domenica, Dicembre 5

Cervelli in fuga: prossima fermata Cina? field_506ffb1d3dbe2

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Provate a chiedere ad una persona qualsiasi cosa pensa dei prodotti fabbricati in Cina. Il più delle volte vi risponderà che si tratta di roba scadente. Del resto, è diffusa nel linguaggio comune la frase «l’hanno fatta i cinesi» per indicare come un bene non sia di prima qualità o addirittura un falso. Queste affermazioni sono sì veritiere, ma fino a un certo punto. Il miracolo economico cinese degli anni Ottanta e Novanta ha indubbiamente tratto origine dall’emergere di un sommerso fatto di una miriade di microattività, messe su alla buona (e soprattutto in maniera illegale) negli ultimi anni del maoismo. Con l’avvio delle riforme economiche volute da Deng Xiaoping a fine anni Settanta, queste ‘fabbrichette’ avevano iniziato ad operare alla luce del sole, lavorando inizialmente in conto-terzi per le grandi multinazionali (soprattutto dell’elettronica, della meccanica e del tessile-calzaturiero) e successivamente, tramite un’acquisizione del know-how non sempre trasparente, lanciando una produzione propria di qualità molto scadente, i cosiddetti ‘sotto-marchi’.

E questo obsoleto Made in China è quello rimasto nell’immaginario comune, e piuttosto difficile da rimuovere: già, perché dall’inizio del nuovo millennio molte di quelle vecchie fabbriche che producevano beni di pessima fattura hanno lasciato il posto a moderne industrie in grado di sfornare prodotti di alta qualità: basta ricordare che nel settore informatico un ex ‘sotto-marchio’ come Lenovo ha inglobato prima la divisione PC e poi quella server della IBM, in campo farmaceutico e biotech sono stati registrati nuovi brevetti, e i progressi dell’industria aerospaziale hanno consentito alla Cina di inviare in orbita nel 2004 la sua prima navicella spaziale guidata da astronauti cinesi.

Se dunque l’industria occidentale, facendo leva sull’ancora evidente divario in fatto di qualità ed innovazione di prodotto, alla fine del Novecento poteva ancora dirsi al riparo dalla concorrenza del gigante asiatico, quindici anni più tardi quel gap è ormai colmato. I numeri parlano chiaro. Nel 2000, con poco meno di 50 miliardi di dollari di spesa nazionale lorda annua in ricerca e sviluppo, Pechino era di gran lunga lontana dai livelli USA (300 miliardi di dollari) ed UE (200 miliardi). Nel 2014 tale spesa sfiorava quota 300 miliardi, e secondo l’OCSE, nel 2019 il Dragone supererà abbondantemente i 400 miliardi di dollari. In base ai dati della Banca Mondiale, l’anno precedente la percentuale del PIL investito in Ricerca & Sviluppo era arrivata al 2,01 per cento: per rendersi conto di cosa ciò significhi basta pensare che in Italia, nello stesso anno, era stata dell’ 1,26 per cento.

Se dunque il divario in fatto di innovazione e qualità tra l’Occidente e la Cina si è di fatto colmato, un vantaggio che l’Europa e gli Stati Uniti possono ancora vantare è rappresentato dalla capacità di attrarre ricercatori: stipendi alti e cospicui finanziamenti sono una grande attrattiva per talenti provenienti da tutto il mondo, che arrivino essi da paesi sviluppati o da quelli emergenti. Eppure, anche questo primato ora potrebbe vacillare per mano cinese.

Pechino infatti sta cercando di rimuovere gli ostacoli che ad oggi impediscono ai suoi Centri di ricerca e alle sue università di avvalersi della collaborazione con ricercatori stranieri e alle aziende cinesi di creare posti di lavoro in grado di attrarre esperti da oltre confine. Nei giorni scorsi Zhang Jianguo, direttore del SAFEA, struttura governativa che si occupa delle politiche di immigrazione di risorse qualificate in Cina, ha infatti annunciato che nell’arco dei prossimi cinque anni il Dragone rafforzerà notevolmente la propria capacità di attrarre talenti stranieri a cui affidare progetti di ricerca scientifica.

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