martedì, Ottobre 19

Certificato antipedofilo La legge è uguale per tutti?

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Lo chiamano “certificato antipedofilia”, ma in realtà consiste in un estratto del casellario giudiziario che attesta che la persona non è stata condannata per reati contro i minori, quali adescamento, pornografia virtuale e minorile, turismo sessuale e adescamento (articoli 600-bis, 600-ter, 600-quater, 600-quinquies e 609-undecies del codice penale). Lo devono presentare tutti coloro che stanno per ottenere un lavoro retribuito che li metta a contatto con minori in modo diretto e abituale.

Entrato in vigore da lunedì scorso, il “certificato antipedofilia” intende salvaguardare i minori e rassicurare le famiglie sulla condotta ineccepibile di insegnanti ed educatori. In effetti è abbastanza fastidioso scoprire che un insegnante accusato di pedofilia ha già dei precedenti in materia.

Fatta la legge, trovate le storture. In primis l’obbligo dell’esibizione del certificato antipedofilia non si applica ai volontari. Nelle parrocchie, nei centri scout, nelle associazioni di volontariato che promuovono l’infanzia nessuno presenterà questo certificato e di fatto non cambierà nulla: saranno sempre le suddette associazioni a selezionare i volontari sulla base di criteri che loro stesse si daranno. Non ci sarà quindi modo di sapere se l’allenatore della squadra di calcio sia stato condannato per reati contro i minori. Di fatto si tratta di una esclusione che comprende la maggior parte degli educatori a cui vengono ogni giorno affidati minori.

La legge non si applica nemmeno al lavoro domestico, neanche se viene svolto abitualmente e con regolare contratto: la baby sitter rimarrà in casa da sola con i nostri figli e non sapremo mai se sulla sua testa ci siano condanne per reati contro i minori.

La terza esclusione riguarda il personale già in servizio: insegnanti, educatori, personale di servizio nelle strutture di tipo non volontario non dovrà certificare di non aver mai compiuto reati che rientrano all’interno della nuova normativa. Da questo punto di vista la legge si pone in un’ottica preventiva, di certo non si propone di “smascherare” i colpevoli di reati legati alla pedofilia perché non possano più nuocere ai minori con cui giocano durante il lavoro.

Questo se si vuole considerare la legge effettivamente una buona idea per tutelare i nostri figli e sentirci concretamente più al sicuro quando li affidiamo a qualcuno. I reati legati alla pedofilia sono quelli più meschini, quelli maggiormente difficili da digerire perché condotti contro persone che non si possono difendere da sole. Sembra pertanto corretto che chi si è macchiato di questo tipo di crimine non possa avere occasione per ricadere in un vecchio clichè a danno di altri minori.

A ben vedere, tuttavia, perché l’azienda che intende assumere un nuovo responsabile amministrativo non dovrebbe sapere se i candidati si siano mai macchiati del reato di truffa? Perché l’impresa che sta selezionando un nuovo animatore di villaggio turistico non dovrebbe sapere se qualcuno tra i candidati abbia mai compiuto un omicidio? Perché il supermercato non dovrebbe sapere se qualche cassiera abbia mai commesso un furto nella propria vita?

Comunemente è illegale chiedere ai candidati questo tipo di informazioni perché, una volta che è stata scontata la pena, si ritiene che la persona abbia saldato il proprio debito e sia pronta a rientrare nella società con il ruolo che riesce a guadagnarsi. Questo non accade per coloro che si macchiano di reati contro i minori, che secondo questa legge sono incapaci di non incorrere in recidive.

Quello che sto cercando di dire non è che ritengo sbagliata l’esibizione di questo tipo di certificazione, è piuttosto che la fedina penale dovrebbe essere pubblica o comunque accessibile a un datore di lavoro che intenda assumere chiunque, esclusivamente per le informazioni che potrebbero essere pertinenti con l’impiego in oggetto. Da lunedì scorso, invece, un pedofilo non può lavorare a contatto con minori ma uno stalker può essere assunto come animatore in una crociera per sole donne. Come a dire che i diritti non sono uguali per tutti.

 

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