domenica, Giugno 20

Cercasi libertà di stampa Due parole con Raffaele Fiengo, storico componente del Comitato di redazione del Corriere della Sera

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Nell’ultima settimana non si fa che parlare della classifica di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa nel mondo. Almeno una volta all’anno se ne parla (e basta). Notizie non confortanti, perché siamo scesi di quattro posizioni, precisamente al 77esimo posto. E via con lo stupore di tutti, giornalisti e giornali per primi. Ma c’era qualcuno che pensava di trovare l’Italia nelle prime dieci posizioni? Giusto il folle del villaggio. Ma questo è un discorso di vecchia, vecchissima data. Le libertà elementari, dal fare le domande secondo logica giornalistica e non seconda la logica di altri, accedere agli atti pubblici nella loro trasparenza (vediamo cosa succede con riforma della PA), sembrano richieste fuori dal comune e decisamente ‘fuori luogo’.

Fino ad ora la situazione è questa. Vediamo se la Riforma Madia, con il Freedom Information Act (FOIA italiano), farà apparire il sistema realmente trasparente, anche se non sono partiti proprio con il piede giusto (basta vedere la regola del ‘silenzio-diniego’, che sembra sarà cambiata). Giusto per sapere, sono quasi 100 i Paesi che hanno adottato un Freedom of Information Act. Gli Stati Uniti dal 1966. Nel Regno Unito esiste dal 2000. Leggi simili si trovano  anche in Zimbabwe, Ruanda, Uganda, Nigeria, Guinea, Tunisia, Bangladesh e Nepal. Risulta chiaro, quindi, lo slittamento nella classifica tanto citata ultimamente.

“Il modo di fare informazione, nel nostro contesto limitato e difficile è aggravato dal fatto che noi non abbiamo il famoso Freedom of Information Act, di cui adesso tanto si parla. Anche questo posiziona il giornalismo in un modo subordinato rispetto all’andamento generale degli atti pubblici e dell’attività pubblica. Non c’è l’accesso per la comunità a quello che avviene nel pubblico. Si stenta ad avere un provvedimento adeguato da parte del Governo”. Raffaele Fiengo, da quindici anni docente di  Linguaggio giornalistico all’università di Padova, storico rappresentante dei giornalisti del ‘Corriere della Sera‘. Si batte dal  2012 per l’adozione in Italia di un Freedom of Information Act.

La crisi è senza dubbio strutturale, non è degli ultimi tempi e ha radici ben profonde rispetto a quello che si può pensare. Si parte dalla base: “La struttura delle proprietà editoriali italiane, da sempre, non ha come oggetto principale la fabbrica del giornalismo, inteso proprio come prodotto. Storicamente l’Italia, di fronte a questa necessità, ha raccolto l’esigenza di un giornalismo e  di un’informazione più legate ai movimenti prima, sul piano sindacale poi. Se guardiamo il tutto dal punto di vista dell’impianto del Paese, c’è una forte carenza per quanto riguarda  i rapporti tra l’informazione e il funzionamento della democrazia. Negli anni i giornali sono andati dietro all’informazione che si riproduceva come fatto avvenuto, andavano sullo scandalismo, sulla polemica politica, sull’alternanza delle posizioni. Non c’è stata una costruzione normale attorno alla funzione giornalistica e dell’informazione. In parole povere, il giornalismo si è fatto trascinare, volutamente o no, invece di fare il ‘cane da guardia’ e il fornitore di saperi ed elementi utili ai cittadini per le proprie scelte.

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