field_506ffb1d3dbe2

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«Incentiveremo le strutture di ricerca e quelle accademiche a dotarsi di meccanismi di selezione che consentano loro di ricevere domande da ogni parte del mondo. Lavoreremo inoltre a una nuova regolamentazione che aiuti esperti e ricercatori stranieri a partecipare ai programmi scientifici e tecnologici nazionali, come pure ad essere a capo di importanti progetti di ricerca» ha spiegato Zhang, aggiungendo che il governo sta predisponendo borse di ricerca alla cui assegnazione potranno ora partecipare anche scienziati e tecnici provenienti dall’estero, le cui domande verranno valutate in maniera totalmente paritaria rispetto ai loro colleghi cinesi.

E’ chiaro che si tratta di una nuova iniziativa per cercare di rendere ulteriormente competitivi i prodotti Made in China, soprattutto in una fase in cui il mercato assorbe con difficoltà l’output cinese e la domanda a riguardo continua a essere fiacca. Ma è altrettanto chiaro che tra l’annuncio pomposo di Zhang e la reale implementazione di queste politiche ci sono delle criticità. Poca informazione e vincoli legati alla lingua sono tra queste.

Fino a poco tempo fa, molti bandi di ricerca erano riservati esclusivamente a ‘cervelli’ cinesi e nessuna domanda proveniente dall’estero poteva essere presa in esame. E’ chiaro che da qualche anno a questa parte le cose stiano cambiando: dal 2011 infatti, con l’entrata in vigore del Piano dei Mille Talenti Pechino ha iniziato a ‘importare’ risorse altamente qualificate da utilizzare nei suoi programmi di ricerca scientifica e tecnologica. Le stime governative affermano che tra il 2011 e il 2015 il numero di ricercatori stranieri arrivati in Cina è stato di circa 3 milioni, cifra superiore del 30 per cento a quello del quinquennio 2006-2010. «Le cose stanno cambiando in molte strutture di ricerca. Ma questo cambiamento non è stato formalizzato da una politica ad hoc del governo, e di conseguenza all’estero c’è scarsa percezione di ciò», è quanto ritiene Gao Xiang, che del SAFEA è portavoce.

Ma c’è dell’altro. Molti ricercatori disposti a trasferirsi in Cina non riescono a trovare un’adeguata informazione su questioni ‘a latere’ del mero rapporto di lavoro, ad esempio quella riguardante l’istruzione ai propri figli: in questo caso, le politiche di attrazione mancano di adeguata comunicazione. Anche la lingua resta un problema non secondario. I bandi per la ricerca e i relativi formulari sono redatti esclusivamente in cinese, e questo naturalmente non è un vantaggio per chi il cinese non lo parla: l’ ‘uovo di Colombo’ sarebbe pubblicarli anche una versione in inglese. Eppure, questo ancora non è stato fatto.

Se volessimo usare una terminologia propria del marketing, diremmo perciò che il prodotto ‘Fare ricerca in Cina’ non è ben reclamizzato all’estero, presso i potenziali target. Si tratta di sfumature, certo. Ma fondamentali. Il prodotto è appetibile, e basterebbe davvero poco per venderlo bene. Per questo il governo di Pechino ha messo mano alle politiche sulla tutela dei brevetti e della proprietà intellettuale, come anche ai visti d’ingresso, rendendone più semplice la concessione, e facilitando gli spostamenti. Il Ministero della Pubblica Sicurezza (corrispondente ai nostri Interni) ha annunciato una imminente semplificazione delle norme d’ingresso e di uscita dei ricercatori stranieri a Pechino e per ottenere la residenza nella capitale cinese.

Tutto questo fa parte di un progetto pilota collegato allo Zhongguancun Science Park di Pechino, per facilitare l’esame e l’approvazione della concessione della residenza alle risorse umane straniere, e per snellire le varie procedure burocratiche in favore di giovani ricercatori in possesso di dottorato che richiedono un permesso di soggiorno. Nuove norme sono anche in esame per concedere borse di studio a giovani studenti stranieri che vogliano sviluppare delle start-up a Zhongguancun, come pure si lavora a un regime di transito che consenta a tecnici stranieri di permanere nella capitale cinese per un massimo di sei giorni senza la necessità di richiedere un visto d’ingresso.

Secondo le intenzioni delle autorità, queste norme dovrebbero essere pronte per entrare in vigore dal 1° marzo. Obiettivo: promuovere nella regione di Pechino la nascita di un ambiente favorevole all’innovazione e alle start-up. La nuova carta che la Cina vuol giocarsi per riconquistare quote di mercato.

 

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